Un anno da pirata: presentazione e intervista a Cesare Bartoccioni

Anteprima dal libro "Un anno da pirata" e quattro domande all'autore

Un anno da pirata: presentazione e intervista a Cesare BartoccioniUn anno da pirata
Edito da Cesare Bartoccioni (Youcanprint) nel 2016 • Pagine: 272 •

Uno strano passeggero prende possesso di un pacifico brigantino. All'apparenza, un'azione di pirateria come tante; in realtà, il preludio di una mortale minaccia che incombe su tutto il mar delle Antille: un diabolico piano di dominio che metterà a dura prova la vera natura, il vero essere, la vera umanità di ogni uomo e di ogni donna su cui si poserà la scura ombra rossastra del malvagio bucaniere. Un viaggio nei luoghi e nel tempo dell'età d'oro della filibusta, tra brigantini e galeoni, isole e tesori, battaglie e amori, giri di chiglia e camminate sull'asse; la lotta sempiterna tra il bene e il male si sublima in un'avventura dai risvolti imprevedibili, sullo sfondo della Storia dei Caraibi del diciassettesimo secolo.

Un estratto dal libro scelto dall autore

Capitolo primo

L’OLANDESE

Il mare era calmo come un olio.
La leggera brezza ci accarezzava i volti, induriti dal sole e dalla salsedine. Il cielo all’orizzonte, con il suo carico di pesanti nubi scure, sembrava dipinto in una surreale immobilità, come quella che si respirava sulla coperta del nostro brigantino dove eravamo stati chiamati ad adunanza, tutti cinquanta, nessuno escluso.
Lo strano passeggero imbarcato due settimane prima a Trou-Borded, nella parte franca dell’Hispaniola, stava ritto sul cassero di poppa, le braccia conserte, attorniato dai suoi dieci compagni di viaggio, i quali imbracciavano pesanti archibugi puntandoli con ricercata noncuranza, tenendoli all’altezza dei fianchi, dritti contro di noi.
Non c’era traccia del capitano, né del nostromo.
“Ma non erano mercanti di tabacco e vaniglia?”
Duarte aveva pronunciato le parole a mezza bocca, inclinando impercettibilmente il capo sulla destra, verso di me. La sensazione di pericolo era chiaramente percepita da tutta la ciurma. ‘Allineati e coperti’, da bravi soldati, le braccia incrociate dietro la schiena, ce ne stavamo tutti in incomoda attesa di scoprire il motivo di quella inusuale assemblea.
Il passeggero si mise le mani ai fianchi, gonfiando il petto nell’atto di iniziare a parlare. Il suo pesante vestito di velluto blu con tricorno nero, mal abbinato ai leggiadri stivaletti di cuoio arancione, che con il suo orrore aveva suscitato i sarcasmi di tutti noi al tempo dell’imbarco, incuteva ora, lì sul cassero, un indefinibile terrore.
“Prima di cominciare, penso che sia buona cosa comunicarvi che i gingilli dei miei soci sono caricati a pallettoni. Non credo di dovervi spiegare cosa ciò significhi, nevvero?”
I capelli neri e lucidi che spuntavano dal tricorno mal si combinavano con la rada barbetta bionda che nascondeva il mento sfuggente. L’insieme stesso della sua persona sembrava fatto apposta per trasmettere un’assoluta incertezza a chiunque vi si trovasse di fronte.
Il passeggero si portò la mano destra davanti al viso, rimirandosi le dita in atteggiamento pensoso, accompagnando il gesto con un ghigno diabolico che non faceva presagire nulla di buono.
“Devo anche avvisarvi che ho la vista di un nibbio, e che non ci metto neanche un secondo a far fare un bel giro di chiglia a chiunque me la voglia fare fuori dal vaso, capit’?”
Beh, le incertezze cominciavano a diradarsi…
Il tipo sollevò la barbetta, con un cenno di sorriso, come a voler assumere un tono più conciliante.
“Ora, signori miei, veniamo al dunque. Tanto è inutile tirarla per le lunghe, non siamo più dei bambini… Dovete credermi quando vi dico che ho provato in ogni modo a convincere con le buone il vostro capitano, però… niente. Un bel tipo ostinato, non c’è che dire, lui e il suo ufficiale in seconda, come io chiamo quelli che voi denominate ‘nostromi’… I tipetti come lui, ai miei tempi e al mio paese, non sarebbero durati oltre la prima infanzia… e i problemi si sarebbero risolti da soli. Ma il progresso, signori miei, eh sì, il progresso… ci ha fatti diventare tutti degli smidollati, il progresso. E quindi sono stato obbligato, io, a metterci una pezza. Insomma, per farla breve, ora i vostri ex capoccioni sono giù da Davy Jones, e chi vuol far loro compagnia non ha che da dirlo, capit’?”
Un brusio sommesso si diffuse tra la ciurma. Dannazione. Ci avevano fregato.
Il passeggero tornò a mettersi le mani ai fianchi, socchiudendo gli occhi in uno sguardo minaccioso.
“E ora… lasciate che mi presenti col mio vero nome.”
Nella ben studiata pausa di alcuni secondi che precedette la rivelazione, il silenzio sulla tolda fu assoluto e totale.
“Io sono il capitano René De Boer.”
L’incertezza scomparve completamente. Il nostro cambusiere cadde a peso morto sul ponte e vi rimase steso, immobile.
René De Boer, alias René il rosso, alias René l’Olandese, era conosciuto da tutti, anche se pochi potevano dire di averlo visto di persona ed essere poi sopravvissuti. Il che, per noi, era tutto un programma…
“Ma perché lo chiamano ‘il rosso’? Io pensavo che fosse vestito di rosso.”
Duarte era tornato a biascicare a mezza bocca, inclinando di nuovo il capo.
“Perché sembra che si diverta a cospargersi del sangue delle sue vittime. Ma ora stattene zitto e buono, che ha la vista di un nibbio…”
L’Olandese tornò a parlare. I due mozzi che si erano chinati sul cambusiere per accertarsi delle sue condizioni si rialzarono, scuotendo mestamente il capo. Il cambusiere era morto stecchito.
“Signori miei, io non sono qui per imporvi la mia volontà o per costringervi a compiere azioni di cui non desiderate onorarvi. Il brigantino è ora di mia proprietà.”
L’Olandese si infilò la mano destra nella giubba e ne trasse un panno nero ripiegato. Lo aprì alla brezza che aveva cominciato a soffiare con maggior forza. Il teschio bianco con le tibie incrociate non lasciava più adito a dubbi su quello che sarebbe stato il nostro destino.
Con lo stendardo in mano, con lo stesso ghigno del teschio, René il rosso sgranò gli occhi.
“Chiunque non desideri far parte della fratellanza, è libero di saltare il parapetto e andarsene all’inferno!”
Nessuno si mosse.
Eravamo diventati pirati.


Capitolo secondo

DUARTE

“Duarte… e poi?”
“Duarte e basta. Perché, non basta?”
Diedi una gomitata al mio candido amico. Il tono della voce gli era uscito un po’ provocatorio.
Lo so, il segreto che custodiva dietro il falso nome, e di cui io solamente ero al corrente, era troppo doloroso per pretendere anche solo una parvenza di cortesia quando si trattava delle sue generalità, ma non mi sembrava proprio la giornata per stuzzicare ancora la collera dell’iracondo Olandese.
Il capitano ci dava le spalle, nella sua cabina, guardando, attraverso le sudicie vetrate di poppa, la piena luna vermiglia che si stagliava tranquilla e indifferente sullo sfondo vellutato del cielo notturno variegato in cupe tonalità di blu oltremare.
Gli ultimi sette giorni, da quando René il rosso aveva preso possesso del brigantino, erano stati più da oltretomba, che da oltremare.
La luce lunare si rifrangeva oltre le vetrate, soffondendo la figura del capitano in un pallido rossore, come a conferma ultraterrena della sua identità.
Il brigantino, proprio in quella giornata di eclissi, si era agghindato di un nuovo ciondolo… una lugubre gabbia sospesa di ferro arrugginito, attaccata all’albero di trinchetto, ospitava ormai dall’alba il corpo straziato del giovanotto di coperta, che aveva avuto l’ardire di richiedere un incontro con l’Olandese per chiarire alcune questioni sui rapporti tra i suoi dieci tagliagole e il resto dell’equipaggio. Risultato: un bel giro di chiglia, con i tagliagole che si erano divertiti in un veloce tiraggio riportando in superficie il giovane marinaio letteralmente a brandelli. Il carenaggio effettuato a Trou-Borded tre settimane prima aveva ripulito lo scafo dalla gran parte delle concrezioni, ma i denti di cane sono lesti a riformarsi…
L’Olandese si volse verso di noi, la luce vermiglia sembrava esserglisi fissata sul volto, gli occhi due fessure, il ghigno diabolico… guardai Duarte di sbieco, immaginandolo già sulla gabbia a far compagnia a quel povero ragazzo.
“Sì… in fondo, può bastare.”
René il rosso mosse un passo verso la tavola accanto alla sua branda. Afferrò una larga e bassa bottiglia di rum, riempì a fatica tre bicchieri e ne bevve uno senza tanti convenevoli. Quelle bottiglie, con la loro forma, rendevano sempre complicata la mescita, ma in compenso era anche difficile che si rovesciassero a causa del rollio e del beccheggio della nave.
Il capitano, quindi, con la mano destra aperta verso il tavolo ci invitò a imitarlo. Prendemmo i bicchieri destinati a noi e ne trangugiammo il contenuto. Quasi quasi avrei preferito un giro di chiglia.
“Duarte e basta a me basta.”
L’Olandese squadrò il mio amico da cima a fondo, rilassando il ghigno in quello che voleva essere un sorriso amichevole. Poi sollevò il capo, guardò un punto indefinito sopra le nostre teste e si accarezzò la barbetta bionda.
“Certamente immaginate perché vi ho chiamati qui, nevvero?”
Io e Duarte ci scambiammo uno sguardo stupito. Non ne avevamo la più pallida idea. Duarte, tuttavia, azzardò un’ipotesi.
“Beh… capitano, sarà mica per quel povero ragazzo…”
“Eh, adesso! Povero ragazzo! Non era più tanto giovane, in fondo, mi pare, no?”
“Ma… capitano, aveva solo diciotto anni, appena compiuti!”
“Diciotto anni? Ma dimmi un po’, Duarte e basta, mi stai prendendo per i fondelli? Quello era ben oltre i sessanta!”
Io e Duarte ci guardammo con ancora maggior meraviglia. L’Olandese riprese imperterrito, quasi divertito.
“Gli mancava poco alla pensione, ormai, e secondo me sono stati quegli intrugli abominevoli che somministrava alla ciurma a fargli prendere un colpo, altro che il mio nome…”
Ah… ecco. Si stava riferendo al cambusiere.
“Ora dimmi, Duarte e basta… in che rapporti sei con l’igiene?”
Duarte mi lanciò un’occhiata di sbieco, come a chiedere: “Chi?”
“Non la conosci…” gli risposi in un sussurro.
“Capitano…” Duarte s’impettì, come se fosse stato fiero di qualche azione eroica, “le assicuro che non ho mai avuto a che fare con questa signorina. Una volta, a Port Royal, conobbi una certa señoritaHiginia, ma solo dopo seppi che in realtà era una señora, con tanto di marito, tuttavia le garantisco…”
Il capitano lo fermò protendendo il braccio destro, il palmo della mano aperto.
“Ti lavi le mani, Duarte?”
Duarte ebbe un sussulto…
“Beh… di continuo.”
Riuscii a fatica a trattenere una sonora risata. Duarte si lavava le mani solo quando per sbaglio toccava l’acqua di mare, il che comunque avveniva abbastanza spesso, lavorando su una nave…
“Bene. Sei assunto. Da ora sei il nuovo cambusiere. Puoi andare.”
Duarte restò alcuni secondi come inebetito, con la bocca semiaperta. Poi si ricompose in una specie di saluto militare e se ne andò verso il suo nuovo lavoro.
Toccava a me, ora…
“Lei conosce lo spagnolo, vero?”
“Beh… sì.”
“Bene.”
Il capitano si era versato altri due bicchieri di rum, e prontamente se li era scolati. Tornò a rimirare la luna, ora di un cupo porpora, il cielo sullo sfondo avvolto nelle tenebre più nere.
“Qui c’è bisogno di pararsi il cosiddetto, caro mio.”
Per un momento pensai che stesse parlando con il buio oltre le vetrate. Non fiatai.
L’Olandese si volse di tre quarti verso di me.
“Non trova?”
Purtroppo non era una domanda retorica. Il capitano rimase in attesa di una mia risposta.
“Beh… se lo dice lei, capitano…”
René il rosso si versò l’ennesimo bicchiere e lo tracannò come fosse acqua. Poi abbassò lo sguardo e si toccò le maniche della giubba, come a volersele sistemare.
“Parliamoci chiaro, amico mio…”, sollevò il capo sorridendo tra il furbesco e l’affabile, “qui siete ancora alle prime armi, e di gente esperta con me ne ho poca. Occorre procurarci un po’ di pratica senza metterci contro tutte le potenze di questi mari, capit’?”
Io non ci stavo capendo niente.
L’Olandese allargò il sorriso, sollevando ancora di più il capo e fregandosi le mani.
“Ora ce ne andiamo a Tortuga, a rilassarci un po’. Quindi faremo rotta per Maracaibo, dove lei sbarcherà, andrà dal Governatore e chiederà per noi una bella Lettera di Corsa.”
Ah, questa era bella… Mi si offriva il ruolo di ambasciatore dell’Olandese…
“Ma, capitano, io non ho molta esperienza in questo… settore, diciamo. E non sono l’unico che parli spagnolo, qui…”
René il rosso mi si avvicinò e mi mise la mano destra sulla spalla sinistra, con fare paterno… Il pesante alito alcolico mi avrebbe fatto accettare qualsiasi cosa, pur di uscire in fretta da lì…
“Caro amico mio… se mando uno dei miei lo impiccano prima ancora di toccar terra. Mi serve uno che non sia molto conosciuto, nel campo… uno che sappia tenere la testa bassa e avere bene in mente la posta in gioco.” Mi strizzò l’occhio con un fare da complice, ma io non intendevo essere correo delle sue malefatte, né da pirata né da corsaro. L’Olandese sembrò leggermi nel pensiero.
“Ricordati che il tuo caro amico Duarte sarà sempre qui con me.”
La mano sulla spalla terminò la stretta fraterna con un paio di pacche.
Ero fregato.


Capitolo terzo

SWEET JOHN

L’alba si rifletteva sul calmo specchio del mare in tutti i colori dell’iride.
I raggi del sole sembravano fiorire come petali di luce da dietro gli alberi dell’isola, della quale si apprezzava già la forma che le aveva valso il nome.
Una strana sensazione di pace surreale si era diffusa tra la ciurma, e ce ne stavamo in coperta, appoggiati al parapetto, a rimirare la nostra famigerata destinazione: Tortuga, il paradiso dei pirati.
“Di’, ma è vero che il governatore dell’isola, per…. normalizzare la situazione, alcuni anni fa ha importato milleseicentocinquanta prostitute?”
Duarte aveva appena finito di preparare le colazioni. Negli ultimi giorni se l’era cavata abbastanza bene, imparando a cucinare e a destreggiarsi con gli alimenti e i vari sistemi di cottura. Si erano avute solo cinque intossicazioni e un paio di epidemie di diarrea. Sarebbe potuto andar peggio, molto peggio.
“Sì, Duarte, amico mio. Pura verità. Eh beh… una popolazione di soli uomini, e di quella risma, alla lunga può sviluppare comportamenti… poco edificanti, diciamo così, e quindi al buon Jean Le Vasseur, il governatore, è venuta la bella idea di ingentilire l’atmosfera con qualche presenza femminile…”
“E… ha funzionato?”
“Bah… per correggere certe tendenze sì… ma per il resto… eh, non si tratta proprio di donne di casa, no?”
Duarte tentennava il capo in segno affermativo, gli occhi socchiusi e le labbra protese in avanti.
“Però… milleseicento e passa prostitute…”
Gli diedi una pacca sulla spalla.
“Stai pur tranquillo, non rischierai di trovare nessuna Igiene, lì…”
Un urlo atroce e straziante ci distolse dal panorama solare, che nel frattempo era mutato dal viola porpora al giallo arancio. Ci voltammo verso il centro della tolda, dove il nostro scandagliatore, un bravo marinaio che avevamo imbarcato diversi mesi prima nelle Barbados e che era arrivato da poco tempo dal Dahomey, se ne stava rannicchiato emettendo grida di terrore, simili a ululati.
“Uuuuhhh! Uuuuhhh! Vudù! Vudù!”
Si copriva la testa con le mani, ciondolando il capo in un gesto di diniego.
Uno dei tagliagole, impugnato il suo gatto a nove code, iniziò subito a somministrargli la cura, ma nonostante le scudisciate lo scandagliatore non mutava posizione e, anzi, con il tono della voce sempre più angosciante, continuava gli ululati e ripeteva la parola ‘Vudù’.
René De Boer apparve sulla soglia della sua cabina, le mani ai fianchi, lo sguardo infuocato.
“Beh! Che c’è ora? Che succede? What’s the matter?”
L’Olandese amava intercalare ogni tanto qualche espressione delle tante lingue conosciute: ora lo spagnolo, ora il francese, persino il danese… parlava correntemente, o almeno così dicevano i suoi sgherri, tutte le lingue civilizzate dei Caraibi.
Il tono cupo e rude della voce del capitano ebbe l’effetto di smuovere il povero marinaio il quale, sollevando il capo verso l’albero di trinchetto, allungando un braccio tremante e puntando l’indice verso l’alto, con gli occhi sgranati dal terrore, emise un suono gutturale e quasi indecifrabile nel lamento ululante che gli continuava in gola.
“Sweet John… Sweet John…!!!!!”
Io e Duarte ci guardammo con aria interrogativa. Sweet John? Era il nomignolo che era stato dato al giovanotto di coperta. Guardammo quindi verso il punto indicato dallo scandagliatore, il pennone di velaccino, da dove pendeva la gabbia sospesa in cui…
Restammo tutti a bocca aperta. Un silenzio tombale si propagò per tutta la tolda.
La gabbia era vuota. Il grosso lucchetto ben chiuso che ne assicurava tuttora la piccola porta fece scendere su di me, e penso su tutti noi, un freddo terrore. Stavo quasi per ululare anch’io…
“Vudù… Vudù!!!” continuava imperterrito il dahomeiano, “Vudù!!! Vudù…”
“Vudù un corno!” L’Olandese si fiondò verso il povero scandagliatore, e con un calcio ben assestato gli zittì le parole in bocca, facendogli saltare probabilmente, nel contempo, la metà dei denti. Non lo avremmo mai scoperto, perché in pochi secondi il tagliagole del gatto a nove code, afferrato un grosso pezzo di catena, l’avvolse con rapida perizia intorno al collo e alle mani del marinaio e lestamente gettò il povero diavolo fuori bordo. Non lo vedemmo più riemergere.
“E adesso statemi bene a sentire, masnada di giuggiole!”
René il rosso si era messo al centro della tolda, nel punto esatto occupato fino a poco prima dal disgraziato del Dahomey.
“Io navigo in queste acque da quarant’anni ormai… ho catturato mercantili, affondato fregate, incendiato galeoni, razziato città, incassato riscatti per migliaia di dobloni… y, mientras tanto, ne ho spediti più di uno all’inferno.” Fece una pausa guardando ognuno di noi negli occhi. “E nessuno è mai ritornato!”
Si mise quindi a camminare per la tolda, come se ci stesse passando in rassegna. La punta del suo stivaletto destro non era più arancione, ma rossa del sangue della sua ultima vittima.
L’Olandese si portò la mano destra davanti al viso, e si esaminò le unghie. Il tono di voce si addolcì, ma avevamo ormai capito che la dolcezza, in lui, era come la miccia che si estingueva nel focone del cannone prima dello scoppio delle polveri.
“Non voglio più sentire queste baggianate!” Guardò quindi la gabbia vuota. “Il vostro amico lassù ha fatto da pasto a qualche cormorano, tutto qui. Non c’è motivo di agitarsi. Anzi, questo ci toglierà il problema del cattivo odore, che cominciava a darmi un leggero fastidio. Sempre che qualcuno di voi non voglia andare a vedere di persona… Terrò la gabbia fissa sul pennone, d’ora in avanti, e vi mando su senza neanche la cortesia del giro di chiglia, capit’?”
Sorrise come se compiaciuto della sua battuta, non so dire se quella del giro di chiglia o quella del cattivo odore, forse non lo sapeva neanche lui… Ma era un tipo, René De Boer, di quelli che si compiacciono di compiacersi.
L’Olandese allargò il braccio sinistro con il palmo aperto verso l’isola che nel frattempo era aumentata di dimensioni, nella prospettiva del nostro avvicinamento.
“Vi offro una intera settimana di rilassamento, di quiete, di rum e di donne a volontà! Non voglio sentir parlare di nulla che non sia più che divertente, capit’?”
Posò poi le mani sul parapetto, rimirando la nostra destinazione, volgendo quindi il capo verso destra, nel cenno di rivolgersi a tutti noi.
“Nel caso non lo sappiate, vi informo che a Tortuga vige la legge dei Fratelli della costa. Lì, ognuno di noi è libero. Lì, nessuno può essere privato della vita o subire violenza alcuna senza il permesso dei miei amici bucanieri. I quali, en passant, vi faranno provare la loro specialità culinaria: il maiale cotto sul boucan, precisamente.” René il rosso guardò a questo punto, intensamente, Duarte. “Avrai qualcosa da imparare, Duarte e basta, ma non ti venga poi in mente di introdurre quel tipo di cottura sulla nave… il vomito e la diarrea passino, ma incendiare il brigantino… questo no, eh?”
Di nuovo compiaciuto, tornò a guardare l’isola, della quale ora si discerneva chiaramente la baia a sud est con alle spalle la montagna alberata a forma di tartaruga.
L’Olandese si volse di nuovo verso di noi. Lo sguardo ora duro, gli occhi due fessure, la bocca tesa in uno strano ghigno a labbra tirate.
“Ma soprattutto, ricordatevi che i Fratelli della costa, i bucanieri… la legge… sono amici miei.”

 

Io tornai a guardare il pennone di velaccino dell’albero di trinchetto. I cormorani avrebbero dovuto lasciare qualche brandello, qualche pezzo di stoffa, qualche oggetto non commestibile… La gabbia era completamente vuota.

 

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea è nata da una situazione reale dove vedevo intorno a me un mondo più simile alla pirateria dei tempi d’oro della filibusta che al mondo moderno. La trasposizione di ciò che accadeva giornalmente in un’ambientazione seicentesca e caraibica si è poi trasformata in un’opera a sé stante, dove la ricerca storica e l’analisi dei personaggi hanno preso la parte maggiore del lavoro.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

La difficoltà, ma anche la bellezza della scoperta, è stata quella della ricerca, soprattutto per rendere con precisione il vissuto del tempo. Faccio un esempio, per scrivere tre parole: “dopo cinque giorni”, ho impiegato quasi due settimane di ricerca, sui venti, sulle correnti, sulle capacità dei velieri del tempo, per ottenere un tempo realistico di percorrenza.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

I miei autori di riferimento in generale sono Frank Herbert, Paul Auster, i classici Shakespeare e Cervantes, Miguel de Unamuno, Ray Bradbury e tanti, tanti altri. Per questo romanzo devo molto a Herman Melville.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Vivo in provincia di Rimini, ma sono marchigiano di origine, della provincia di Pesaro. Ho vissuto anche in Lombardia e, all’estero, in Finlandia.

Gli impiccati non muoiono subito: presentazione e intervista a Maena Delrio

Anteprima dal libro "Gli impiccati non muoiono subito" e cinque domande all'autore

Gli impiccati non muoiono subito: presentazione e intervista a Maena DelrioGli impiccati non muoiono subito
Edito da NPS edizioni nel 2022 • Pagine: 168 • Compra su Amazon

Quarta di copertina:
Genova. Novembre 2018.
Una festa privata, su uno yacht di lusso, finisce in tragedia.
Arbatax, Sardegna. Pochi giorni dopo.
Il cadavere di un ricco imprenditore viene ritrovato, dilaniato dai cinghiali, nel bosco che conduce all’antico faro. Sembra un incidente, ma l’ispettrice Marcialis non è convinta. Muove le corde giuste, fa pressione, sprona all’indagine, fino ad addentrarsi nei segreti oscuri del promontorio, luogo maledetto secoli prima, destinato a portare alla rovina chiunque vi abiti.
Riuscirà una donna a spezzare la catena del fato?

Il romanzo ha vinto la seconda edizione del concorso letterario “Misteri d’Italia”, promosso dall’associazione culturale Nati per scrivere (2021).

Estratto:
Un’indagine. Una maledizione. Il passato s’infiltra nel presente e avvelena il futuro. Gli impiccati non parlano, ma le loro accuse silenziose pesano come macigni, nella mente degli assassini.
Cosa siamo disposti a sacrificare per mantenere le apparenze?

Un estratto dal libro scelto dall autore

PROLOGO

L’impiccato oscilla come mosso dal vento, con il collo stretto nel cappio ben annodato. La testa reclinata di lato, punta il dito verso la donna in piedi di fronte a lui. Gli occhi vagano sul viso pallido, giudici imparziali e incorruttibili.
“Colpevole”, sembrano mimare le labbra sottili, ma nessun suono attraversa la gola spezzata. “Colpevole”, dichiarano le pu-pille contratte come capocchie di spillo, prima che le iridi si rove-scino e mostrino i bulbi lattiginosi solcati da un reticolo di vene bluastre.
Il corpo appeso sussulta, gli spasmi si propagano attraverso l’aria circostante, scuotono il soffitto. Le pareti si lacerano, l’intonaco si sgretola, ricopre il pavimento.
«Non sei reale, non sei reale». La voce della donna è un rantolo soffocato. Fa un passo indietro, incespica, cade. Le scosse la tra-volgono. L’ultima immagine, prima di chiudere gli occhi, è una crepa sul muro che si allarga, macchia nera e indelebile sulla sua anima. La inghiotte insieme ai suoi incubi.

Porto di Genova.
Venerdì 23 novembre 2018.

La barca oscilla leggermente.
Cullata dalle onde che scivolano all’interno della baia, dondola sotto lo sguardo imparziale della vecchia Lanterna, che spinge il suo fascio luminoso verso chiunque abbia smarrito la rotta, anche contro chi non ha alcuna intenzione di ritrovarla, completamente immerso nella propria bufera personale.
Dormono quasi tutti, sul Perseo. Un sonno alcolico, alterato dalla vodka e dalle piste di coca che il padrone di casa ha genero-samente messo a disposizione di chiunque volesse servirsene.
La festa è stata la ciliegina sulla torta, eppure l’uomo non sem-bra essersi divertito. Vaga sul ponte, scavalca bottiglie di costoso champagne. Qualcuno ha rotto un bicchiere, i cristalli brillano sotto la luce bianca della luna. Dappertutto, i segni della baldoria appena consumata mostrano impietosi le debolezze e le vergogne di chi ha oltrepassato ogni limite. Escort abbandonate sui divanet-ti, come bambole disarticolate, giacciono a fianco dei clienti, alcu-ni talmente fatti da aver dimenticato di sollevarsi i pantaloni pri-ma di cedere alle lusinghe di Morfeo. Il trucco colato sul viso le rende simili a certi dipinti di Pollock, i capelli disfatti e sudati si appiccicano alla fronte, sul collo, sulle spalle. Alcune sono esperte, vere e proprie veterane dell’intrattenimento erotico per giovani e uomini maturi.
Sono quelle più care, dai vestiti raffinati, che sanno quanto val-gono e non tollerano scherzi. Altre sono giovanissime. Sono co-state poco. Una cinta di Vogue, un paio di occhiali di Gucci. La promessa di partecipare al party più esclusivo della città. Un mise-ro prezzo per abusare della freschezza di quei corpi dai seni pic-coli e dai fianchi sinuosi, dagli occhi innocenti e dalle bocche ros-se come fragole al sole.
Mentre riposano però si somigliano, sono tutte vulnerabili, fragili. Tristi, o solo malinconiche. L’uomo si sorprende a cercare di indovinare cosa stanno sognando, forse una normalità alla qua-le non potranno mai avere accesso.
Anche la ragazzina dorme, stesa su uno dei letti della cuccetta di prua. Indossa un paio di mutandine con i cuoricini e una ma-glietta che tira sul seno, troppo piccola per contenere la floridità dei suoi quindici anni, sulla quale fa bella mostra di sé un’emoticon gialla, tonda e sorridente. I piercing sul sopracciglio e al naso le conferiscono un’aria aggressiva, di giorno. La notte, pe-rò, torna a indossare i tratti aggraziati della sua fanciullezza.
L’uomo si china su di lei, le fa una carezza sulla fronte. Si sor-prende a guardarle le gambe lunghe e il sedere sodo. Si vergogna dei suoi stessi pensieri. In fondo, non è diverso dai maschi carichi di testosterone buttati qua e là sul ponte. Le getta addosso una coperta, distogliendo lo sguardo. Forse è stato troppo brusco, perché la ragazza si sveglia.
«Papà…» Gli occhi di Alice brillano nell’oscurità. Alza una mano bianchissima, con le unghie rosicchiate laccate di verde e azzurro. Gli fa cenno di sedersi accanto a lei. Lui la accontenta, le prende una mano. «Non mi abbandoni, vero?»
«No, tesoro mio, non ti abbandono».
Lei gli posa un bacio leggero a fior di labbra, poi appoggia la testa sulla sua gamba.
«Ho fatto un brutto sogno. Ti prego, rimani con me».
L’uomo annuisce, in silenzio. Il respiro si fa pesante. Sprofon-da di nuovo nel sonno.

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea è nata un pomeriggio, mentre parlavo al telefono con una cara amica di penna che mi parlava di Giallo Apparente. da tempo volevo scrivere qualcosa che fosse ambientato nel mio paese, Tortolì, e che prendesse spunto da una leggenda che circolava attorno al teatro San Francesco, anticamente convento di frati cappuccini fuggiti, si pensa, in seguito a gravi fatti delittuosi. Perciò, ho preso la palla al balzo ed è nata la mia protagonista, l’ispettrice Claudia Marcialis.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Non è stato per nulla difficile. Credo di non averci messo più di due settimane, ma quando ho l’ispirazione giusta mi capita spesso, comincio e non termino finché non scrivo la parola fine.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Non ne ho, o forse dovrei dire che ne ho tantissimi. Sono una lettrice forte, onnivora, anche se gli storici e i gialli hanno su di me più attrattiva dei romance. Marquez forse è uno di quegli autori da cui ho imparato di più, in realtà ogni grande autore che incontro, letteralmente parlando, mi dona qualcosa.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Vivo a Tortolì, una città che si affaccia sul mare sulla costa orientale della Sardegna, da quando avevo vent’anni, perciò mi considero tortoliese a tutti gli effetti. Però ho fatto l’infanzia una quindicina di chilometri più a nord, a Santa Maria navarrese, una frazione del comune di Baunei che è un paesino di 2000 anime abbarbicato sulla montagna che si affaccia sul golfo di fronte all’Isolotto d’Ogliastra. Credo che nascere lì abbia contribuito notevolmente ad accrescere la mia anima artistica, in ogni senso. Sono legatissima alla mia terra e penso che si senta in ogni mio scritto.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho in uscita un romanzo per maggio 2024, Donne di ginepro, non sarà un thriller ma una saga familiare ambientata nel periodo tra le guerre mondiali in un paese immaginario situato nella mia Ogliastra, tra Tortolì e Baunei. L’ho scritto dodici anni fa e finalmente vedrà la luce dopo questa lunghissima gestazione, perciò per me è un sogno che si avvera.

L’ultimo libro di Ken Follett (con anteprima!)

Tutto su "Le armi della luce", ultimo libro di Ken Follett

L’ultimo libro di Ken Follett appartenente all’amatissima saga storica Kingsbridge, il quinto della stessa, è stato pubblicato in Italia a settembre 2023 da Mondadori. Il titolo è “Le armi della luce“. Il romanzo, lungo poco più di 700 pagine, è ambientato tra gli ultimi anni del 1700 e il primo quarto del 1800, periodo di innovazioni tecniche e scientifiche di portata sconvolgente. [Read more…]

L’uso della metafora in psicologia, la fiaba: anteprima dal libro

Anteprima dal libro "L'uso della metafora in psicologia: la fiaba"

L’uso della metafora in psicologia, la fiaba: anteprima dal libroL'uso della metafora in psicologia: la fiaba
Edito da AliRibelli Edizioni nel 2021 • Pagine: 170 •

Per parlare a un bambino è necessario sintonizzarsi col suo linguaggio. L'uso della metafora in psicologia: la fiaba è un manuale rivolto a chi si occupa di relazione di aiuto e in cui la fiaba diventa strumento che permette di abbattere la barriera comunicativa con l’adulto, riconoscendo al bambino modalità di espressione più profonde e più immediate.

Un estratto dal libro scelto dall autore

La fLa fiaba trova le sue radici nella tradizione popolare. È un tipo di narrativa al cui interno ritroviamo creature fantastiche, esseri soprannaturali e, in tal senso, si differenzia dalla favola nella quale, invece, i protagonisti sono generalmente animali antropomorfizzati e dalle cui avventure traiamo sempre un insegnamento morale, più o meno esplicito.
Nella fiaba il bambino trova una chiave, una modalità che gli consente di aprirsi al mondo interiore, dal momento in cui essa parla il linguaggio delle sue emozioni più profonde. Le paure e le fragilità vengono raccontate e, nel contempo, viene data la possibilità di arrivare a una soluzione per ritrovare serenità: non siamo noi a compiere le azioni, ma i personaggi della storia i quali, però, nel loro agire riflettono il nostro Io interiore e, nel far questo, ci consentono di vedere le situazioni che stiamo affrontando secondo differenti sfaccettature e angolazioni. La fiaba ci consente di uscire dal guscio interiore dandoci però la sensazione di non esserci esposti veramente. Essa ha un’origine antica, che si perde nella notte dei tempi. Erano gli anziani del villaggio, rispettati in quanto saggi, a trasmettere oralmente il patrimonio culturale e, grazie a loro era possibile non solo venire a conoscenza di pratiche ma anche di superstizioni, miti, credenze religiose e fiabe dove si raccontavano le gesta degli eroi. Tali eroi poi diventavano i modelli da imitare, coloro ai quali affidare paure, fragilità. La fiaba aveva per tutti, adulti compresi, un valore educativo ed esistenziale.
Era fiaba per tutti: fiaba per gli adulti, fiaba per l’intero popolo.
Con lo sviluppo del razionalismo, nell’età dei Lumi, la fiaba viene relegata a passatempo per vecchi e bambini, bandita in quanto inadatta ad una mente adulta, capace di affrontare la realtà grazie a capacità razionali. Nella fiaba non c’è tempo, lo spazio non è ben identificabile, può accadere tutto e il contrario di tutto, ci sono i buoni, i cattivi, i coraggiosi, gli eroi. Nelle fiabe il bene vince sul male e il bambino si identifica con l’eroe buono, che esercita una forte attrattiva su di lui. Il bambino non si chiede: “Voglio essere buono?” ma, “Come chi voglio essere?” La fiaba ha la forza di ancorarsi a contenuti profondi lavorando su emozioni importanti senza che per questo il bambino si senta in pericolo. Nel mondo della fiaba ci sono orfani, matrigne, mostri, lupi, regine cattive, bene e male si incontrano e si scontrano laddove il meraviglioso e il magico consentono anche l’impossibile.
La fiaba è uno strumento che permette di abbattere una barriera comunicativa tra bambino e adulto. La fiaba quindi ci permette di entrare direttamente nel mondo interiore del bambino poiché essa può offrire al bambino opzioni per un nuovo modo di essere, permettergli di avere una visione più ampia per affrontare i più comuni problemi emotivi, e suggerirgli meccanismi su come affrontare un problema dandogli nel contempo la possibilità di trovare una soluzione creativa per superare ostacoli che fino a quel momento sembravano insormontabili. I bambini hanno minori strategie e sicuramente meno sofisticate per gestire emozioni intense e difficili, mancano loro le risorse interne che gli consentono di pensarle o regolarle. Le conseguenze di questo possono essere, per ovvi motivi, dolorose: comportamenti aggressivi, difficoltà di apprendimento, bullismo, disturbi del sonno, dell’alimentazione, incontinenza ed enuresi, fobie, ansie, sono fenomeni che diventano un campanello d’allarme per l’adulto che si occupa di lui. Un bambino tormentato dalle sue emozioni, in genere non ne parla in modo esplicito ma utilizzerà più facilmente espressioni quali: “sono arrabbiato” o “mi sto annoiando”. Inevitabilmente, questo non consente di comprendere la profondità del problema che lo affligge, a maggior ragione per il fatto che adulti e bambini non parlano lo stesso linguaggio.
Per i bambini, infatti, il linguaggio naturale delle emozioni è fatto di metafore e di immagini proprio come quello delle fiabe e dei sogni, per questo motivo spesso non riescono a farsi comprendere dagli adulti, i quali di conseguenza, molte volte non riescono a dare loro quell’aiuto di cui essi hanno invece bisogno. Quando un bambino chiede aiuto, in quanto adulti, il più delle volte cerchiamo di smascherare piuttosto che comprendere, in una sorta di contrapposizione tra il suo modo di pensare e il nostro, che ci porta inevitabilmente a riconoscere quanto questi siano diversi.
Il bambino potrà identificarsi con i personaggi e con gli eventi che verranno descritti e in questo modo, non si sente isolato, riesce a creare un ponte fra la propria vita reale e gli eventi della narrazione. Il bambino può, nello stesso momento, guardare il problema e rimanerne distante, attivare risorse e capacità, ma non sentirsi minacciato. Il bambino passa dal dire “Nessuno ha il mio problema” al “Loro avevano un problema come il mio”.
Il linguaggio della fiaba è, in qualche modo un linguaggio che appartiene a tutta l’umanità, a tutte le età, a tutte le razze e civiltà. Fiabe e racconti sono narrazioni che parlano, a chi ascolta o a chi legge, della condizione umana: pensiamo alla storia di Cenerentola, nella quale si tratta del maltrattamento dei figliastri prima ancora che l’abbandono, la violenza e lo sfruttamento dei bambini fossero temi di dibattito generale.
Utilizzare la fiaba aiuta noi adulti, genitori, psicologi, pedagogisti, educatori o terapeuti, ad essere maggiormente consapevoli della creatività di cui abbiamo bisogno per aiutare il bambino: vuol dire in qualche modo ritornare al bambino che è in noi, ritrovare le piacevoli fantasie e la spontaneità di quel periodo; vuol dire prendere contatto con il bambino che abbiamo dentro:
Esemplifico facendo riferimento al Brutto anatroccolo di Andersen e considerando i tre momenti tipici della fiaba:
1. l’anatroccolo nasce con il suo aspetto buffo, diverso dai fratelli e da tutti gli altri volatili dell’aria  il protagonista ha un PROBLEMA, per questo viene deriso e rifiutato
2. … l’anatroccolo se ne va, dal momento in cui i maltrattamenti nei suoi confronti non fanno che peggiorare. Vola verso la palude sperando di trovare accoglienza da parte delle anatre selvatiche si manifesta una CRISI
L’anatroccolo, infatti, potrebbe subire le critiche e rassegnarsi a riceverle e incassarle. In realtà scappa. Scappa perché non vuole arrendersi. Scappa perché non vuole omologarsi. L’identificazione con il gruppo, il riconoscimento di comportamenti condivisi, è passaggio importante per la ricerca della propria individualità. Tutto questo rende più forti. Solo così si cresce e si diventa adulti.
3. … passato l’inverno si specchia nell’acqua, dove scorge la sua nuova bellissima immagine. L’avere patito tante miserie e avversità gli permette di poter apprezzare l’essere felice: «Era troppo felice ma non superbo, perché un cuore buono non diventa mai superbo»  la SOLUZIONE e il LIETO FINE
Quindi, le fiabe presentano sempre un problema e, per definizione, tutto finisce bene. La fiaba presenta il problema e la soluzione del problema. Nelle fiabe, i bambini vincono contro genitori crudeli, contro streghe cattive e le fiabe sono per loro la voce della speranza.
«[…] le fiabe hanno un valore senza pari: offrono nuove dimensioni all’immagine del bambino, dimensioni che egli sarebbe nell’impossibilità di scoprire se fosse lasciato completamente a se stesso. Cosa ancora più importante, la forma e la struttura delle fiabe suggeriscono al bambino immagini per mezzo delle quali egli può strutturare i propri sogni ad occhi aperti e con essi dare una migliore direzione alla propria vita». BETTELHEIM,
LA FIABA È IL LUOGO DI TUTTE LE IPOTESI; ESSA CI PUÒ DARE DELLE CHIAVI PER ENTRARE NELLA REALTÀ PER STRADE NUOVE, PUÒ AIUTARE IL BAMBINO A CONOSCERE IL MONDO (RODARI)
«Qualunque dolore può essere sopportato se si traduce in una storia»
iaba trova le sue radici nella tradizione popolare.
È un tipo di narrativa al cui interno ritroviamo creature fantastiche, esseri soprannaturali e, in tal senso, si differenzia dalla favola nella quale, invece, i protagonisti sono generalmente animali antropomorfizzati e dalle cui avventure traiamo sempre un insegnamento morale, più o meno esplicito.

Nella fiaba il bambino trova una chiave, una modalità che gli consente di aprirsi al mondo interiore, dal momento in cui essa parla il linguaggio delle sue emozioni più profonde.
Le paure e le fragilità vengono raccontate e, nel contempo, gli viene data la possibilità di arrivare a una soluzione per ritrovare serenità: non siamo noi a compiere le azioni, ma i personaggi della storia i quali, però, nel loro agire riflettono il nostro Io interiore e, nel far questo, ci consentono di vedere le situazioni che stiamo affrontando secondo differenti sfaccettature e angolazioni.

La fiaba ci consente di uscire dal guscio interiore dandoci però la sensazione di non esserci esposti veramente.
Essa ha un’origine antica, che si perde nella notte dei tempi.
Erano gli anziani del villaggio, rispettati in quanto saggi, a trasmettere oralmente il patrimonio culturale e, grazie a loro era possibile non solo venire a conoscenza di pratiche ma anche di superstizioni, miti, credenze religiose e fiabe dove si raccontavano le gesta degli eroi. Tali eroi poi diventavano i modelli da imitare, coloro ai quali affidare paure, fragilità. La fiaba aveva per tutti, adulti compresi, un valore educativo ed esistenziale.
Era fiaba per tutti: fiaba per gli adulti, fiaba per l’intero popolo.
Con lo sviluppo del razionalismo, nell’età dei Lumi, la fiaba viene relegata a passatempo per vecchi e bambini, bandita in quanto inadatta ad una mente adulta, capace di affrontare la realtà grazie a capacità razionali.

Nella fiaba non c’è tempo, lo spazio non è ben identificabile, può accadere tutto e il contrario di tutto, ci sono i buoni, i cattivi, i coraggiosi, gli eroi.
Nelle fiabe il bene vince sul male e il bambino si identifica con l’eroe buono, che esercita una forte attrattiva su di lui.
Il bambino non si chiede: “Voglio essere buono?” ma, “Come chi voglio essere?”

La fiaba ha la forza di ancorarsi a contenuti profondi lavorando su emozioni importanti senza che per questo il bambino si senta in pericolo.

Nel mondo della fiaba ci sono orfani, matrigne, mostri, lupi, regine cattive, bene e male si incontrano e si scontrano laddove il meraviglioso e il magico consentono anche l’impossibile.

La fiaba è uno strumento che permette di abbattere una barriera comunicativa tra bambino e adulto.

La fiaba quindi ci permette di entrare direttamente nel mondo interiore del bambino poiché essa può offrire al bambino opzioni per un nuovo modo di essere, permettergli di avere una visione più ampia per affrontare i più comuni problemi emotivi, e suggerirgli meccanismi su come affrontare un problema dandogli nel contempo la possibilità di trovare una soluzione creativa per superare ostacoli che fino a quel momento sembravano insormontabili.

I bambini hanno minori strategie e sicuramente meno sofisticate per gestire emozioni intense e difficili, mancano loro le risorse interne che gli consentono di pensarle o regolarle.

Le conseguenze di questo possono essere, per ovvi motivi, dolorose: comportamenti aggressivi, difficoltà di apprendimento, bullismo, disturbi del sonno, dell’alimentazione, incontinenza ed enuresi, fobie, ansie, sono fenomeni che diventano un campanello d’allarme per l’adulto che si occupa di lui.

Un bambino tormentato dalle sue emozioni, in genere non ne parla in modo esplicito ma utilizzerà più facilmente espressioni quali: “sono arrabbiato” o “mi sto annoiando”. Inevitabilmente, questo non consente di comprendere la profondità del problema che lo affligge, a maggior ragione per il fatto che adulti e bambini non parlano lo stesso linguaggio.

Bagliori di buio: presentazione e intervista a Luigi Fabi

Anteprima dal libro "Bagliori di buio" e cinque domande all'autore

Bagliori di buio: presentazione e intervista a Luigi FabiBagliori di buio
Edito da Casa Editrice Edizioni Montag nel 2023 • Pagine: 198 •

Johnny è un ragazzo riservato. Per qualcuno è addirittura introverso.
Anni fa, quando egli era ancora un bambino, un tragico incidente lo priverà per sempre delle
cose a lui più care. I suoi genitori. Tragedia che segnerà per sempre la sua esistenza, come un
solco sulla pelle che non andrà più via. Solo il costante impegno dei nonni, i suoi angeli custodi,
riuscirà a rendere un po’ meno amaro e faticoso il suo cammino.
Un giorno qualunque Johnny farà ritorno nel bosco. Quel luogo a lui tanto caro e un po’ magico,
dove ritrovare la quiete e ritrovarsi con sé stesso. È qui che tutto avrà inizio. In un battito di
ciglio, l’uomo si troverà catapultato nel peggiore degli incubi. Il Tartaro. Un inferno
sotterraneo, dimensione estrema che lo condurrà a fare scoperte impensabili costringendolo a
districarsi tra forme di vita poco umane e segreti militari e ad affrontare faccia a faccia il
proprio passato. Il sentiero sarà impervio e gremito di ostacoli, un percorso tutto in salita che
minerà la via a più riprese per mezzo di trappole e imprevisti a non finire. Dai nemici più letali
fino agli amici, passando per Senzanome, una figura chiave complessa e a dir poco controversa
quanto enigmatica.
A farne le spese ci saranno anche l’amico fraterno Thomas e la dolce Lysa. Quest’ultima non
sembrerà più la stessa di sempre. Qualcosa in lei sembra cambiato.
Come se ciò non bastasse, vi è poi il momento di una sconvolgente rivelazione. Senzanome, la
figura misteriosa, si scoprirà avere con il giovane uomo un vecchio legame di sangue. Molto
più di una semplice circostanza li accomuna.

Un estratto dal libro scelto dall autore

CAPITOLO 1
IL BUIO OLTRE

Quando Johnny riprese conoscenza, un ampio senso di inquietudine si materializzò dinanzi ai suoi occhi lucidi, mostrandosi ma non ancora svelandosi in tutte le sue forme, fin troppo incoerente per essere preso sul serio.
Ogni pensiero logico venne presto messo a tacere, sopraffatto da una prepotente forma di insensatezza che tuttavia, dava l’idea di non volersi svelare totalmente nell’immediato. Se si trattasse di realtà o semplice allucinazione non gli era ancora dato saperlo, nella sua testa viaggiavano entrambe sulla stessa lunghezza d’onda, immerse in un silenzio agghiacciante che gli martellava le tempie. Nell’aria rarefatta risuonava il ripetersi estenuante di una percezione nefasta, attimi interminabili dei quali avrebbe preferito di gran lunga fare a meno. Non voleva essere lì, in qualsiasi altro maledetto luogo sì ma, per carità, non lì. Povero sciocco!
Con lo sguardo giunse fin dove la vista glielo consentiva, fu però quello che non riusciva a scorgere che lo turbò nel profondo dell’anima: una ferita che gli trapassava la carne da parte a parte, come una scossa elettrica. Un brivido lo pervase da cima a fondo, diffondendosi in ogni dove, facendosi strada, a poco a poco, attraverso ogni orifizio del suo corpo.
Era tutto lì e tutto era troppo. Lo sarebbe stato per chiunque. Né ieri né domani, adesso era solo adesso e, come mai prima d’allora, si trovava a dover affrontare una sfida del tutto fuori dalla sua portata; totalmente immerso nelle profondità di una nuova dimensione ai limiti del kafkiano, tutta da vivere per non morire.
Chiuse gli occhi e attese il giusto, un tempo che però non portò i benefici sperati poiché una volta riaperti tutto gli apparve identico a come l’aveva lasciato.
Difficile, se non impossibile, cogliere la dimensione esatta dello scorrere del tempo quando si è relegati all’interno di un delirio. Per uscire potrebbero servire pochi minuti, ore, giorni o addirittura o intere settimane. Una vita parallela racchiusa in un battito di ciglia senza fine, dove il tempo non esiste o semplicemente siamo noi a deciderne lo scorrere. Come in un sogno, o qualcosa del genere: quando si viaggia con la fantasia ci si può muovere senza limiti e confini, spostarsi a velocità supersoniche attraverso lo spazio-tempo del proprio essere. Tutte le nostre certezze, tutto quello che fa di ognuno di noi quel che siamo rischiano di sfuggirci di mano come polvere al vento, castelli incrollabili che diventano sabbia e sabbia che diventa pietra. Chi tenta di spiegarlo lo chiama inconscio, chi non lo fa si limita ad accoglierlo quando questo bussa alla propria porta.
Johnny strizzò forte gli occhi una volta ancora e più di prima, portandosi contemporaneamente la mano destra a ridosso della bocca, mordicchiandola con veemenza tra il polso e il pollice neanche fosse una succulenta coscia di pollo. Un meccanismo le cui dinamiche già ampiamente collaudate in passato, senz’altro discutibili e ai limiti del grottesco, si erano dimostrate il più delle volte funzionali alla causa e di grande efficacia. Era un modo come un altro per far ritorno in maniera piuttosto rapida dal suggestivo universo dettato, per lo più, da quelli che erano i propri incubi; laddove, seppur consapevolmente recluso, non riusciva a evadere con la sola forza della mente. Se la procedura veniva eseguita nel modo corretto, l’esperimento andava a buon fine, si faceva ritorno nel mondo reale e, a quel punto, non rimaneva che gettare nel dimenticatoio le eventuali scorie create dalla sua mente creativa.
Fino a quel momento aveva sempre fornito risultati più che soddisfacenti, stavolta però qualcosa sembrava non essere andata come pronosticato e sperato. La situazione in cui il ragazzo era costretto era rimasta tale e quale, eccezion fatta per la sua povera mano. Il dolore che provava a seguito del morso, quello sì che sembrava reale, niente a che vedere con gli esperimenti passati. Questo fatto aveva generato in Johnny un’idea ben precisa e piuttosto amara nella sua accezione. Per poter uscire da una porta, o da un qualsiasi altro luogo, è imperativo esservi prima entrati. Era un concetto banale quanto fondamentale.
Aveva sbagliato a fare i suoi calcoli. Tutto qua. L’immaginario che gli ruotava attorno era ingannevole. La realtà era diversa e non frutto di fantasie o sogni a occhi aperti. Una realtà unica e sconcertante, un ambiente dai contorni enigmatici, le cui pareti trasudavano un odore intenso e pungente che gli riportava alla mente l’erba di un prato falciata di fresco, un tanfo tale da saturargli i polmoni a ogni singolo respiro. Un bruciore acuto discendeva dalle narici e proseguiva attraverso la gola e la trachea fino ai polmoni.
Fredda e dura era la superficie sulla quale Johnny giaceva riverso. La vista annebbiata gli impediva di distinguere i miseri dettagli che emergevano nella fitta penombra. I suoi sensi si andavano affievolendo, fin quasi a perdersi nel nulla di quel singolare silenzio, mentre i pensieri si facevano sempre più confusi e illogici, surclassati da una forte emicrania che gli rendeva difficile ragionare.
Si portò una mano sul capo dolente accorgendosi della presenza di una profonda lacerazione che partiva dalla tempia sinistra e terminava all’attaccatura dei capelli sopra l’orecchio. La cosa positiva era che sembrava fosse in via di guarigione: il sangue fuoriuscito in precedenza si era arrestato e rappreso, formando la classica crosticina.
Man mano che riprendeva coscienza di sé, la memoria, seppur a piccole dosi, iniziava a ripercorrere le sequenze delle sue azioni recenti, a partire dai suoi ultimi ricordi, da quando la situazione non aveva ancora preso una brutta piega. E dire che quello avrebbe dovuto essere un giorno come un altro.
Tutto era cominciato nella piena consapevolezza delle proprie azioni. Quelle scelte fatte senza rifletterci più del necessario, per non rischiare che l’entusiasmo potesse svanire lasciando quell’amaro in bocca difficile da mandar via. Era stato un po’ come prendere un treno al volo: un gesto rischioso, certo, ma strabordante d’adrenalina.
Fu in uno di quei momenti che le cose per Johnny avevano preso una strada totalmente differente e inaspettata da come si erano prospettate inizialmente.
Fermati ragazzo, avrebbe detto il vento se solo avesse avuto il dono di sussurrargli all’orecchio parole persuasive, cose non da tutti ma solo da chi ti vuole bene.
Era tardi per tornare sui propri passi, si poteva solo
guardare avanti. Senza un motivo in particolare, se non la sola voglia matta e irrefrenabile di andare oltre, spingendosi oltre quei confini che mai prima d’ora aveva oltrepassato. Il bosco. Un territorio a lui tanto caro, che considerava al pari di un amico sincero. Un eccesso di confidenza questo, che gli si rivelò fatale.
Ora nella sua testa tutto appariva plausibilmente più nitido e logico. Quegli stessi presagi, fino a quel momento solo cautamente ipotizzati, ammettevano sempre più l’esistenza di certezze che avrebbero fatto accapponare la pelle a chiunque. Per mano di chi e per quale oscuro motivo Johnny fosse costretto in quell’inferno erano interrogativi ancora troppo acerbi per essere risolti su due piedi. Domande che non trovavano alcuna risposta plausibile mentre, di respiro in respiro, si faceva sempre più dilagante in lui il senso d’angoscia: prigioniero di un orrore che lo vedeva ballare sospeso come un grosso pachiderma su un filo sottile e tagliente.

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

Era da molto tempo che volevo scrivere questa storia, avevo in mente però solo l’inizio. Il resto è venuto da sé, in maniera semplice, normale. Come ognuno di noi, giorno dopo giorno, ora dopo ora, traccia il proprio cammino. Tanto, forse troppo.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Ci sono voluti anni della mia vita. Lacrime e sangue. Ma rifarei tutto, davvero.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Stephen king, Clive Barker, Chuck Palahniuk, Alessandro Baricco, Dacia Maraini. Forse non c’entra nulla ma ho amato Dylan Dog.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Sono di Roma ma ogni tanto faccio la spola con l’Ecuador, paese di origine della mia compagna.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ancora non lo so. Mi piacerebbe continuare a scrivere ma non credo farò un sequel di questo romanzo. Voglio mettermi nuovamente alla prova con qualcosa di nuovo. Ci riuscirò? Chi vivrà, vedra.

Galoppando contro vento: presentazione e intervista a Rossella Montemurro

Anteprima dal libro "Galoppando contro vento. I Western Haflinger di Emanuele Lamacchia" e cinque domande all'autore

Galoppando contro vento: presentazione e intervista a Rossella MontemurroGaloppando contro vento. I Western Haflinger di Emanuele Lamacchia
Edito da Altrimedia Editore nel 2023 • Pagine: 72 •

Haflinger di Emanuele Lamacchia (prefazioni di Eugenio Latorre, trainer professionista e giudice internazionale, e Andrea Nardoni, direttore Anacrhai Haflinger Italia) ha chiesto a Emanuele – tra i più giovani allevatori e preparatori di cavalli razza Haflinger del Centro Sud, istruttore western e accompagnatore equituristico Fitetrec-Ante, responsabile dell’Eledorado Ranch – di sfogliare con lei il suo album di ricordi per permetterle di raccontare una storia d'altri tempi perfettamente calata nella contemporaneità.

Un estratto dal libro scelto dall autore

Una meravigliosa follia. Lo definirei così l’amore per i cavalli. Appartenendo molto anche a me, nella storia di Emanuele non ho potuto fare a meno di immedesimarmi. Giovanissimo ha puntato tutto sui cavalli, ha ammesso di non aver mai avuto un piano B: a muoverlo, appunto, è stato solo l’amore, meraviglioso e folle, lo stesso che ancora oggi lo spinge quasi a mettere tra parentesi quella che la maggior parte di noi definisce una “vita normale” – la frenesia, l’essere costantemente online, quelle corse contro il tempo che ormai sono il leitmotiv delle nostre giornate – per abbandonarsi ai ritmi della natura. La sua è pura filosofia western.
Addentrarsi nell’Eledorado Ranch permette di respirare un’atmosfera sana: incantarsi guardando gli Haflinger al galoppo, perdersi nelle immense distese di verde che lo circondano, durante passeggiate rilassanti nelle quali in sella Emanuele diventa un Cicerone prezioso. Sembra di essere approdati in un universo a parte, di star attraversando un’altra dimensione dove la calma, il silenzio e la tranquillità sovrastano quei rumori di fondo – molesti, snervanti – che purtroppo ci accompagnano dalla mattina alla sera.
In numerosi passaggi di questo libro ho ripetuto che i cavalli o si amano o si odiano. Non esistono mezze misure. Eppure, basterebbe cambiare prospettiva, avvicinarsi senza pregiudizi al mondo dell’equitazione per restarne quantomeno incuriositi. E non ho dubbi che arrivando all’ultima pagina più di qualcuno si lascerà andare alla magia, rigorosamente a briglie sciolte.
Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea di scrivere questo libro è nata dall’aver conosciuto Emanuele Lamacchia, tra i più giovani allevatori e preparatori di cavalli razza Haflinger del Centro Sud. “Galoppando contro vento. I Western Haflinger di Emanuele Lamacchia” (prefazioni di Eugenio Latorre, trainer professionista e giudice internazionale, e Andrea Nardoni, direttore Anacrhai Haflinger Italia) vuole essere una narrazione diversa del Meridione, lontana dallo stereotipo di un Sud inoperoso o che si piange addosso. Questo è un Sud che si dà da fare e scommette su se stesso, proprio come ha fatto Emanuele: è rimasto nella sua terra, ha rischiato ed è stato disposto a fare sacrifici che non tutti, alla sua età, avrebbero fatto.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Per scriverlo è stato necessario ascoltare Emanuele, intervistarlo affinché potesse parlarmi della sua bella storia. Abbiamo dovuto conciliare il tutto con i suoi tanti impegni al ranch, spesso gli appuntamenti slittavano e inevitabilmente ritardava il cronoprogramma per la stesura. Direi però, a libro concluso, che ne è valsa la pena.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Adoro, tra gli italiani, Mariolina Venezia, Silvia Montemurro, Andrea Bajani, Niccolò Ammaniti e Chiara Gamberale solo per citarne alcuni. Tra gli stranieri, Stephen King e Jane Corry per i thriller.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Ho sempre vissuto a Matera.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ce ne sono tanti ma per scaramanzia preferisco non svolarli.

L’amore vince sempre: un amore regale: presentazione e intervista a Emanuela Molaschi

Anteprima dal libro "L'amore vince sempre: un amore regale" e cinque domande all'autrice

L’amore vince sempre: un amore regale: presentazione e intervista a Emanuela MolaschiL'amore vince sempre: Un amore regale
Edito da lulu.com nel 2023 • Pagine: 167 •

Un fantasy davvero divertente. La storia di una ragazzina, Ellie Allie, figlia di reali di un regno immaginario, Intrigntes, la quale si trova orfana a soli 11 anni, in seguito alla morte dei suoi genitori, vittime di intrighi di corte. Dopo una infanzia che le ha tarpato le ali a causa di un addestramento forzato alla vita di corte, la principessina si troverà ad affrontare le sue responsabilità come regnante alla sua giovane età. La sua perspicacia e intraprendenza però le faranno presto intuire come fuggire da un mondo che non soddisfa le sue aspirazioni ed entrare in uno meno regale, ma più umano e appagante. La sua vita si popolerà di figure eterogenee, alcune positive che le ridaranno la voglia di sorridere, altre invece che si riveleranno insospettatamente nemiche ed infide. Il libro mette a fuoco, pur se in chiave comica, un mondo che esiste solo sulla carta, il quale presenta tanti valori positivi e aspetti negativi che contraddistinguono la nostra realtà: l’amore, l’amicizia, l’altruismo, la fedeltà da una parte, i pregiudizi, la sete di potere e di ricchezza, l’invidia e l’inganno dall’altra. L’ultima parola resterà comunque all’amore, come dice il titolo.

Un estratto dal libro scelto dall autore

Così, Ellie Allie si era ritrovata un’intera orchestra a disposizione per ballare col suo innamorato. Al termine dell’ultimo brano richiesto da Maven, lui l’aveva portata in cortile. Subito dopo, erano esplosi dei fuochi d’artificio. La regina aveva guardato in alto ed aveva visto mille luci colorate. Tra le forme più belle e romantiche, c’era una scritta: “Ellie Allie, vuoi seriamente sposarmi?” Lei rise per la parola ‘seriamente’.
Maven era davvero convinto che lei prendesse tutto questo come uno scherzo?
Cercò di dire sì, ma le venne da piangere e non capì nemmeno lei cosa avesse detto. Si appoggiò a lui e lasciò che le lacrime scendessero. Era troppo emozionata.
Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

Il libro L’amore vince sempre: un amore regale scritto da Emanuela Molaschi partecipa alla Fiera del Libro Online Summer Edition dal 15 al 30 agosto. Assieme all’altra opera dell’autrice, Natale EXTRA di Extraterrestre… Aliena presentata alla stessa iniziativa, raggiungendo il primo posto nelle visualizzazioni. Ne L’amore vince sempre: Un amore regale ci sono pochi personaggi. La maggior parte sono di contorno. Non servono a molto, se non a creare certe situazioni e spiegare alcuni comportamenti. I principali sono quelli effettivamente importanti nel racconto. Questi personaggi sono stati ispirati da test Quotev che ho messo insieme, creando dei personaggi nuovi con caratteristiche che non avrebbero mai avuto e con delle avventure completamente diverse. Come sempre, dovendo stare chiusa in casa per motivi di salute, mi posso ispirare principalmente a libri, film, canzoni, sogni e giochi. Ho scelto di mischiare alcuni dettagli di alcuni test perché mi avevano fatta uscire dal blocco dello scrittore e si accostavano a mie caratteristiche personali o sogni. L’ossessione per i Pretzel, volutamente esagerata, ad esempio, è una mia caratteristica. La Filarmonica di New York e La fontana, seppur collocata nel giardino di una scuola, sono altre due cose che mi interessano. La musica è molto importante per me e far ricevere una proposta di matrimonio dopo che un’importante orchestra aveva suonato, rendeva il piccolo regno di Intrigantes non poi così sconosciuto. Avrei preferito parlare di quella del Concerto di Vienna, ma per motivi personali ho cambiato idea. Io amo le fontane e, spesso, mi rendono felice. Ho bei ricordi accanto ad esse; ecco perché ho mantenuto l’oggetto, seppur spostandolo nella scuola. I fuochi d’artificio e la scritta al loro interno, invece, sono al 100×100 opera mia. Ne vado particolarmente fiera perché legati ad un mio sogno personale. Ho lasciato che Xander e Maven, pur essendo nobili, avessero i lavori che dichiarava il test Built your boyfriend perché funzionavano benissimo all’interno della storia. I nomi mi piacevano e li ho mantenuti, seppur la storia che porta i personaggi a quei lavori è completamente diversa: il test racconta solo di una ragazza che incontra un ragazzo e come finisce la storia d’amore. Io ho raccontato nel dettaglio il passato, il presente e il futuro dei personaggi. Io ho deciso che fossero nobili e tutto ciò che li circonda. Xander, in particolare, è un nome mi piace in tutte le lingue sia al maschile che al femminile nella versione completa o diminutiva. Maven ha cambiato completamente personalità. Il nome, però, mi piaceva perché mai sentito prima. Mi piacciono le cose strane e quindi l’ho tenuto. Io, chi mi conosce lo sa, faccio fatica a trovare dei nomi decenti per i personaggi. Devo cercare e cercare. In Natale Extra di Extraterrestre Aliena, infatti, c’è un Alex. La storia del tetto ha a che fare con me: c’è stato un tempo in chi arrivavo al pianerottolo del condominio che, aprendo una porta, dà sul tetto. Non sono mai riuscita ad aprirla; è durissima. Durante le vacanze di Natale, ho visto un film a tema dove la protagonista si sedeva sul tetto e raccontava di esserci stata diverse volte anche sotto le feste in attesa di Babbo Natale. Ho pensato a me ed ho deciso di utilizzare questo dettaglio comune sia a me che a un test che al film. Da qui anche la scelta di chiamare la protagonista Ellie Allie. La pronuncia British è sempre con la ‘E’. A livello di suono cambiava poco, ma avrei ricordato sia Allie (io so chi è) che Ellie, la protagonista del film che, come me, saliva sui tetti. Tra l’altro, risalendo alla quinta elementare, c’è un ricordo strano legato al salire sui tetti ed una mia compagna di classe. Ho lasciato che la protagonista si sposasse su un tetto, ma non uno qualunque come in uno dei due test, bensì quello di un palazzo reale su cui era stata costruita una chiesa apposta. Questa storia è stata realizzata con la collaborazione di mia zia, a cui ho fatto alcune domande perché volevo scrivere con lei. L’idea della guerra della Selvaggina, il nome l’ho scelto io, è stata sua. Mi ha dato l’ispirazione dicendo di riferirmi alla Guerra delle Due Rose in Inghilterra. E’ quindi chiaro, senza fare altri spoiler, che ho unito solo questi dettagli, il resto è tutta farina del mio sacco.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

A differenza della maggioranza dei test che mi hanno ispirata, il libro è molto allegro. Ho seguito il mio desiderio e quello di mia mamma e mia zia, prime lettrici, di scriverlo in modo allegro. Se avessi dovuto seguire l’idea nata all’inizio, quella che mi ha fatta uscire dal blocco dello scrittore, sarebbe stato un romanzo stile Nicholas Sparks. Non che mi dispiacesse, ma avevo bisogno di gioia e allegria. Qui, infatti, il racconto è sempre allegro e positivo in tutti i punti, anche quelli più dolorosi. La speranza dei giovani outsider porta al lieto fine dando la morale definitiva, spiazzante ma veritiera.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Vivo e vivrò nella mia città, in Lombardia.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Voglio far conoscere questi libri.

La benda al cuore: presentazione e intervista a Gerlando Fabio Sorrentino

Anteprima dal libro "La benda al cuore" e cinque domande all'autore

La benda al cuore: presentazione e intervista a Gerlando Fabio SorrentinoLa benda al cuore
Edito da PAV Edizioni nel 2023 • Pagine: 496 •

“La benda al cuore” è un romanzo che affronta uno degli enigmi più oscuri della storia italiana: la misteriosa morte del Maresciallo Ugo Cavallero, capo di stato maggiore generale delle Forze Armate Italiane durante la Seconda Guerra Mondiale, un uomo complesso e controverso, capace di suscitare l’ammirazione e l’avversione dei suoi contemporanei. Una figura dalla personalità enigmatica, che continua ad affascinare e a suscitare interrogativi a distanza di ottanta anni esatti dalla sua morte. L’autore ci conduce attraverso gli ultimi tre giorni di vita del generale, raccontando gli eventi che portarono alla sua tragica scomparsa, avvenuta nel settembre del 1943: si trattò di un suicidio oppure di un omicidio ordito dai tedeschi o dai fascisti? La morte di Cavallero è solo uno dei tanti elementi che compongono questo romanzo. Vi è presente anche una drammatica e dettagliata ricostruzione delle convulse giornate che seguirono l’armistizio dell’8 settembre 1943. Una pagina della storia italiana caratterizzata da una grande confusione, dalle atrocità e deportazioni perpetrate dai tedeschi e dalle devastazioni causate dalle Forze Alleate. Ordina adesso la tua copia, sia in formato cartaceo che in e-book e scopri cosa cela "La benda al cuore"!cosa cela "La benda al cuore"!

Un estratto dal libro scelto dall autore

Ouverture

Venerdì 10 settembre 1943 nella città di Roma, alle spalle dei Mercati Generali, zona Ostiense, ebbe luogo in un prato la resa dei giganti. In sé, quell’atto solenne non si connotò di alcun momento tragico e melodrammatico. Si colorò invece di diversi elementi grotteschi. Ve n’erano tre di colossi a rappresentare un’intera nazione in ginocchio. Furono condotti bendati alla presenza dell’ufficiale germanico che cominciò a dettare le condizioni per un immediato cessate il fuoco nel territorio metropolitano dell’Urbe e in tutta la regione. I militi e i sottufficiali dei Fallschirmjäger, i formidabili paracadutisti del Terzo Reich che costituivano un corpo d’élite nei ranghi della Wehrmacht nazista, quella mattina di settembre erano rappresentati da un singolare plotone di tracagnotti in mimetica che, con i loro caratteristici caschi molto più anonimi e sobri dei classici elmetti teutonici, gli Stahlhelm, la cui sinistra silhouette bombata era ormai l’epitome, ancor più della svastica, del terrore disseminato dalle sanguinarie armate hitleriane in tutta
Europa, non arrivavano neppure all’altezza d’occhi delle mostrine sulle spalle dei tre ufficiali italiani della divisione Sassari inviati a parlamentare la tregua d’armi. La statura degli emissari superava decisamente la media nazionale italica, assestandosi oltre il metro e novanta per due di loro mentre il terzo, leggermente più basso, indossava un berretto da alpino, dell’artiglieria divisionale someggiata, la cui tipica penna nera svettava fiera e solitaria bene al di sopra delle teste d’acciaio tedesche.
Perfino i volti aristocratici degli ufficiali italiani, di cui uno presentava un’impressionante rassomiglianza con l’erede al trono dei Savoia, il Principe Umberto, un altro, biondo e dai penetranti occhi chiari appariva ancora più nordico e ariano degli stessi guerrieri alemanni e il terzo, l’alpino appunto, dall’austero cipiglio e la marziale postura mussoliniana delle mani poggiate sui fianchi con le braccia inarcuate a conferirgli un aspetto maestoso, stridevano con i lineamenti truci e plebei dei tarchiati paracadutisti la cui ottusa espressione facciale, anonima e scialba, sembrava a tratti quasi intimidita dalla forte e carismatica presenza scenica dei tre spilungoni italiani. Il tutto evocava un surreale quadretto in cui pareva davvero che dei nobili e alteri cavalieri palatini si stessero inspiegabilmente sottomettendo alla mercè di una torma di tozzi e rozzi scudieri e servi della gleba.
La verità era che una piccola e mal assorta compagine nazionale si stava piegando con ben poco coraggio e forza combattiva alla mercè di un terrificante apparato bellico, che per molti costituiva l’Impero del Male sulla Terra, ma di cui, fino a poche settimane prima, quei titani accecati, in tutti i sensi, erano stati i più stretti alleati.
Intanto, i tedeschi erano stati costretti a legare le bende attorno agli occhi degli italiani facendoli prima sedere sugli striminziti sedili della Kübelwagen, l’agile camionetta che era l’equivalente della più celebre Jeep degli Alleati, con cui li avevano accompagnati al luogo convenuto, perché altrimenti avrebbero faticato non poco, in posizione eretta, a raggiungere la sommità dei loro capi. In realtà furono gli italiani ad anticiparli, indicando loro di volersi accomodare all’interno del veicolo prima di essere bendati, perché in alternativa avrebbero dovuto piegarsi sulle ginocchia o con la schiena e in quel gesto remissivo avrebbero costretto se stessi e l’intero popolo da essi rappresentato a sottomettersi letteralmente ad una sorta di Forca Caudina figurata imposta dal brutale aggressore. Uno di loro, notando la statura risicata di quei parà, sospettò perfino che li avessero scelti apposta così bassi per costringerli in qualche modo a inchinarsi a loro, materialmente e figurativamente, e così decise di non cadere in quel tranello e di non permettere che lo facessero neppure i suoi colleghi, prendendo l’iniziativa di sedersi sullo strapuntino della vettura tedesca. Ma quei diavoli verdi in miniatura si vendicarono, avvolgendogli attorno alla testa un fazzolettone che, a differenza dei suoi compagni, non gli copriva soltanto gli occhi ma l’intero viso. Lui immaginò che se avessero potuto lo avrebbero perfino incappucciato, e quella copertura integrale della sua faccia fu il massimo che poterono escogitare per cercare di smorzare ogni traccia di superbia in lui, mortificando la sua dignità nel tentativo di renderlo un docile ostaggio nelle loro mani.
Del resto, un’intera nazione si era ritrovata in quei giorni alla mercè di un inesorabile sequestratore. La sera dell’otto settembre 1943, non appena fu dato l’annuncio dell’armistizio stipulato tra le Forze Alleate e il governo italiano, che di fatto sanciva agli occhi del regime hitleriano un atto inaudito di tradimento e defezione da parte della monarchia sabauda, che aveva destituito e arrestato Benito Mussolini appena due mesi prima e che ora, a dispetto delle promesse, rinunciava al proprio ruolo di cobelligerante al fianco della Germania, il supremo comando tedesco non esitò a fare scattare la già pianificata operazione di presa di controllo e occupazione militare dei punti strategici presenti sul territorio italiano centro-settentrionale, a partire dalla capitale, Roma, e dalle sue infrastrutture governative. Alle truppe tedesche bastarono poco più di due giorni per realizzare tale proposito, agevolate dalla fuga della famiglia reale italiana e del neo-insediato governo del Maresciallo Pietro Badoglio, che abbandonarono al loro destino il pur munito e ben armato apparato difensivo preposto alla salvaguardia delle istituzioni romane il quale tuttavia, lasciato privo di qualsiasi chiara e definita direttiva, in un clima di grande confusione, disorientamento e scarico di responsabilità, nonostante isolati atti di valore ed eroismo, non poté che disfarsi e soccombere sotto la spinta incalzante degli ex alleati germanici, divenuti di colpo invasori, numericamente inferiori ma incommensurabilmente meglio organizzati e determinati a raggiungere a tutti i costi i propri obiettivi. In quei due giorni di drammatica, disorganizzata e convulsa resistenza armata, non soltanto Roma e la sua struttura metropolitana, ma l’intera concezione di un ordine nazionale subì un sistematico sacco da parte di implacabili predatori esterni.
Eppure, quei moderni Lanzichenecchi non erano venuti ad assoggettare con lacci e bende la nobiltà decaduta, né a mettere a ferro e fuoco gli antichi palazzi e monumenti capitolini. A loro era bastato far sentire distintamente il crepitio di temibili armi automatiche e scegliere a campione un certo numero di vittime sacrificali che avrebbero indotto gli altri, intimoriti e scoraggiati, a desistere quanto prima da qualsiasi idea di resistenza, men che meno dalla sua piena attuazione!
Quelle vittime sacrificali sarebbero state poi definite collettivamente come “I caduti per la difesa di Roma” che prevalentemente dall’otto al dieci settembre, almeno quelle per cui fu possibile un’identificazione certa, in città e nei comuni limitrofi ammontarono a 659 appartenenti ai diversi corpi militari e 121 civili, di cui 51 donne.

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea di questo libro è sbocciata in modo piuttosto organico. Leggendo un articolo storico, mi sono imbattuto in alcuni dettagli che mi hanno incuriosito e hanno acceso la mia immaginazione. Da quel seme di curiosità è cresciuto un interesse che si è trasformato in una ricerca approfondita e, infine, in un intero libro.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Completare il libro non è stata una passeggiata. Ci sono stati momenti di frustrazione e di stallo, ma ogni sfida ha rafforzato la mia determinazione. Alla fine, vedere il progetto concludersi è stato incredibilmente soddisfacente.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Tra i miei autori di riferimento, annovero scrittori come Thomas Mann per la sua profondità psicologica e l’analisi penetrante della società, Alberto Moravia per la sua esplorazione lucida e critica della condizione umana, e Dostoevskij per la sua intensità emotiva e la capacità di sondare gli abissi dell’anima umana. Ciascuno di loro ha influenzato il mio stile e il mio approccio alla scrittura in modi significativamente diversi.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Al momento vivo in una piccola cittadina sul mare, in Abruzzo, ma sono nato e cresciuto in Sicilia. Ho vissuto in vari posti nel corso degli anni, e ogni luogo ha lasciato il suo segno, arricchendo la mia visione del mondo e la mia voce narrativa.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Per il futuro, ho diverse idee in mente. Sono sempre stato affascinato dall’interazione tra realtà e finzione e spero di esplorare ulteriormente questi temi nei miei prossimi lavori.

Dei sarò e degli oramai: presentazione e intervista a Marco Luppi

Anteprima dal libro "Dei sarò e degli oramai" e cinque domande all'autore

Dei sarò e degli oramai: presentazione e intervista a Marco LuppiDei sarò e degli oramai
Edito da Porto Seguro Editore nel 2023 • Pagine: 56 •

Canzoni senza musica di una ventennale carriera solista e privata, selezione di brani dagli esordi a pochi giorni fa.
Una rappresentazione dell’essere, dell’esser stato, dell’esserselo immaginato, qualche tributo più o meno velato ai numi tutelari. Un piccolo viaggio nei miei mondi, fra i tanti. Per la musica decidete voi.

Un estratto dal libro scelto dall autore

Tutta la vita davanti
E di lato ci sei tu
Sdraiato a un concerto
Senza pace
Gira i pollici
Magari qualcosa trovi
Nascosto sotto il cuscino
Sotto un giro dispari
Sotto quello che ti rimane
Se ne bevi ancora un po’
Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

Ho iniziato a scrivere più di vent’anni fa quando formai la mia prima band e io e Simone decidemmo di occuparci dei testi, in realtà poi il progetto naufragò e pur continuando a suonare, suono tuttora, non ebbi più occasione e coraggio per utilizzare i testi. Negli anni ho sempre continuato comunque a scrivere anche se in maniera clandestina, con una piccola parentesi una decina di anni fa, dove con l’aiuto di Gabriele e Stefano cercai di musicare alcuni testi. L’idea del libro poi è rimasta dormiente fino alla pandemia, dove finalmente mi sono deciso a rimetter mano al tutto e sottoponendo la raccolta all’attenzione di Gabriele, di David e soprattutto di mia moglie. La raccolta poi l’ho inoltrata ad alcune case editrici tra cui Porto Seguro

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

La parte più difficile è stata decidere di uscire allo scoperto e rendere pubblici dei testi fino a quel momento “intimi” e secretati. Lo considero un grande atto di coraggio.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

In realtà non ho riferimenti in ambito letterario “puro”, ho degli autori preferiti, ma per lo più nell’ambito dei romanzi, non leggo molte poesie. I miei numi tutelari sono da ricercare più nella musica che ho ascoltato in questi anni, come ad esempio Marlene kuntz, Afterhours, Virginiana Miller, Giorgio Canali, Le luci della centrale elettrica, Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Francesco Guccini e i Nomadi, Massimo Volume, Diaframma, Tre allegri ragazzi morti e i Nirvana.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Sono cresciuto a Bagnolo Mella ed ora vivo a Brescia da circa dieci anni.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho ancora un po’ di materiale da sistemare e di nuovo se ne aggiunge sempre; quindi, spero se non il prossimo anno, nel 2025 di poter pubblicare il secondo capitolo.

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