Come ambra per sempre - Prosimetro notturno di un amore Edito da GDS nel 2020 • Pagine: 354 •
Anni ’70. Sono nella stessa classe di liceo. Un amore adolescenziale e intimo il suo ma che lei conoscerà solo a liceo finito. Dopo 38 anni si ritrovano nella chat degli ex liceali.
Lui sta a Praga. Una notte d’un agosto torrido nella capitale ceca, le scrive. È una notte trasfigurata, quella. Le ricorda della lettera che le aveva scritto 38 anni prima, dopo il liceo, e dell’incontro che lei aveva voluto. Era il 3 novembre 1981. Avevano poi percorso ciascuno la propria strada, lei dimenticando, lui serbandole sempre quell’affetto profondo. Una cena con i vecchi compagni di classe e si rivedono nella loro città: lei è sempre bellissima! Lui torna a Praga e prende a scriverle ogni notte.
Non sai Maria quanto vorrei davvero tu m’interrogassi, proprio come faceva l’altra Maria (*) che ad ogni modo ho amato profondamente, nonostante tanto: per avere risposte, per capire un po’ di più o solo semplicemente per reincontrarti. Sto rischiando a distanza di 37 anni da quel 3 novembre 1981 (piazza Santa Teresa…) di fare la stessa figura da imbecille che feci allora. Ma corro il rischio. Perché non sono mai stato capace di mettere via, rimuovere, quel 3 novembre 1981 dalla mia mente, me lo porto da sempre dietro, e dentro soprattutto, come una delle emozioni più profonde della mia esistenza, al di là della sconvolgente negatività che sottese quell’incontro. Perché quell’incontro e tu, è stato, tu sei stata, un po’ come la colonna sonora della mia vita. Sì, frase di una banalità abissale ma non so trovarne di migliori in questo momento, stanco come sono, in questa notte trasfigurata (conoscerai sicuramente la bellissima poesia di Richard Dehmel poi musicata nell’op. 4 di Arnold Schönberg, una delle composizioni musicali più belle e complesse che possano attraversare l’orecchio umano). È come se qualcosa dentro me, riposta in qualche piega arruffata della mia anima, si fosse cristallizzata come ambra per sempre. È così vivo quel ricordo che non è più un ricordo: è come un cortometraggio che ti piace, che adori, di cui ti piace prenderne la pizza, metterla in macchina e riprodurla sul telo chiaro solo per te, tutta per te. Penserai che abbia bisogno di un buon psichiatra, perché affermare che ti fa star bene ritornare con la mente, rappresentarsi in un’eterna coazione a ripetere, qualcosa che ti ha come traumatizzato e di cui addirittura ne ami il déjà-vu, è roba da chi non c’ha le rotelle propriamente a posto. Però sai, proprio come gli spostati, io non ricordo niente di tutto il tuo dirmi: ricordo che mi faceva così male da aver voluto sparire alla velocità della luce e essere in un’altra galassia. Eppure, c’era qualcosa che mi faceva bene, mi faceva sentir bene, come davvero credimi, nient’altro m’ha mai più fatto sentire così bene: c’eri tu, semplicemente tu; con la tua gestualità che è impressa incancellabilmente nella mia mente, il tuo muovere le mani e le braccia in un fare che è sempre perfettamente disegnato ai miei occhi; e c’era la tua voce, il suo, tuo timbro particolarissimo.
C’erano i tuoi occhi e il tuo viso come di più belli non ne ho mai più incontrati. C’era la consapevolezza viva di averti vicina, sentirti vicina, una presenza fisica e d’anima che in quel momento, solo per quel momento, valeva tutta la vita.
Per favore non volermene se mi permetto di disturbarti scrivendoti ancora una volta: forse la virtualità del gesto, mi salva dal sentirmi così stupido come senz’altro sono. Soprattutto, ti prego, non rispondermi: lette queste cose, ignorami com’è sacrosanto che sia, non mi permetterò mai più di prendere iniziative così scellerate che tu giustamente stai vivendo come un colossale inutile disturbo. Ho sentito per un attimo l’urgenza di dirti questo e scelleratamente l’ho fatto. Non sai quanto sono tentato or ora dal cancellare questo messaggio e lasciare che la vita scorra come ha fatto finora e non mi so spiegare perché sono invece così tanto idiota che sto per premere il tasto d’invio. Per una reiterata forma d’educazione e perché ne ho realmente bisogno io stesso stanco morto come sono, ti do infine la buonanotte. Maurizio [*Maria P… l’insegnante di Lettere e Latino al Liceo, stesso Liceo dove lei, Maria, ora insegna le medesime materie…]
I. Notte d’agosto
Adesso so cos’hai pensato,
adesso lo sento,
lo percepisco vivido,
adesso ascolto il tuo suono
di quella notte d’agosto.
Hai sentito dopo lungo tempo
scorrerti l’Amore addosso,
hai presagito quasi esitante
che qualcuno,
da qualche parte,
stesse amandoti,
e di più,
che t’amasse da tempo immemore,
tu che bellissima
l’Amore non l’ascoltavi più,
più non t’accendeva gli occhi
belli di marrone e di meraviglia.
E sei passata dallo sbigottimento
alla speranza,
dall’assenza all’affetto
al senso autentico del sé,
umiliato ma mai prono,
mai adulterato.
In pochissimi attimi,
quelli del tempo
lungo e profondo
dello spirito,
hai riascoltato il soffio d’un emozione,
riacceso il sapore del corpo:
l’identità del vivere
ha ripreso carne e sentimento
e s’è rifatta donna,
con le stesse più belle sembianze
della ragazza bella di meraviglia
che già eri tu.
Hai odorato l’aria e la luce,
hai raccolto la forza dentro
le tue ali nuove
e come crisalide,
tu bellissima,
ti sei schiusa alla vita.
Posta in arrivo
Maria@…it
A: maurizio…@gmail.com
sab 13 ott 2018, 00:30
Non provo nemmeno a rispondere, che senso avrebbe? Quanto scrivi è così tuo, così circoscritto al tuo sentire che quasi mi pare di non essere io la persona coinvolta… Potrei solo confermarti che è vero, tutto questo un po’ mi spaventa perché sento una sorta di responsabilità che però non so esattamente definire, proprio perché quella me di cui parli non sembro io. La bellezza, gli occhi, la verità, tutto questo cosa ha che fare con me, ma è di me che parli? Che ne so, forse in questi anni mi sono dimenticata di me stessa, forse in questi anni tu ti sei dimenticato di me, di come sono veramente, e ti sei costruito un’immagine interiore che non ha corrispondenza nella realtà. Ma a che serve farsi domande, è un mondo tuo e questo basta. A volte però mi chiedo in quale varco spazio temporale tu ti sia infilato, perché parli del passato con tanta cognizione, come se lo vivessi in quel momento, come se il tempo si fosse avvolto su se stesso e fosse diventato circolare. Per me povera mortale invece il tempo rimane lineare, ha pure soluzione di continuità ed in quelle fratture ha lasciato sedimenti e incrostazioni sui quali è inutile se non dannoso tentare saggi di scavo. Così ne approfitto per dirti che non posso avere risposte da darti su quel tre novembre, del perché invece di scriverti o semplicemente ignorarti quella ragazza ti ha chiamato a casa: posso immaginare la risposta, perché in fondo so come ragionava, ma preferisco non dirtelo. Non per cattiveria, ma perché rimango convinta che dovevi chiederlo a lei. Mi permetto solo di correggerti su un punto: quando dico che quella ragazza non esiste più non lo faccio in senso spregiativo.
Devo così tanto a quella ragazza che come potrei prenderne le distanze disprezzandola? È solo che il tempo ha svolto come per tutti il suo compito, ha smussato gli spigoli, ha minato le certezze, ha insegnato a guardare il mondo con indulgenza se non con partecipazione. Tutto qui.
C’è un’altra cosa che devo dirti. Lo faccio controvoglia, ma penso che quanto mi dici di te meriti più chiarezza da parte mia. Non avrei voluto sporcare questa corrispondenza facendo riferimento ad aspetti della mia vita attuale, ma c’è una sorta di imperativo morale che me lo impone. Sto attraversando proprio in questi giorni i momenti più dolorosi di una separazione. Forse pensavi che fossi separata da tempo, non lo so, ma in realtà le cose si stanno definendo solo ora. Non ti racconto nei dettagli come ci sono arrivata, ma posso dirti che è stato tardi, troppo tardi, perché purtroppo ho scoperto di avere straordinarie “capacità” di rimozione e se ho deciso di non vedere non vedo, non c’è niente da fare. Tralascio tutto il dolore che questa situazione si porta dietro, insieme allo sbigottimento del mio figlio più grande e i tentativi di resistenza passiva messi in atto dal più piccolo. E poi ci sono io, che alterno i momenti di attivismo euforico di quando mi infilo un sorriso ed entro in classe, a momenti di sconforto e paura. Continuo a interrogarmi, a chiedermi quante e quali colpe mi debba attribuire, ma anche perché io abbia così a lungo sopportato. Non riesco veramente descrivere cosa sono oggi, e forse ora capisci perché non mi riconosco affatto nel ritratto che mi fai tu. Un vuoto a perdere, ecco cosa sono, come quello della canzone di Vasco. Sì ecco, se togli solo la faccenda della cellulite (Quella almeno me la sono risparmiata) io sono quella della canzone (non volevi riferimenti letterari, con Vasco volo abbastanza basso?). Allora Maurizio, non ti nascondo che in questa situazione così dolorosa per me, in cui ho perso il sonno e la lucidità, probabilmente leggere quello che mi scrivi è per me un fiocco di aria fresca, il massaggio di un ego umiliato, un varco nel buio. Però ho pensato che dovevi saperlo, perché se mi chiedi cosa vedo per domani o dopodomani, io non so risponderti. So solo che ora devo iniziare la mia terza vita, preparo gli scatoloni, pieni di cosa non so.
ti abbraccio
Maria
A: maria…@…..it
13 ott 2018,
03:07
Maria,
io provo invece a risponderti, il mio imperativo morale me lo impone e questo imperativo è l’affetto che ti porto. Non solo non t’immaginavo separata da tempo, ma ho sempre creduto invece tu fossi felicemente sposata. Mi è sempre stata ben presente la tua capacità, il tuo bisogno e voglia di discrezione e mi bastava questo sapere di te, forse a torto col senno di poi. Provo un dispiacere grande, enorme per questo che mi dici; conosco bene purtroppo questa situazione che non risparmia di segnarti a fuoco la carne e l’anima. Purtroppo dopo di quella io ho fatto e disfatto tante volte gli scatoloni che c’ho perso il conto, tant’è che ho imparato da qualche tempo a non disfarmene più e a conservarli riposti garbatamente, consapevole che prima o poi arriva il tempo di riutilizzarli. E infatti sono giusto alle prese con lo scartarli nuovamente perché è di nuovo tempo che… si rendano utili e non ti nascondo che sono stanco, stanco di armeggiarci attorno per l’ennesima volta che desidero tanto sia anche l’ultima. Ma non voglio parlar di me. Piuttosto per strapparti almeno un sorriso mi ritorna in mente il supposto comune bovarismo acuto: caspita c’avevi preso in pieno!! Esistesse almeno un vaccino! Macché! Essere compassionevoli o commiserevoli non serve a nulla, anzi!
Voglio darti sprone, un ideale paio di scarpe nuove, le migliori possibili, siano esse le Mizuno, le Ninbus o le Kinvara, perché tu possa passare nella vita dalla stracittadina alla Maratona ed essere compiaciuta della tua forza, della tua resistenza e della tua resilienza. Così come idealmente vorrò vederti (magari anche dal vero!…) su un elegante tacco dodici sotto il più strepitoso abito da sera che donna bellissima abbia mai indossato, perché tu non mi dica più che ci vedi un vuoto a perdere, ma che realizzi invece quanto piena e vera è la tua bellezza che io non mi sono inventata, che il ritratto che ho di te è veritiero, è vivido e reale perché quello sei Maria, sei bellissima! come t’ho vista la sera a cena: quando sei arrivata m’è letteralmente saltato il cuore in gola vedendo ch’eri ancora più bella di come ti ricordavo. Lascia che ti fiocchi ancora e ancora d’aria fresca, che ti massaggi un ego che non dovrà mai più essere e sentirsi umiliato, che ti spalanchi varchi perché entri luce che ti rischiari in viso, quel tuo bel viso e mi faccia vedere il colore dei tuoi meravigliosi occhi. E infine che puoi, devi fare con me tutti i riferimenti letterari che ti pare perché è un piacere leggerli e leggerti. E sappi che mai e poi mai con Vasco si vola basso, tutt’altro Maria! È anche lui parte importante della mia adolescenza quando pochi lo conoscevano e io avevo i brividi quando ascoltavo e suonavo Alba Chiara e cantavo a squarciagola Colpa d’Alfredo per le stesse strade di Modena dove lui s’era immaginato e scritto quei pezzi memorabili.
Ti voglio bene Maria e te ne vorrò sempre.
Ti abbraccio forte,
Maurizio
LX. Praga
È dove t’ho conosciuta veramente,
dove t’ho amata al primo baluginare
del giorno,
dove barattavamo luce fioca,
tu mi davi un’alba
io ti inviavo un’aurora,
pagandole col tempo
di un sonno perso
e di tanto affetto sparso.
Ci ha dato la forza
di sollevare la tristezza
col peso della distanza,
di lasciar risuonare d’umido
le parole
asciugandole dalle paure.
D’aspettare un aereo
senza conoscerlo,
di accarezzarti il viso
con la leggerezza di un valzer,
di tenerci per mano
grati a una madeleine proustiana
e baciarti gli occhi
lì, per sempre.
Come è nata l’idea di questo libro?
Dal desiderio di raccontare una storia bella, una storia d’amore vera e vissuta, narrata attraverso una forma di scrittura inconsueta e desueta, quella del prosimetro, come forse inconsueto e desueto è un sentimento così intenso per l’età dei protagonisti, un sentire profondo raccontato dai due protagonisti attraverso le forme della comunicazione che appartengono all’oggi, le email, i post di Whatsapp, coniugati con la poesia. Dal desiderio forte di raccontare la Bellezza dentro un quotidiano che ne è sempre più avaro, arido e sempre più dispensatore di brutture e di bruttezza.
Quanto è stato difficile portarlo a termine?
Piuttosto difficile per aver dovuto cercare di mantenere un’equidistanza fra il distacco razionale di cui necessita la narrazione e l’universo delle emozioni vissute, anche nello stesso momento in cui venivano raccontate, di cui la narrazione si nutre, deve nutrirsi. E per la ricerca di un “equilibrio formale” fra la prosa delle email e i messaggi del social, a rappresentare la quotidianità, e i versi della poesia che dovevano essere il collante imprescindibile fra la quotidianità e la parte emozionale, intima, eternata, del racconto.
Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Non ho avuto autori di riferimento nello scrivere questo libro. Già di per sé, credo sia di difficile collocazione nel contesto di un genere definito: romanzo rosa? Poesia? Forse il collocarlo per forza in un genere è riduttivo. Se poi la domanda ha un riferimento più generico e non specificamente rivolto al mio libro, devo dire che gli autori che amo (e leggo) sono tanti e disparati e non necessariamente autori di romanzi: da Lucrezio a Kant, da Kafka a Kundera, da Pirandello a Veronesi, dalla Merini alla Valduga a Mari ad Arminio… se do uno sguardo ai libri che in questo momento sono a fianco al mio pc, ci trovo Murakami e autori israeliani che amo moltissimo come Grossman e la Gundar-Goshen. A proposito: “Svegliare i leoni” di quest’ultima è bellissimo!
Dove vivi e dove hai vissuto in passato?
Come recita lo schizzo biografico sulla quarta di copertina del mio libro, sono e sono sempre stato un apolide con forti aspirazioni stanziali. Sono nato a Brindisi dove ho vissuto fino all’età del liceo. Poi buona parte della mia vita l’ho vissuta in Emilia, a Modena e dintorni. Ho vissuto un paio d’anni a Torino fra il 2001 e il 2003. In gioventù ho vissuto un paio d’anni a Londra e di recente alcuni mesi a Copenaghen e cinque anni a Praga. Ho fatto un lavoro che per più di un decennio mi ha portato a essere spesso all’estero, soprattutto negli Stati Uniti.
Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ho terminato di assemblare una raccolta di poesie che pubblicherò a breve e ho iniziato un romanzo. Ho idea di scrivere prima o poi qualcosa riguardo la Musica, l’unica fra le Arti che ha davvero rappresentato tanto lungo tutta la mia esistenza, forse in forma di saggio. Mi piacerebbe anche occuparmi di editing (ho già editato alcuni romanzi). Per il momento tante idee cui dovrò dare consistenza con la volitività e la passione che mi caratterizzano.