La benda al cuore Edito da PAV Edizioni nel 2023 • Pagine: 496 •
“La benda al cuore” è un romanzo che affronta uno degli enigmi più oscuri della storia italiana: la misteriosa morte del Maresciallo Ugo Cavallero, capo di stato maggiore generale delle Forze Armate Italiane durante la Seconda Guerra Mondiale, un uomo complesso e controverso, capace di suscitare l’ammirazione e l’avversione dei suoi contemporanei. Una figura dalla personalità enigmatica, che continua ad affascinare e a suscitare interrogativi a distanza di ottanta anni esatti dalla sua morte. L’autore ci conduce attraverso gli ultimi tre giorni di vita del generale, raccontando gli eventi che portarono alla sua tragica scomparsa, avvenuta nel settembre del 1943: si trattò di un suicidio oppure di un omicidio ordito dai tedeschi o dai fascisti? La morte di Cavallero è solo uno dei tanti elementi che compongono questo romanzo. Vi è presente anche una drammatica e dettagliata ricostruzione delle convulse giornate che seguirono l’armistizio dell’8 settembre 1943. Una pagina della storia italiana caratterizzata da una grande confusione, dalle atrocità e deportazioni perpetrate dai tedeschi e dalle devastazioni causate dalle Forze Alleate. Ordina adesso la tua copia, sia in formato cartaceo che in e-book e scopri cosa cela "La benda al cuore"!cosa cela "La benda al cuore"!
Ouverture
Venerdì 10 settembre 1943 nella città di Roma, alle spalle dei Mercati Generali, zona Ostiense, ebbe luogo in un prato la resa dei giganti. In sé, quell’atto solenne non si connotò di alcun momento tragico e melodrammatico. Si colorò invece di diversi elementi grotteschi. Ve n’erano tre di colossi a rappresentare un’intera nazione in ginocchio. Furono condotti bendati alla presenza dell’ufficiale germanico che cominciò a dettare le condizioni per un immediato cessate il fuoco nel territorio metropolitano dell’Urbe e in tutta la regione. I militi e i sottufficiali dei Fallschirmjäger, i formidabili paracadutisti del Terzo Reich che costituivano un corpo d’élite nei ranghi della Wehrmacht nazista, quella mattina di settembre erano rappresentati da un singolare plotone di tracagnotti in mimetica che, con i loro caratteristici caschi molto più anonimi e sobri dei classici elmetti teutonici, gli Stahlhelm, la cui sinistra silhouette bombata era ormai l’epitome, ancor più della svastica, del terrore disseminato dalle sanguinarie armate hitleriane in tutta
Europa, non arrivavano neppure all’altezza d’occhi delle mostrine sulle spalle dei tre ufficiali italiani della divisione Sassari inviati a parlamentare la tregua d’armi. La statura degli emissari superava decisamente la media nazionale italica, assestandosi oltre il metro e novanta per due di loro mentre il terzo, leggermente più basso, indossava un berretto da alpino, dell’artiglieria divisionale someggiata, la cui tipica penna nera svettava fiera e solitaria bene al di sopra delle teste d’acciaio tedesche.
Perfino i volti aristocratici degli ufficiali italiani, di cui uno presentava un’impressionante rassomiglianza con l’erede al trono dei Savoia, il Principe Umberto, un altro, biondo e dai penetranti occhi chiari appariva ancora più nordico e ariano degli stessi guerrieri alemanni e il terzo, l’alpino appunto, dall’austero cipiglio e la marziale postura mussoliniana delle mani poggiate sui fianchi con le braccia inarcuate a conferirgli un aspetto maestoso, stridevano con i lineamenti truci e plebei dei tarchiati paracadutisti la cui ottusa espressione facciale, anonima e scialba, sembrava a tratti quasi intimidita dalla forte e carismatica presenza scenica dei tre spilungoni italiani. Il tutto evocava un surreale quadretto in cui pareva davvero che dei nobili e alteri cavalieri palatini si stessero inspiegabilmente sottomettendo alla mercè di una torma di tozzi e rozzi scudieri e servi della gleba.
La verità era che una piccola e mal assorta compagine nazionale si stava piegando con ben poco coraggio e forza combattiva alla mercè di un terrificante apparato bellico, che per molti costituiva l’Impero del Male sulla Terra, ma di cui, fino a poche settimane prima, quei titani accecati, in tutti i sensi, erano stati i più stretti alleati.
Intanto, i tedeschi erano stati costretti a legare le bende attorno agli occhi degli italiani facendoli prima sedere sugli striminziti sedili della Kübelwagen, l’agile camionetta che era l’equivalente della più celebre Jeep degli Alleati, con cui li avevano accompagnati al luogo convenuto, perché altrimenti avrebbero faticato non poco, in posizione eretta, a raggiungere la sommità dei loro capi. In realtà furono gli italiani ad anticiparli, indicando loro di volersi accomodare all’interno del veicolo prima di essere bendati, perché in alternativa avrebbero dovuto piegarsi sulle ginocchia o con la schiena e in quel gesto remissivo avrebbero costretto se stessi e l’intero popolo da essi rappresentato a sottomettersi letteralmente ad una sorta di Forca Caudina figurata imposta dal brutale aggressore. Uno di loro, notando la statura risicata di quei parà, sospettò perfino che li avessero scelti apposta così bassi per costringerli in qualche modo a inchinarsi a loro, materialmente e figurativamente, e così decise di non cadere in quel tranello e di non permettere che lo facessero neppure i suoi colleghi, prendendo l’iniziativa di sedersi sullo strapuntino della vettura tedesca. Ma quei diavoli verdi in miniatura si vendicarono, avvolgendogli attorno alla testa un fazzolettone che, a differenza dei suoi compagni, non gli copriva soltanto gli occhi ma l’intero viso. Lui immaginò che se avessero potuto lo avrebbero perfino incappucciato, e quella copertura integrale della sua faccia fu il massimo che poterono escogitare per cercare di smorzare ogni traccia di superbia in lui, mortificando la sua dignità nel tentativo di renderlo un docile ostaggio nelle loro mani.
Del resto, un’intera nazione si era ritrovata in quei giorni alla mercè di un inesorabile sequestratore. La sera dell’otto settembre 1943, non appena fu dato l’annuncio dell’armistizio stipulato tra le Forze Alleate e il governo italiano, che di fatto sanciva agli occhi del regime hitleriano un atto inaudito di tradimento e defezione da parte della monarchia sabauda, che aveva destituito e arrestato Benito Mussolini appena due mesi prima e che ora, a dispetto delle promesse, rinunciava al proprio ruolo di cobelligerante al fianco della Germania, il supremo comando tedesco non esitò a fare scattare la già pianificata operazione di presa di controllo e occupazione militare dei punti strategici presenti sul territorio italiano centro-settentrionale, a partire dalla capitale, Roma, e dalle sue infrastrutture governative. Alle truppe tedesche bastarono poco più di due giorni per realizzare tale proposito, agevolate dalla fuga della famiglia reale italiana e del neo-insediato governo del Maresciallo Pietro Badoglio, che abbandonarono al loro destino il pur munito e ben armato apparato difensivo preposto alla salvaguardia delle istituzioni romane il quale tuttavia, lasciato privo di qualsiasi chiara e definita direttiva, in un clima di grande confusione, disorientamento e scarico di responsabilità, nonostante isolati atti di valore ed eroismo, non poté che disfarsi e soccombere sotto la spinta incalzante degli ex alleati germanici, divenuti di colpo invasori, numericamente inferiori ma incommensurabilmente meglio organizzati e determinati a raggiungere a tutti i costi i propri obiettivi. In quei due giorni di drammatica, disorganizzata e convulsa resistenza armata, non soltanto Roma e la sua struttura metropolitana, ma l’intera concezione di un ordine nazionale subì un sistematico sacco da parte di implacabili predatori esterni.
Eppure, quei moderni Lanzichenecchi non erano venuti ad assoggettare con lacci e bende la nobiltà decaduta, né a mettere a ferro e fuoco gli antichi palazzi e monumenti capitolini. A loro era bastato far sentire distintamente il crepitio di temibili armi automatiche e scegliere a campione un certo numero di vittime sacrificali che avrebbero indotto gli altri, intimoriti e scoraggiati, a desistere quanto prima da qualsiasi idea di resistenza, men che meno dalla sua piena attuazione!
Quelle vittime sacrificali sarebbero state poi definite collettivamente come “I caduti per la difesa di Roma” che prevalentemente dall’otto al dieci settembre, almeno quelle per cui fu possibile un’identificazione certa, in città e nei comuni limitrofi ammontarono a 659 appartenenti ai diversi corpi militari e 121 civili, di cui 51 donne.
Come è nata l’idea di questo libro?
L’idea di questo libro è sbocciata in modo piuttosto organico. Leggendo un articolo storico, mi sono imbattuto in alcuni dettagli che mi hanno incuriosito e hanno acceso la mia immaginazione. Da quel seme di curiosità è cresciuto un interesse che si è trasformato in una ricerca approfondita e, infine, in un intero libro.
Quanto è stato difficile portarlo a termine?
Completare il libro non è stata una passeggiata. Ci sono stati momenti di frustrazione e di stallo, ma ogni sfida ha rafforzato la mia determinazione. Alla fine, vedere il progetto concludersi è stato incredibilmente soddisfacente.
Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Tra i miei autori di riferimento, annovero scrittori come Thomas Mann per la sua profondità psicologica e l’analisi penetrante della società, Alberto Moravia per la sua esplorazione lucida e critica della condizione umana, e Dostoevskij per la sua intensità emotiva e la capacità di sondare gli abissi dell’anima umana. Ciascuno di loro ha influenzato il mio stile e il mio approccio alla scrittura in modi significativamente diversi.
Dove vivi e dove hai vissuto in passato?
Al momento vivo in una piccola cittadina sul mare, in Abruzzo, ma sono nato e cresciuto in Sicilia. Ho vissuto in vari posti nel corso degli anni, e ogni luogo ha lasciato il suo segno, arricchendo la mia visione del mondo e la mia voce narrativa.
Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Per il futuro, ho diverse idee in mente. Sono sempre stato affascinato dall’interazione tra realtà e finzione e spero di esplorare ulteriormente questi temi nei miei prossimi lavori.