Il miglior posto possibile Edito da LFA Publisher - Caivano (NA) nel 2022 • Pagine: 138 •
"Il miglior posto possibile" è un testo che trae spunto dalla cultura del monumento, ritenuto l'elemento prioritario nella maturazione di un gusto antiquario così necessario a definire i parametri della "messa in scena dell'epoca", che cela la poesia dietro il velo dell’età, mettendo in luce solo le maschere espressioniste, tipiche della fantasia di Mantegna. La massa che circonda l’aspetto religioso della “vita che si dice”, nel paradosso, diventa il luogo nel quale la poesia si mostra, di fatto sottraendosi al discorso, per mettere in luce un aspetto di militanza nelle lettere, che non passa più dalla politica, ma dal tono che incornicia la lettura, evidenziando una gravità che si riferisce alla persona umana e ai suoi valori, insieme al principio che li regge.
TaccuinoNel tardo medioevo si indicava con l’espressione taccuino la raccolta di prescrizioni mediche. Il termine viene da Salerno e si diffonde attraverso la scuola medica, che divulga due opere di autori arabi (Tachuinum sanitatis). A metà dell’Ottocento la parola taccuino si arricchisce di un nuovo significato semantico, diventando un “quadernetto per appunti”.
Noi, il taccuino, lo conosciamo bene, e abbiamo imparato a volergliene attraverso la poesia, che presta una luce diversa agli scritti confusi, macchiati da graffi incisi con la penna, i quali danno un senso d’illustre ad un simbolo cardinale, ma al tempo stesso anche aulico e curiale, a giudicare dalla promozione artistica del valore tecnico, che lo rende un antenato conosciuto e considerato, a ragione, un sostegno necessario nell’affermazione del tratto che domina il pensiero, arricchendo la scrittura del significato attuale.
Quest’oggetto simbolo dell’eterno scambio d’amore, quel problema antico che rende necessario fare i conti, mi ha convinto a recuperare un progetto che ho ripreso in mano diverse volte, salvo poi spingere nell’oblio quanto di normale si potesse manifestare nell’entusiasmo sopravvissuto a progetti esposti confusamente, economizzando sul significato che permea lo scopo di un’idea che non rientra in nessuna precisa missione poetica, per quanto, in passato, mi fossi adoperata per elaborare una cornice fantasiosa ed accattivante, adatta a catturare l’energia innovatrice e per questo superata o, meglio, antiquata.
“Superata” e “antiquata”, due voci che coprono il rapporto istituito con la paura d’essere letta, in un contesto culturale stravolto da situazioni di maggiore omogeneità, che limitano il gioco narrativo e accendono l’efficienza, diminuendo la capacità di penetrazione di una storia sepolta, che pure lascia tante pagine bianche – da mettere a maggese – per rispetto di un’unità linguistica, prolifica di contenuti, che rende necessarie ben altre argomentazioni, per compensare la chiusura, sempre più netta, verso la convenzionale linea unitaria di sviluppo, che ormai si riduce alle giuste rivendicazioni dell’età presente; una consuetudine al limite del pittoresco, che mi ha spinto, più volte, a riflettere sulla lingua, per coltivare una visione scientifica, radicata in un frammentismo linguistico, che rispecchia la situazione economica, politica e culturale, nell’in- discussa necessità di salvaguardare il valore della pagina bianca, simbolo della crescita di prestigio su basi laiche, che trovano nel mondo classico le forme dell’antichità, adatte a rappresentare l’unità in atto, nelle aspirazioni del governo della città, che si manifesta in fenomeni di grande impulso letterario, quando non imita la parlata degli abitanti della terra, in senso chiaramente lirico, tanto da non meritarne mai l’assoluzione, per motivi legati alla difesa del dogma, che li spinge a compiacersi di aver fatto la propria parte, quando la politica non commette l’impudenza di scivolare in una visone laici- sta, che pone l’intelligenza a motivo della discolpa.
Qualche anno fa, mi capitò di giudicare la situazione nella tempesta, come spesso capita, e, adesso che ci ripenso – adesso che mi rileggo, meglio – quasi provo imbarazzo nel riappropriarmi di questi pensieri, che ancora mi ritornano come tali, dopo aver sentito l’esigenza di dargli questa forma per contenere la ribellione, inalterata del tempo, che circonda la tranquillità del secolo, nell’idea di una canzone che lo evochi nella sua mania di volersi mantenere incorrotto e inviolato, per motivi legati al bisogno di mettere in luce la trama della storia, non senza una certa pedanteria, che rende squisita anche l’incostanza dell’umore:
“Le intenzioni segrete
meditate da parte tua
sono solo astuzia di una sera
che finisce sempre in allegria.
Lasci trapelare la colpa,
questa tenera disperazione
che a vedere non dai mai.
E ti perdi nel cuore di un particolare
montato sull’oro antico della tua nascita
così fuori delle coseche adesso io non so…
Complici mai.
Se sei colpevole e già lo sai
Complici mai.
Mi chiedi scusa e non ti assolvi mai.
Ti rallegri dell’obiezione,
comunque sia
comunque vada,
ti abbandoni all’entusiasmo
con la sincerità di un bottone
che si guarda da una fessura
orgoglioso come l’ultima volta
che barcollando cadde sul pavimento
Indispettito eppure così felice di essersi perso.
Complici mai.
Se sei colpevole e già lo sai.
Complici mai.
Mi chiedi scusa e non ti assolvi mai.
In assoluta disparità
Piangi lacrime di gioia
lacrime di commozione
È diventata questa la tua religione
Complici mai.
Se sei colpevole e già lo sai
Complici mai.
Mi chiedi scusa e non ti assolvi mai.”
Il taccuino è permeato dal senso recente di una certa malinconia, che accompagna lungo il corso di una vita vissuta nell’aria effigiata all’interno dell’ambiente, attraverso la paura stessa della vita, che ossessiona, spingendo verso la ricerca di altezze necessarie a riscoprire consuetudini, volte a dare forma al tempo che vive in pieno accordo con le aspirazioni umane.
In questo tempo troviamo ciò che si può definire – e anche a ragione – la fede.
La fede è la sostanza che caratterizza questo tempo atmosferico, una sostanza che spiega la storia del ben promettente Pinocchio, una compiuta persona poetica, per dirla con le parole del critico Francesco De Sanctis, il quale, in un suo celeberrimo saggio, riferendosi a Francesca da Rimini, utilizza questa espressione, talmente precisa da restare impressa nella memoria, come si trattasse di un canone linguistico. Francesca possiede qualità che nessuno saprebbe domandare.
Il critico della scuola napoletana si avvale di questa formula lieve non certo per assolverla. Francesca, nel quadro del suo personale sistema filosofico, diventa un simbolo della modernità attraverso l’aspetto fisico, visto sotto una luce positiva, che è anche la luce delle scienze naturali, le quali diventano il prete- sto per rappresentarlo in modo icastico, attraverso la maniera, o quello che oggi potremmo definire semplicemente moda, mi verrebbe d’aggiungere.
Quello di De Sanctis non suona come un okay, come una forma di assenso, tutt’altro, perché una tale grossolanità ne avrebbe diminuito l’importanza attraverso i secoli, tanto più che, proprio in questi ultimi tempi mi è capitato d’inciampare nella vicenda letteraria di Paolo e Francesca, in una breve lirica nella quale mettevo in luce l’aspetto del vivacchiare, dando alla figura incorporea degli amanti il peso che il De Sanctis stesso gli attribuiva, nella lettura opposta di una storia diversa, s’intende.
Il tempo cambia e lo scrittore sembra farsi promotore dell’opera attraverso le continue riletture, che ne mettono in luce il significato del suo giudizio nel taccuino delle opinioni generali. Il solo pensiero di Francesca evoca la storia che sfugge, per l’inclemenza del clima, che non si accorda con il tempo d’attesa, insito nella fede generata dalla semplice funzione riformatrice della religione, che trova nei “Promessi Sposi”, di Alessandro Manzoni, un avamposto della civiltà, alla luce del fatto che quel- la sostanza, per sé stessa, significa vuota aspettazione.
La vera fede non chiede appena di diventare umani, ma di vincere quel fervore culturale che porta sulla strada del riformismo monastico, senza di fatto nobilitarsi nel bisogno – e quindi nella povertà – proveniente dal riconoscimento delle differenze, che consentono di approfondire lo studio della figura, ereditata dal modello latino, attraverso le arti liberali, che rimettono in circolo la testimonianza dei martiri della fede, la quale rende fertile l’eredità, nel verso dell’albero genealogico, specchio delle carriere ecclesiastiche, che la rendono evidente, anche nel paradosso di una vita andata in veleno.
La fede scritta nel tempo atmosferico può diminuire, fino a perdersi del tutto, tanto che oggi, come osservavo pocanzi, risulta difficile avvicinarsi ad un canone linguistico – alla luce della sicurezza disarmante che lo regge- senza avere chiaro il senso della scrittura di Leonardo o della tecnica pittorica di Caravaggio.
Il significato è scritto ancora una volta nel taccuino, che induce freddamente, in maniera meccanica, per così dire, a trovare la determinazione spaziale nella parte posteriore della storia, che è l’immagine precisa del crepuscolo della memoria, in una vita che viene vissuta al contrario, esattamente, di giorno in giorno, nel segno del lavoro e della fatica della giornata, nella quale il valore si condensa, nel tempo d’attesa necessario a combattere il terrore mistico e anche una certa intransigenza religiosa, che ha il potere di deformare la realtà della nostra vita attraverso lo sguardo di chi la domina con il giudizio valido a posteriori.
La modernità induce a riconoscere all’aspetto fisico il carattere, che ne marca la corporeità attraverso le voci misteriose del paesaggio e le profezie che lo interpretano.
È la paura a combattere la paura. L’incubo a essere vinto dai brutti sogni, che prendono addirittura corpo nella forma arcaica di un dio invocato per ragioni legate alla ricerca perversa della fecondità, che ritorna come cosa buona.
Si capisce quanto De Sanctis sia vicino alla cultura classica e quanto abbia ancora da insegnarci sulla funzione del mito nella storia, più che sul valore o sull’idea unitaria, che nel simbolo riesce a sintetizzare fama, ricchezza e potenza, una sintesi che nell’esperienza vissuta, ma non resa sotto forma di schema, diventa lo specchio di una trinità malefica, che rende schiavi di un platonismo pervertito.
Il carattere apparentemente ordinario e schietto di Francesca, per l’uomo moderno – nonché per quello postmoderno – diventa il pretesto per allontanarsi dalla vita e impadronirsi della morte, lasciata all’ordine di battaglia, come uno strumento necessario alla letteratura.
Il giudizio di De Sanctis, nel taccuino della postmodernità, si riempie di quest’ebbrezza, che ne evidenzia le qualità profetiche, unite alla crudeltà e alla durezza del critico che possiede l’arte.
L’ebbrezza del tacere nella forma compiuta – che osserva il silenzio delle cerimonie religiose – risulta in tutta la sua evidenza.
Ammetto che se non avessi avuto alle spalle gli studi artistici – e la dimestichezza con un certo repertorio iconografico – non avrei accettato la sfida creativa, che, com’è noto, rappresenta un’opportunità per mettere appunto un pensiero nuovo sulle cose che ci sfuggono.
Ritengo altresì che Dante volesse infondere proprio questa spinta al suo lavoro. Un privilegio che, com’è noto, si ottiene mediante l’insegnamento, che passerà alla storia. Questa è la sola condizione.
Il tono dell’Alighieri risulta più ampolloso di quello Leonardo, che, al contrario, sceglie di confrontarsi con il mercato in una forma decisamente più umile e vereconda, per evitare l’inevitabile. Dante ne incarna la forza, ma la cosa lo rende molto pericoloso per i poteri forti, che lo combatteranno alacremente per difendere la forza politicamente corretta della pubblicità.
La presa di coscienza è importante – può essere molto forte, come dicevo – ma richiede anni di revisione dello stile, che portano verso la supremazia dell’idioma della città. Il trionfo del fiorentino è la garanzia di ogni cambiamento epocale, per motivi che si legano alla lentezza del processo.
Dante, nel suo personale taccuino ricorda che la fede è un movimento opposto alla paura della vita, che avvicina, in maniera progressiva, al destino reale, attraverso la ricerca ideale del tempo che racchiude in sé l’appartenenza ad un altro elemento, o membro, necessario a compiere – fuori di sé- la totalità di un’opera che realizza la personalità dell’individuo, al di là del significato che ciascuno di noi riconosca alla sua provenienza esotica.
Questo insegnamento – è bene ricordalo – viene ripreso dalla pittura di un grande maestro del Rinascimento italiano – che lo approfondisce nei disegni di anatomia- mi riferisco a Leonardo da Vinci.
Come è nata l’idea di questo libro?
L’idea di questo libro è nata per trasmettere gli esiti delle mie ricerche.
Quanto è stato difficile portarlo a termine?
Non è stato semplice perché avrei voluto suggerire un modo più poetico, attraverso il sentimento che mi appartiene, ma, alla fine ho scelto la via della ratio perché la sostanza umana della storia è la cifra di questo “tempo in scatola” che non rende evidente la libertà in senso emblematico.
Quali sono i tuoi autori di riferimento?
I maestri del Novecento e i miti della letteratura russa, senza tralasciare l’aspetto aristocratico di letture che danno all’impegno il fascino dell’età contemporanea. Trovo illuminante la poesia di Wislawa Szymborska.
Dove vivi e dove hai vissuto in passato?
Nel 2007 mi sono stabilita ad Arezzo dalla provincia di Salerno. Per la precisione dal comune di Montecorvino Rovella.
Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ho sempre lasciato la letteratura nel suo tempo. Tendo ad essere abbastanza romantica in questo senso… come a dire: -è e non è.- Eppure non mi stupisce il modo in cui questa si sposa con tutto quello che la ricorda nell’epoca contemporanea, dove continua a vivere oltre il ricordo. Per tanto ho in cantiere nuovi progetti, nonostante il proposito di perfezionare l’attività artistica, forte degli studi giovanili.