Langobarden Edito da 2RTE nel 2023 • Pagine: 319 •
Sono passati due secoli e mezzo dalla discesa dalla Pannonia dei Longobardi, popolo barbaro di lingua germanica e guidato da re Alboino. I Longobardi hanno avanzato verso l'Italia centrale e meridionale nel corso dei secoli, stabilendo ducati e rispettivi gastaldati, fino ad arrivare a Napoli e costituendo di fatto quella che verrà conosciuta come "Langobardia Minor".
Nell'inverno del 817 d.C., una battuta di caccia al cervo segna il destino di un giovane longobardo, Siconolfo, figlio del duca di Acerenza, che suo malgrado rimane coinvolto nelle lotte fratricide tra i ducati del Sud d'Italia, all'ombra del potere sempre crescente dei Franchi. È lungo il percorso della via "Sacra Langobardorum" che la storia del protagonista si intreccia con quella dei formidabili guerrieri, i mercenari saraceni, che Siconolfo assolderà per fronteggiare la smania di conquista di diversi duchi che si succederanno nel corso della storia.
La vita di Siconolfo prenderà una piega straordinaria quando incontrerà il principe Mohan, un eccezionale falconiere proveniente dall'emirato di Bari. Le gesta di Mohan diverranno leggendarie e risuoneranno attraverso le montagne del Gargano. I suoi uomini, chiamati Sarqillin nella loro lingua, non solo combatteranno al fianco di Siconolfo, ma saranno anche ricompensati con privilegi unici, come salvacondotti per il libero commercio, terre fertili e frange di costa in cui erigere castelli e torri di avvistamento.
Attraverso la biografia romanzata di Siconolfo, il lettore sarà catapultato in un'epoca lontana, animata da epiche battaglie e intrighi di palazzo. Accompagnerà il protagonista nel suo percorso di riscoperta dei valori ancestrali dei Longobardi, fino a vederlo diventare il primo principe di Salerno, un titolo che segnerà la storia per sempre.
Territorio di Conza, Avellino.Si erano allontanati più del dovuto per inseguire quel cervo, tanto da essersi addentrati nei territori di Conza. Sicardo riprese fiato appoggiandosi a un tronco di faggio. Siconolfo, più avanti di qualche metro, fece cenno al fratello di rimanere in silenzio, poi tirò fuori la freccia dalla faretra e tese l’arco. Il cervo dinanzi a lui era giovane e possente, il palco di corna il più maestoso che avesse mai visto. L’animale intento a brucare il sottobosco aveva la pelle del collo tanto tesa da lasciare intravedere la grossa arteria pulsare, quel punto preciso che il cacciatore avrebbe dovuto colpire. Il cervo alzò la testa e drizzò le orecchie attirato dal calpestìo di alcune foglie secche, proveniente dalla faggeta. Gli sbuffi di vapore smisero di venir fuori dalle narici dopo averle allargate per fiutare l’eventuale pericolo, poi tornò tranquillo a respirare e brucare. Siconolfo scagliò il dardo che trapassò la carne in un lampo. L’animale cadde producendo un rumore sordo e potente, mentre i suoi occhi fissarono spalancati un punto indistinto nel vuoto. Cominciò a singhiozzare, facendo zampillare una grande quantità di sangue dalla ferita e dal muso.
«Finiscilo!» Intimò Sicardo. «Finiscilo, chi aspetti?»
Gli ultimi guizzi di vita della preda finivano sempre per disturbare il giovane cacciatore, il suo stomaco assumeva la consistenza di un sasso. Pensava che, se in estate la natura poteva esprimersi in tutta la sua bellezza attraverso la rigogliosità della chioma degli alberi, in inverno lo faceva attraverso la regalità dei cervi. E ora era lì, proprio lì dinanzi a lui. Siconolfo ebbe una stretta al cuore mentre guardava la bellezza della preda morente. Nonostante la necessità di cibarsi e sopravvivere, non poteva evitare di provare un senso di colpa per aver messo fine alla vita di un così magnifico esemplare. Tirò fuori la spada e pose fine alle sofferenze dell’animale: il re della foresta era stato abbattuto. Staccò dalla cintura il sacchettino che portava sempre con sé e prese alcuni piccoli semi di erbe campestri contenuti al suo interno. Li sotterrò nel punto in cui era disteso il cervo, proprio dove aveva esalato l’ultimo respiro, cosicché dalla sua morte potesse rinascere nuova vita. I due caricarono con rapidità la carcassa su uno dei cavalli, portati da due servitori dalla radura poco distante, poi cavalcarono in direzione del confine. Dal fondo valle si udì il galoppare di cavalli, un manipolo di soldati conzani di ronda li sorprese e cominciò a inseguirli.
«Figli d’ un cane! Fermatevi!» Gli inseguitori percorsero tutta la faggeta, fino ad arrivare alle colline, ma la compagnia di caccia sapeva bene che non ce l’avrebbe fatta ad oltrepassarle e ritornare in territorio di Acerenza: i cavalli erano stanchi e infreddoliti dall’intera giornata di caccia.
«Ci sono dietro, non demordono. Proseguite mio signore, li rallentiamo noi. Il tempo di nascondere il cervo e ritorniamo al castello.» Propose uno dei servitori. Sicardo lasciò che si fermassero. «Al vostro ritorno sarete ricompensati a dovere. Non fatevi prendere!».
«Andiamo! Qualsiasi cosa succeda si mostreranno certo più clementi con loro che con noi. Ci spellerebbero vivi!» Rassicurò il fratello che pareva incerto. Poi spronò il cavallo alla corsa.
La neve aveva ripreso a cadere e il freddo pungente rendeva faticoso respirare: era come avere tanti spilli piantati nel petto. Siconolfo si strinse al collo del cavallo, unica fonte di calore. Al tramonto, le acque rumorose del fiume Bradano indicavano che il muro di cinta era vicino.
«Aprite, fate presto! Aprite!» Urlò Siconolfo, alla vista della porta di Acerenza. Tutt’intorno al castello vi era un silenzio innaturale, l’aria era ovattata dalla neve, ma la sua voce arrivò limpida e forte alle orecchie del guardiano che eseguì immediatamente l’ordine. L’enorme porta di legno si spalancò sul lastricato ciottoloso, dove i cavalli infreddoliti e stremati furono affidati nelle mani sicure degli stallieri. Si diressero all’interno del castello verso la sala grande, dove il duca Sicone amava riscaldarsi nei pomeriggi invernali. Era seduto vicino al grande braciere di pietra rettangolare scavato nel pavimento, insieme a due dei suoi dignitari più fidati. Le fiaccole emettevano una luce calda e tremolante che illuminava le pareti e le facce delle persone mentre lo scoppiettio dei gusci di noce, buttati sui tizzoni, allietava come sempre i lenti pomeriggi invernali. Sulla tavola c’erano molti frutti freschi, il profumo intenso delle melagrane riempiva l’aria della stanza con un aroma dolce e fruttato.
«Stupidi, che avete fatto? Sapete cosa vuol dire questo? Che presto ci ritroveremo i conzani a muovere guerra fuori dalle nostre case!». Sicone si alzò e con la mano sul viso cominciò a lisciarsi pensieroso la barba bianca.
«Manda un drappello a controllare lo sbarramento di Conza e stabilisci turni di guardia sulla torre a nord ovest. Che non distolgano lo sguardo dal confine nemmeno un istante!» Ordinò al primo dei due uomini presenti in sala.
«Tu… chiama l’armiere. Che giunga da me, presto!» Intimò al secondo. «Quanto a voi, sparite dalla mia vista!». Concluse rivolgendosi ai figli e scaraventando un pugno di noci nel braciere, che scatenarono una piccola esplosione di scintille luminose tutt’intorno. Sicardo faticò a sostenere lo sguardo incupito del padre e dovette mordersi la lingua per non sbattergli in faccia quello che pensava di lui. Slacciò la pelliccia di volpe bianca poggiandola sull’avambraccio e si diresse nervosamente verso le scale che lo portarono nella sua stanza. Dalla finestra vide i soldati varcare le porte del castello in direzione delle colline, a nord ovest, com’era stato ordinato. Sapeva di non essere molto avvezzo alla riflessione ma occorreva una soluzione: Radelchi, signore di Conza, aspettava da anni proprio quel passo falso, l’innesco che avrebbe fornito una giustificazione per attaccare Acerenza. Sicone aveva sempre fatto in modo di evitare quel confronto, travestendo la sua vigliaccheria da impotenza militare. Era stato concesso troppo a Radelchi, alla sua bramosia, e non era più tempo di trattati, pensava Sicardo, sopraffatto dall’impetuosità che distingue i giovani dai vecchi. Siconolfo rimase qualche minuto con il padre cercando di calmarlo e giungere ad una soluzione che fosse accettabile ma, accorgendosi che non gli prestava ascolto qualunque cosa dicesse, raggiunse Sicardo nelle sue stanze.
«Fratello, stai pensando quello che penso io? Radelchi attaccherà se nostro padre non cede ai suoi ricatti! E lui non fa che parlare ancora di patti!». Disse Siconolfo aprendo la porta e precipitandosi verso la finestra per osservare il confine. Poi continuò «Sicone non vuole fare nulla per il momento, solo attendere. L’attesa non giova mai! Dovremmo giocare d’anticipo e non rintanarci come topi!» Rivelò al fratello, camminando a grandi falcate nella stanza.
«Già, lo penso anch’io. Quel pusillanime non dovrebbe più scendere a patti. Radelchi negli ultimi cinque anni ci ha sottratto altri duecento ettari di terra, con le scuse più banali! La faggeta era nostra fino a pochi anni fa, il nostro territorio per la caccia! Dobbiamo ancora stare a guardare mentre Radelchi ci prende tutto?» Ribatté Sicardo.
«Sicone non ha mai contemplato una guerra contro Conza, ma come biasimarlo? Nessuno sano di mente lo farebbe. Radelchi ha il triplo dei nostri soldati, i suoi arcieri sono di gran lunga migliori dei nostri che non scagliano una freccia in battaglia da tre generazioni! Ma non possiamo aprire le porte di Acerenza per un nuovo trattato! No, fratello, questa volta sono d’accordo con te, prepariamo il nostro esercito. Chiederemo aiuto a coloro che ce lo devono. Ricordi?» Il più riflessivo e pacato Siconolfo, per la prima volta, si trovò in sintonia con il fratello.
Sicardo alzò la testa e, dopo qualche secondo di silenzio, capì a cosa il fratello facesse riferimento. «Brancia di Voltapianezza e il duca di Spoleto. Stai pensando a loro?» Siconolfo annuì. Sapeva benissimo che l’impresa sarebbe stata ardua ma dovevano provare.
«A loro per primi, poi a Rothfrit. Manda un’ambasciata anche a Dauferio il Muto, ti ha promesso in sposa sua figlia Adelchisa quando sarà in età da marito. So che è appena rientrato dal suo pellegrinaggio in Terra Santa, fai in modo che mi raggiunga a Voltapianezza. Non sarà un problema, so che è molto amico dei Brancia.»
«Sono d’accordo. Facciamo capire che i figli di Sicone hanno un’altra tempra!»
«Domani all’alba partirò per Voltapianezza con due uomini, nostro padre dovrà ascoltarci e farsi da parte stavolta. Tu assicurati che non faccia nessun tipo di patto scellerato con Radelchi o minaccerai di succedergli con la forza. Gli acheruntini ti amano, ti vedono già come suo erede.»
«Parlerò con i generali, mi sosterranno nel caso si opponga …è nella loro natura essere inclini alla guerra. Manderò uno di loro a Spoleto e informerò anche il tuo futuro suocero.»
«Bene, siamo d’accordo. Se Radelchi oserà attaccarci, Acerenza risponderà. Prendi tempo, aspetta me per qualsiasi decisione, non ci metterò troppo e ti porterò un esercito.»
Sicardo gli batté la mano sulla spalla: «Mi fido del tuo giudizio. Ora sono più tranquillo.»
D’altro canto, Radelchi sapeva bene che qualsiasi iniziativa avesse preso senza consultarsi con il principe Grimoaldo di Benevento, gli sarebbe costata cara. Chiese udienza immediata presentandosi il mattino seguente al suo cospetto.
«Mio signore, non sono più tollerabili le scorribande di quei villani nelle mie terre. Cacciano i miei cervi per dispetto, per poi lasciarli a terra. Quest’ultima luna lo hanno fatto già due volte. Due lune fa, si sono intrufolati in una taverna a bere con quattro dei loro compagni e hanno fomentato una rissa, infastidendo le due figliole del locandiere.» Ripeté Radelchi, con fare tra il supplichevole e l’offeso.
Grimoaldo dalla lunga barba, rispettoso delle tradizioni dei suoi antenati, lo era meno di Radelchi nonostante fosse il tesoriere del regno. Lo riteneva avido nonostante gli avesse donato più terra di quanto gliene sarebbe spettata, stante ai patti con i principi locali. Lo considerava però abile nelle trattative, veloce di lingua e di pensiero, uno che non lasciava mai nulla di irrisolto al caso, a girare i discorsi e a metterli come più gli conveniva, ma anche un individuo capace di sotterfugi e meschinità, qualora se ne presentasse l’occasione. Se c’era una cosa che il vecchio principe di Benevento non sopportava, era l’iniziativa personale. Pensava che i suoi ultimi predecessori si fossero ammorbiditi per un motivo ben preciso, avviando una politica di fusione con i popoli autoctoni, favorivano una condivisione di ruoli che, se da un lato avrebbe limitato la dominazione franca, in tutta Italia, dall’altro poteva porgere il fianco a rivendicazioni e complotti per rovesciare il sovrano.
«Mancando di rispetto a me sono manchevoli nei vostri confronti, eccellenza.» Continuò Radelchi.
Grimoaldo si alzò in piedi e dall’alto della sua imponente stazza fisica, con tono autorevole si rivolse al signore di Conza: «Aspettate a far valere il vostro disappunto, mandate un’ultima ambasciata. Qualora sconfinassero di nuovo sarà vostro diritto intervenire, e questa volta sancito per mio volere. Vedrete che Sicone terrà a bada i suoi figli e si eviterà una guerra inutile.»
«Ma, signore, non è la prima né l’unica volta che quelle bestie di acheruntini abusano della vostra pazienza e di sicuro questa mancanza di risolutezza…»
«Osate contrastare il mio volere?» Lo interruppe, seccato e risentito da quelle striscianti e sottili insinuazioni del tesoriere.
Radelchi scosse la testa richiudendosi nelle spalle e mostrò i palmi delle mani all’altezza del viso, cercando di farfugliare giustificazioni inutili.
«Andate e fategli recapitare il messaggio. Per ordine di Benevento non saranno più tollerate scorrerie di nessun tipo, in territorio di Conza.»
Grimoaldo si accomodò sul grande trono in legno di ulivo, a ribadire il suo status. Radelchi e il suo primo cavaliere raggiunsero gli altri due uomini di scorta rimasti fuori dal palazzo, poi ripresero le spade custodite da un armiere.
«Mi dispiace che non sia andata come volevate, signore.»
«Non rammaricatevi, Agelmondo, amico mio. È andata esattamente come speravo.» Rispose al cavaliere con un sorriso beffardo. «Presto avrete la vostra guerra e altra terra da coltivare. Lasciate che Grimoaldo segga sul suo scranno longobardo ancora per un po’.»
Come è nata l’idea di questo libro?
Sono un’appassionata di storie medievali e leggende legate a quel periodo, mettiamoci anche che sono nata in un territorio, quello garganico, ricchissimo per tradizione di entrambe ed ecco la combo perfetta!
Quanto è stato difficile portarlo a termine?
È stato difficilissimo perché la ricerca delle fonti ricadeva letteralmente in un buco nero della storia dell’Alto Medioevo. Si sono resi necessari due anni solo per la ricostruzione storica degli eventi, nonostante si tratti di una biografia romanzata e non ufficiale di Siconolfo, primo principe longobardo di Salerno. Il taglio storico reale che ho voluto dare al testo era di fondamentale importanza per me!
Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Gli autori di riferimento che prediligo sono quelli che hanno donato quasi un impronta quasi di cronaca giornalistica ai loro testi, pur rimanendo all’interno di una narrazione emotiva molto forte e di grande impatto, primo fra tutti Hemingway, per poi arrivare ad autori come Striano e Tabucchi.
Dove vivi e dove hai vissuto in passato?
Sono nata in un paese sul Gargano, San Marco in Lamis, in provincia di Foggia. Mi sono trasferita a Roma per studio dopo la maturità classica. Attualmente vivo a Guidonia Montecelio.
Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Progetti ce ne sono tanti, primo fra tutti il sequel di Langobarden…Perchè anche se il romanzo termina con la morte del protagonista essendo una biografia, il potenziale della storia non si è concluso, anzi! Continua nelle vicende successive piene di intrighi e battaglie riservate al suo successore sul trono di Salerno.