Museo d'Arte Orientale - Collezione Mazzocchi. Lo scrigno dell'arte giapponese in Franciacorta Edito da Edizioni Arnaldo da Brescia nel 2023 • Pagine: 192 •
... è impossibile vedere paese più bello, dico la verità, dopo il nostro paese il sito che preferirei sarebbe il Giappone. È un paese incantevole ...
Pompeo MazzocchiXilografie con geishe, katane e armature di samurai, Quaderni Manga di Hokusai... Questi e molti altri pregiati capolavori fanno parte della Collezione Mazzocchi.
Una panoramica delle opere esposte nell’omonimo museo con immagini, schede di approfondimento e affondi sull’arte giapponese e su vicende storiche legate al collezionismo.
Nel 2014 per una mostra a Brescia chiesi in prestito delle opere del museo.
Fu l’allora Presidente della Fondazione Pompeo e Cesare Mazzocchi, Alberto Facchetti che vedendo il mio entusiasmo per le armature giapponesi mi volle mostrare alcuni dipinti che erano conservate in caveau in scatoloni chiusi.
Dentro trovai i famosi quaderni manga di Hokusai e tre plichi di nishiki-e le xilografie giapponesi che vantavano i maggiori nomi degli artisti del XIX secolo. Da lì iniziò un rapporto che andò intensificandosi fra il 2014 e il 2016.
Sempre ad Alberto Facchetti si deve la nascita del museo che approvò la mia proposta della costituzione di un piccolo museo.
Studiando le opere, intervistando gli anziani del paese, confrontandosi con altri studiosi di personaggi che hanno incrociato Pompeo Mazzocchi si sono scoperte moltissime cose, interessanti per la storia del paese e per la storia dell’arte giapponese.
I ritratti di Pompeo e Cesare Mazzocchi ed Eva Dea, divenivano tridimensionali. La loro personalità permeava i luoghi e oggetti.
Pompeo ebbe il pregio di collezionare delle opere di grande pregio e le portò a Coccaglio spesso con espedienti avventurosi. Eva Dea, conservò, restaurò e integrò la collezione.
Il figlio di Toscanini, maestro di Eva, commerciava anche opere d’arte giapponesi e dagli ultimi studi e scoperte contrariamente a quanto prima si pensava diverse opere non furono portate da Pompeo, ma furono collezionati da ella stessa come bomboniere, tavolini.
Intuisco lo stupore della giovane quando, arrivando a Coccaglio, scoprì la ricchezza della collezione del futuro suocero.
Proprio lei creò la collezione e poi la configurò come wunderkammer (erano una sorta di protomusei, chiamati Gabinetti delle curiosità), secondo la moda del tempo fra salotti milanesi più raffinati. Una camera delle meraviglie che non si limitava alla mera esposizione per pochissimi intimi (un registro apposito cataloga 40 visitatori), ma soprattutto si ispirava alle opere per crearne di nuove, giapponiste. La cura della collezione è acclarata anche dal restauro che lei faceva su quelle rovinate rendendola di fatto la seconda proprietaria e prima conservatrice della collezione.
Ho dovuto adattare la struttura del museo in base allo spazio disponibile: quattro grandi stanze.
Dal momento che volevamo puntare molto sul collegamento fra museo e scuola ho pensato ad un allestimento più “emotivo” con gigantografie che consentivano di vedere adeguatamente anche particolari piccoli a un ampio gruppo di persone.
La prima è dedicata alla figura di Pompeo Mazzocchi, alla sericoltura e ai suoi viaggi.
Vi è il suo ritratto, quello della moglie, i passaporti, i documenti di acquisto dei semebachi (uova di baco da seta), i cartoncini su cui erano posate le uova, il mandato ufficiale del sindaco Paolo Riccardi e le guide di viaggio.
È chiamata anche la sala del gelso per via del paravento che ritrae un gelso in inverno, albero fondamentale per lo sviluppo del baco da seta.
C’è un dipinto ad olio dal quale emerge anche il fantasma della straordinaria pittrice giapponese Otama Kiyohara, pittrice che padroneggiava ugualmente bene l’arte patria e quella europea, imparata dal marito Vincenzo Ragusa.
Vincenzo Ragusa conobbe Pompeo Mazzocchi a Yokohama, si era recato in Giappone come insegnante di scultura per l’Accademia di Brera, poiché l’Imperatore giapponese aveva chiesto al bresciano Fe’ d’Ostiani che una scuola d’arte italiana potesse aprire una scuola d’arte a Tokyo.
Nel 1919 Eva Dea si recava a Palermo, nello studio dei Ragusa e ritroviamo sorridenti le due artiste nelle fotografie dell’archivio Mazzocchi datate 19 marzo di quell’anno.
La seconda sala è dedicata al Giappone del periodo Meiji, qui le armature, armi e spade sono spunto per narrare il Giappone che conobbe Pompeo e sua la riorganizzazione dopo il 1868.
È la sala dei bushi, samurai di estrazione nobili e della nobiltà. Infatti questa sala è dedicata al sakura, albero di ciliegio che è il loro simbolo per lo splendore e brevità di vita, come recita il motto sulla parete che declama l’eccellenza “fra i fiori il ciliegio, fra gli uomini i samurai”.
In questa sala chiamata sala del ciliegio per via della fioritura di ciliegi nella gigantografia di Hiroshige, sono presenti anche le xilografie del grande maestro della scuola Utagawa e del primo genero.
La terza sala è dedicata al ceto sociale emergente del XVIII secolo, la borghesia, promotrice della cultura artistica dell’Ukiyo-e mondo fluttuante.
Le opere qui contenute sono i famosi quaderni manga di Hokusai e opere dell’arte mingei l’arte del quotidiano dei commercianti: pipe, set di pittura, netsuke, ornamenti, set di cucito.
È chiamata anche sala del bambù per via della xilografia, del materiale di molte opere quivi contenute e poiché la resistenza e flessibilità di questa pianta era considerato simbolo dei commercianti.
L’ultima sala è dedicata interamente all’Ukiyo-e e ai grandi maestri della scuola Utagawa.
Presenta una selezione delle stampe del museo rappresentativa per gli artisti della più famosa scuola di Edo.
La sala è denominata anche sala dell’acero, poiché la fioritura dei ciliegi e la caduta delle foglie d’acero sono considerati i momenti più significativi per la cultura dell’Ukiyo suscitando il sentimento del mono no aware, una sorta di lieta malinconia, la consapevolezza che i momenti felici sono transitori, ma la malinconia, tristezza o dolore provati poi sono anche il metro di misura di quanto si è stati felici e fortunati.
Il percorso della visita segue diversi fili conduttori oltre a seguire i viaggi di Pompeo, la visita guidata verte sui differenti canoni estetici giapponesi e sulla concezione del tempo ciclico collegato alla natura e alla sua stagionalità.Paolo Linetti
Come è nata l’idea di questo libro?
L’idea di realizzare tale catalogo è nata dal fatto che il Museo d’Arte Orientale – Collezione Mazzocchi di Coccaglio è stato inaugurato nel 2017, ed era quindi da tempo sentita la necessità da parte anche dei visitatori di disporre di un prodotto editoriale. Il volume “Museo d’Arte Orientale – Collezione Mazzocchi, Lo scrigno dell’arte giapponese in Franciacorta” fornisce una panoramica completa delle opere facenti parte della collezione permanente. Puntando ad essere sopporto durante la visita, ma anche strumento di approfondimento per chi dimostrasse interesse per i temi trattati. Il catalogo contiene saggi riguardanti il collezionista Pompeo Mazzocchi e la tecnica artistica della xilografia, testi di approfondimento, le schede delle opere di maggior pregio della collezione, così come immagini delle opere esposte.
Quanto è stato difficile portarlo a termine?
Tale volume deriva da un complesso progetto partito nel 2022 e creato dal Museo stesso, con l’obiettivo di una maggiore diffusione dell’arte giapponese. Il progetto, in particolare, ha lo scopo di rendere fruibile ad un pubblico più eterogeneo possibile il vasto patrimonio artistico costudito all’interno del Museo e di diffonderne la conoscenza. Il territorio bresciano è ricco di storia ed arte ed è giusto che venga accentuata anche la connessione con il Giappone. Le varie fasi del progetto hanno compreso: lo studio di documenti inediti del fondo archivistico, la digitalizzazione degli stessi, la creazione di un inventario aggiornato, la creazione di un sito web per il museo dove poter anche consultare il nuovo materiale digitalizzato ed infine la realizzazione di un prodotto editoriale che funga da catalogo delle opere attualmente esposte all’interno del museo e da raccoglitore di nuove informazioni e contenuti.
Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
L’auspicio per il futuro, da parte del Museo d’Arte Orientale – Collezione Mazzocchi, è di poter arrivare a creare una collana di pubblicazioni che trattino nello specifico dei generi artistici facenti parte della collezione, quindi xilografie, avori, bronzi e molto altro ancora.