Il salto del delfino Edito da Epokè - La Torretta nel 2022 • Pagine: 588 •
Il “Salto del delfino” è un romanzo storico ambientato alla fine degli anni ’30 in Italia.
Il prologo del romanzo si apre a Messina, nei primi giorni del 1909, dopo il violento terremoto che ha sconquassato lo stretto causando decine di migliaia di vittime. Tra le truppe inviate a prestare soccorso c’è un giovane carabiniere, Ernesto Cabruna, futuro asso dell’aviazione italiana nella prima guerra mondiale. Durante una missione contro lo sciacallaggio il carabiniere salva tra le macerie un bambino: il protagonista del racconto, orfano e senza memoria. Poche ore dopo, a seguito di un incontro ‘provvidenziale’ con don Luigi Orione, anche lui presente in quei luoghi drammatici, il bimbo viene affidato al futuro Santo piemontese. Il primo tra tanti orfani aiutati in quelle straziate terre.
Don Orione dà al piccolo un nome: Marziano Di Dio, come il Santo patrono della sua città: Tortona.
Il racconto riprende a Milano il 12 aprile 1928. Nella piazza antistante alla Fiera campionaria la gente aspetta il passaggio del Re Vittorio Emanuele III. Tanti bambini, famiglie, giovani alpini di leva a formare i cordoni di sicurezza; alle dieci della mattina una vampata seguita da un’esplosione gettano il terrore sulla folla. Molte persone rimangono a terra, l’età media delle vittime è meno di venti anni. Tra i sopravvissuti alla bomba, un graduato, Marziano, e un Centurione della Milizia Fascista. L’ufficiale delle Camicie Nere nasconde un segreto destinato a sconvolgere le successive inchieste condotte dalla Milizia stessa in antagonismo con la polizia segreta: l’OVRA.
Nelle ore successive all’attentato, a Milano si susseguono le indagini, le perquisizioni, gli interrogatori. Nei palazzi del potere fascista il segreto del Centurione fa tremare. Fa tremare il Federale di Milano Giampaoli, noto per i suoi loschi affari condivisi con ex-squadristi, tra i quali Albino Volpi, assassino di Matteotti. Fa tremare il Podestà Belloni e forse anche oltre. Questa instabilità è invece gradita dal RAS di Cremona, Farinacci, acerrimo nemico dei gerarchi milanesi.
Il pesante segreto porta il graduato Di Dio a fuggire da Milano portando con sé documenti scottanti che inchiodano i responsabili della strage. Tali responsabili sono tutt’altro che schierati tra gli esponenti dell’anarchia o dell’eversione comunista, i quali sono subito incolpati dei fatti. Le responsabilità dell’attentato sono, infatti, subito addossate a Romolo Tranquilli, fratello di Secondino più noto con lo pseudonimo di Ignazio Silone. Romoletto era stato, come Marziano, ospitato a Tortona da don Orione.
Marziano è un uomo semplice, timido, quasi impacciato nei rapporti; non è certamente il prototipo dell’eroe.
La fuga di Marziano si compie per terra, per cielo e per mare. Raggiunge Pavia in treno per poi trovare un passaggio in aereo sulla prima tratta commerciale italiana, la Torino – Pavia – Venezia - Trieste. Sul volo conosce casualmente Ortensia Tisiach, una donna di mezza età, più vecchia di lui, una femminista “ante litteram”, triestina, ex -irredentista e seguace di D’Annunzio, avvocato ed esperta velista. Ortensia aiuterà Marziano nella fuga e nell’approccio con gli accaniti predatori.
A Trieste s’imbarcano su una veloce ed elegante barca a vela di piccole dimensioni che li porterà in una fuga verso le isole dalmate proseguendo verso l’arcipelago delle Incoronate e quindi di nuovo verso l’Italia, ad Ortona. Gli ultimi atti della fuga si svolgono tra le rovine di Pescina, nella Marsica: nel paese natale di Romoletto ed Ignazio Silone.
I due fuggitivi hanno caratteri e culture completamente diverse tra loro ma l’intimità del viaggio e le emozioni condivise li portano a interpretare la diversità come attrazione.
Il romanzo si snoda nei luoghi reali del tempo, tra fatti veramente accaduti e tantissimi personaggi realmente esistiti cercando di fornire un’immagine della quotidianità di quel periodo iniziale del fascismo.
Il percorso narrativo si svolge in soli sette giorni con alcuni salti nel tempo.
Il racconto vuole essere un tributo a quelle giovani vittime innocenti della bomba del 1928 per le quali, come per tante altre stragi italiane, nessuna giustizia è mai stata fatta. Anzi per quei tristi sconosciuti, a Milano, non esiste neppure una targa commemorativa o un ricordo qualsiasi.
Le responsabilità dei fatti criminali sono frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se corroborate da numerosi reali sospetti da parte degli storici e degli investigatori dell’epoca, tra i quali il Commissario Carmine Camilleri, zio del noto scrittore siciliano e personaggio ispiratore del Commissario Montalbano.
Capitolo cinque
12 Aprile 1928 – Milano
Marziano controllò l’orologio da polso: mancavano due minuti alle dieci. Alzò poi lo sguardo verso l’ingresso della Fiera dove le enormi bandiere si erano afflosciate come appesantite da un grave presagio.
– Dovremmo quasi esserci – disse a Flavio mentre si stavano girando per tornare sui loro passi, ripercorrendo il cordone umano.
Improvvisamente, a poco più di cento metri davanti a loro, una vampata di vivida luce si levò tra la folla raggiungendo un’altezza di circa sei, sette metri. La base della fiammata risultò però coperta dalla folla che la circondava. Lo spostamento d’aria colpì i due miliziani una frazione di secondo dopo. Una nuvola di polvere e fumo si allargò concentrica e salì verso il cielo avvolgendo la scena di piacevole attesa che avevano osservato fino a pochi minuti prima.
L’istinto da combattente di Flavio lo fece buttare a terra trascinando con sé anche Marziano, proteggendo la propria testa e quella dell’amico con le braccia.
Pochi secondi dopo il silenzio aveva preso il posto del fragore dell’esplosione. Il vociare ronzante della piazza era cessato completamente, come se tutto si fosse fermato in una muta fotografia. Non si capiva se la pressione del boato avesse reso sordi tutti i presenti oppure se il silenzio fosse reale. Questi attimi di torpore acustico, seppure interminabili, fecero spazio ai primi deboli lamenti che crebbero sempre di più trasformandosi in urla di terrore e di dolore.
La scena era ancora confusa, il fumo saliva al cielo con spire contorte e la polvere, più pesante, stava lentamente posandosi al suolo. Dalla caligine emerse un lungo e scarno dito metallico, solo leggermente incurvato, ad indicare il punto del disastro: era un lampione, o meglio quello che rimaneva del lampione dal quale un micidiale ordigno esplosivo aveva frantumato in mille pezzi il basamento in ghisa.
Dalla nuvola emergevano ora decine di persone che si allontanavano disordinatamente seguendo la sola legge della fuga concentrica. Gli abiti strappati, coperti da polvere di tutte le tonalità di colore: dal bianco al nero, con variegature di rosso sanguigno. I bambini, tra le braccia degli adulti, avevano gli occhi spalancati dallo stupore ma non ancora segnati dal pianto che avrebbe presto rigato la polvere sulle guance.
Dopo pochi secondi… dalla polvere non emerse più nessuno.
Come è nata l’idea di questo libro?
L’attrazione per la storia è sempre stata forte. Questa attrazione mi ha portato a curiosare a Milano i luoghi di un attentato dinamitardo avvenuto nel 1928 nel quale hanno perso la vita 20 persone, tutte molto giovani, bambini, ragazzi, l’età media non supera i 26 anni. Ma di questo attentato si sono persi i ricordi. Piazza Giulio Cesare è straordinariamente rimasta intatta, le stesse palazzine, gli stessi giardinetti e la stessa fontana al centro, nulla è cambiato. Alla altezza del Civico 18 sembra possibile riconoscere ancora le tracce delle schegge che hanno falciato tante vite. Lo sfondo della piazza è stato invece stravolto, il posto dei padiglioni della Fiera Campionaria è stato occupato dalla Skyline dei grattacieli della City Life Milanese. Ho cercato un segno tangibile del ricordo del tragico fatto ma nulla, nessuna traccia. Per questa osservazione è nato lo stimolo di scrivere qualcosa a riguardo.
Quanto è stato difficile portarlo a termine?
Non è stata una “difficoltà” ma un impegno. Pur essendo il romanzo una vicenda frutto della mia fantasia ho voluto ricostruire i fatti, i luoghi ed i comportamenti tipici dell’epoca con una accanita ricerca del dettaglio. Questo impegno, ovviamente complementare alla mia attività lavorativa, mi ha portato ad impiegare quasi tre anni nella scrittura del libro.
Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Sicuramente la passione per la storia è prevalente e Indro Montanelli è certamente un plinto di riferimento per quanto riguarda la saggistica. Per l’impostazione romanzata gli autori sono più numerosi: Patrick O’Brian per la saga sui mari di Jack Aubery, Bernard Cornwell per i romanzi storici sull’epopea Napoleonica, Simon Scarrow per la storia romana.
Dove vivi e dove hai vissuto in passato?
Attualmente vivo in un piccolo paese di campagna nelle colline tortonesi, posto ideale per la concentrazione sulla scrittura. Sono nato ed ho vissuto per molti anni a Milano.
Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
I progetti sono tanti, e menomale! Raggiungendo la pensione avrò più tempo libero e mi piacerebbe dare un seguito al “salto del delfino”, con gli stessi personaggi e con lo stesso stile di rievocazione storia di fatti realmente accaduti.