ABBRACCIAMI Edito da Capponi Editore nel 2023 • Pagine: 256 •
Quella che state per leggere è la mia storia, quella di Andrea Stefani, un ragazzo di diciassette anni, studente, che vive sull’isola di Procida. Ho due amiche del cuore con le quali condivido il mio tempo libero perché siamo così diversi da completarci alla perfezione, riuscendo ad alleggerirci a vicenda i pesi della nostra età, che porta con sé tante frustrazioni e disagi esistenziali. Poi c’è lui, Antonio, il mio faro illuminante, sempre disposto ad ascoltarmi, incoraggiarmi e, se mi vede troppo triste e deluso, difendermi attraverso quello che resta il gesto più avvolgente e protettivo che conosca: l’abbraccio! Non posso però, lasciarvi alla lettura senza prima prepararvi al Mocio, un mio coetaneo perfido e spregevole, che mi sta rendendo la vita un vero inferno dal quale non riesco a scappare e rischio di bruciarmi per sempre. La mia storia è quella di tanti, troppi altri ragazzi come me, che vivono la propria esistenza a stretto contatto con il bullismo, che lascia segni dolorosi sul cuore e nell’anima… incancellabili a vita!
Le mie mattine sono quasi tutte equivalenti tra loro, scandite dal puntuale odioso suono metallico della sveglia, che desta e scuote ogni parte del mio corpo, eccetto i pensieri che, strafottenti al suo richiamo, proseguono imper-territi nel loro silenzio-assenza.
Ma dura poco quell’ammutinamento, nell’ordine dei cinque minuti al mas-simo, arco temporale oltre il quale c’è da rispondere all’appello, questa volta dal chiaro suono umano, che non ammette rimandi o rinunce; parlo della voce amabile e squillante di mia madre, che con poetica dolcezza apre la porta della stanza, tira su le tapparelle della finestra con veemenza indescri-vibile e mi regala il suo affettuoso buongiorno, che rimbomba fino sotto le coperte, come un allarme su una città assediata dalle bombe.
A quel suo: «Amore è tardi… Svegliati e fai in fretta», non è raccomandabile restarsene insensibili perché lo ripeterebbe all’infinito fino a stanarti, ed al-lora tanto vale destinarle un minimo cenno di adesione, che sa più di ululato, mentre apro gli occhi in modo pigro e controvoglia si adattano all’invasione di luce prodotta dal nuovo giorno che si presenta, come al solito, dispettoso e prorompente al di là della finestra.
E se non bastasse, tra rallentati movimenti sconclusionati e inutili domande a te stesso senza risposte, sul motivo per il quale ogni mattina bisogna andare a scuola, ecco raggiungermi dal corridoio un sibilo sottile che si fa sempre più vicino e mi permette di comprenderne chiaramente concetto ed autore: «An-drea spicciati che devo andare in bagno», con autrice la voce assonnata di mia sorella Sara, che si preoccupa per me del ritardo che potrei accumulare, se mai mi anticipasse a chiudersi nel bagno, assediandolo per almeno due ore.
“Meglio alzarsi” – comando a me stesso. – E mentre provo a concentrarmi sull’auto incitamento con tutte le mie forze, sbircio il cielo della nuova mat-tina, che si mostra uguale a tutti gli altri, sia esso nuvoloso che pieno di sole o ancora da rischiarare: resta sempre il cielo dietro una finestra sopra un’isola.
Un’isola sì, quella di Procida, dove basta frequentarla un po’ per compren-dere che nei dettagli più piccoli che la compongono nulla è estraneo, neppure l’inspiegabile, rendendola straordinaria ed affasciante per i tantissimi turisti che arrivano d’estate, con il desiderio di volerci restare il più a lungo possibile, battezzandola come rifugio galleggiante perfetto dove isolarsi, distanti dal caos di ogni giorno, perché qui da noi ti è permesso cullarti tra inviolabili so-gni, inspiegabili speranze e ideali mete fuggiasche, quando le cose della vita ti vanno troppo strette o sbattono contro i tuoi ideali e ti deludono clamoro-samente, al punto che vorresti seminarle scappando lontano, caso mai, su un’isola in mezzo al mare.
Procida: uno spartitraffico con tutto attorno solo mare, già; che al suo primo approdo fa sempre un gran bell’effetto, per lei che è così piena di colori, at-traente concentrato di fascino e rilassamento spirituale che rapisce ed am-malia, anche se per poco, devo dirlo, perché viverci tutti i santi giorni non è cosa facile.
Qui, inevitabilmente, tutti sanno tutto di tutti, e basta andare in piazza o in qualche bar per essere informati all’istante sugli accadimenti di giornata, che poi diventano chiacchiericcio popolare con cui alimentare un intero lungo in-verno, altrimenti noiosissimo da far trascorrere senza spettegolare su qual-cuno.
Però, è anche giusto sottolineare quanto sia legato alla mia isola, sempre un po’ bistrattata e collocata al terzo posto quando si parla delle perle nel golfo delle Sirene che poi, credetemi, una volta conosciuta meglio, non si può non amarla, ma avrò modo di raccontarvela con calma perché ora devo scappare in bagno, fare colazione, vestirmi, salire sul mio scooter e andare a scuola, ponendo così fine alla straziante persecuzione di forze nemiche alleatesi con-tro me questa mattina, scese in campo a disperarmi il risveglio tra madre, sorella e l’inquietudine della prima campanella che darà vita ad un nuovo giorno di scuola.
Ah, dimenticavo, io sono Andrea, ho quasi 17 anni e sono un concentrato di dolcezza e incongruenza, come sostengono le mie due amiche del cuore, per-ché mi piacciono da morire gli abbracci e spesso vorrei che il mondo sparisse intorno a me, ma poi ci resterei troppo male perché soffro la solitudine.Capitolo SECONDO
Quella che occupo in classe la ritengo una postazione di assoluto privilegio, seduto di fianco alla finestra che dà sul cortile, dalla quale allungando la vista ti è permesso affacciarti sul mio più grande alleato di fuga: il mare che, come una bella donna, mi rapisce lo sguardo, lo incanta e mi obbliga a faticose lotte per non restarne prigioniero; almeno fino a quando non mi scuote la voce di qualche prof, che si accorge del mio allontanamento mentale e mi richiama all’ordine immediato.
Ma, posso assicurarvi che è davvero una prova durissima da sostenere il sop-portare l’angosciosa quotidiana prigionia scolastica, ristretta tra quattro mura, da scontare in abbondanti quaranta metri quadri, tra 16 banchi disposti in fila disordinata dove, se tutto va bene, ci resti inchiodato per cinque lunghi anni a consumare qualcosa come undicimila e cinquecento ore della tua gio-vane vita, per quella che definiscono la vera culla dell’emancipazione sociale, e che se è vero alla fine ti permette di afferrare l’agognato traguardo di un diploma, di contro legittima l’insoddisfazione generale nell’accrescere il nu-mero dei disoccupati che popola la mia amata piccola terra galleggiante.
E questa stamattina, giusto per appuntire ancor di più la punta del coltello nel mio animo, c’è di poco piacevole che è una gran bella giornata di sole, di quelle che vorresti respirare a pieni polmoni per strada sullo scooter, svolaz-zando senza meta ed obblighi, invece di dover rimanere raccolto sulla voce del sapientone di turno seduto dietro una scrivania, sforzandoti in disumane fatiche fisiche per far finta di ascoltarlo, combattendo contro se stessi per non chiudere gli occhi e far diventare una ninnananna la melensa voce del “secco con gli occhiali”; alias docente di italiano, che da più di un’ora si parla ad-dosso con nessuno che lo stia ascoltando per davvero.
E mentre la mente farfuglia tutte le supposizioni tipiche di inizio settimana, ecco che la magia delle sfighe si abbatte irriverente su me con il docente che, incitandomi per cognome, mi chiede se posso aiutarlo a spiegare ai miei col-leghi studenti alcune basilari regole di grammatica e ortografia, dato che tra tutti gli allievi risulto uno dei pochi “accettabili” nel compito in classe della scorsa settimana, accaparrandomi un esaltante “poco più che sufficiente”.
Non potete vedermi, ma fidatevi della descrizione sulla mia espressione che mostro al professore, che sa di scoramento, tipo: “ma perché proprio io?”, anche se non sortisce pietosi ripensamenti da parte sua.
Tanto vale desistere da ogni ulteriore riluttante mimica facciale e tentare di spiegare ai miei colleghi l’elementare differenza che esiste tra il “se” congiun-zione e quello accentato da pronome riflessivo, oltre che l’utilità di utilizzare le vocali nella maniera opportuna tra la O separatista e la E unificatrice, au-gurandomi che bastino pochi frettolosi accenni per farmi tornare al mio banco e riprendere a sbirciare fuori dalla finestra, fantasticando su quanto sarebbe figo trasformarsi in Icaro, salutare tutti sul più bello e togliere il di-sturbo, volando via.
Credo convintamente che, se ci fosse una materia scolastica che studia la fan-tasia, sarei di sicuro da primi della classe, essendo tanto fervida quella mia, peggio di Walt Disney e propria di un ragazzo di 16 anni e mezzo, nel pieno delle sue “infacoltà mentali”, al terzo anno di geometra, in una scuola che è quasi un residuato bellico e prossimo a diventare patrimonio dell’Unesco, con acclusi i professori all’interno, dove è più facile dimenticarsi chi sei, che ap-prendere nuove cose su te e il mondo che ti fluttua tutto intorno.
Nella mia classe siamo in sedici, ma è come se fossimo in cinque, tanto è di-spersiva. A volte, quando sei costretto a tenere le finestre aperte per il caldo afoso che ti si appiccica addosso, durante l’appello ci vorrebbe un megafono per raggiungere tutti, in attesa dello svogliato presente di giornata.
È innegabile che non ho piacere a restare chiuso per tante ore in questa classe in giorni come oggi, per esempio, dove all’apertura della finestra per far cir-colare un po’ di aria nuova, il calore del sole rotola prepotentemente nella stanza, stanco di essere rimasto chiuso fuori tutta la mattina.
Poi, alla chiusura della finestra ecco che un misto di rassegnazione e tolle-ranza mi assale e mi riporta alla realtà della mia pena da scontare, conse-guenza della frettolosa risposta data a mio padre tre anni fa, quando mi chiese quale diploma volessi fare mio, una volta finite le scuole medie.
Per la verità, se avessi potuto esprimere liberamente il mio desiderio, senza scatenare delusioni e tristezze familiari, gli avrei risposto “arti e mestieri” per la facilità del risultato da raggiungere o, di contro, per il tanto amore che nu-tro nella letteratura antica, il liceo classico.
Il geometra, invece, l’ho scelto perché durante la risposta a bruciapelo mi è arrivato in soccorso mio cugino Massimo, apparso per un istante tra i miei pensieri. Lavora in comune e sarebbe stata di sicuro una scelta condivisa ed accettata da tutti, soprattutto la mamma che vede in Massimo un secondo figlio maschio, punto di riferimento per tutta la famiglia, ed anche perché l’istituto è vicino casa e, giusto per rafforzare la mia scelta, lo frequenta An-drea Pietrasanta, primo grande e unico, al momento, amore della mia vita, chiaramente incorrisposto, perché di me e del mio afflato amoroso non ne sa ancora nulla.
Comunque sia, ne riparleremo tra due anni e mezzo, se tutto va per il meglio, per la felicità di mamma e papà, anche se già so che saranno in tanti a can-tarmi la solita canzone: “l’edilizia è in crisi e ci sono più geometri che case qui sull’isola”, ed anche se hanno ragione, nulla mi può far cambiare idea se torno a ripensare alla sera in cui vidi negli occhi di mia madre una luce di orgoglio intensissima, per aver scelto di istinto ciò che lei segretamente sognava per me fin dalle elementari, quando ad un Natale mi regalò un premonitore bor-sello con dentro matite, gomma, una coppia di squadre da disegno, un gonio-metro ed un compasso.
Mamma Rita, questo il suo nome, innamorata a vita della buona speranza, da sembrare un personaggio venuto fuori dai Promessi Sposi, che si affida alla divina provvidenza per ogni cosa le accada intorno, dai drammi familiari al temporale, dalla pasta scotta ai miei capricci, quasi sempre congedati con una parola di conforto da lei e un’altra di lamentela da mio padre, uomo troppo distante dalle questioni di casa, impegnato com’è nella sua officina ad aggiu-star motori.
E trovandoci in argomento familiare, provo a completare il quadro presen-tando anche mia sorella Sara, ragazza ventiduenne in conflitto eterno con i suoi trucchi, i capelli, i fianchi, il sedere sempre più largo e tutto ciò che non le piace o è in disaccordo con se stessa, a cui dichiara continuamente guerra.
Commessa in un negozio di profumi e cosmetici, quando le passi accanto le puoi odorare delle essenze profumate sempre diverse, su cui è consigliato soprassedere nei commenti per evitare sguardi truci o minacce verso la tua incompetenza allo charme.
Sara soffre di cronica avarizia affettiva, soprattutto nei miei riguardi, ma le voglio segretamente bene, come lei me ne vuole sicuramente a me, e sono certo che non ci perderemo mai, come invece accade a troppi altri miei amici che vorrebbero sapersi figli unici, piuttosto che condividere stanze, bagni e spazi con insopportabili fratelli e sorelle.
Tornando a me, oggi il tempo qui a scuola non passa mai. Sbuffo in silenzio dentro di me e inferisco contro le lancette dell’orologio che si sono incollate tra loro, e se immagino che, tra non molto, suona la campanella ad anticipare gli ultimi cinquanta minuti di supplizio giornalieri con la chimica, mi sento sve-nire. E mentre mi preparo al peggio, ecco spuntare dalla porta il professore Baldazzi, che neppure il tempo di sedersi alla cattedra, si è già accorto che ho poco piacere a seguirlo, come del resto tutta la classe, nell’ultima e sesta ora di giornata scolastica.
«Allora ragazzi, tutto bene? Vi vedo un po’ distratti. Vero Stefani?»
“Vero Stefani?”… Ma com’è possibile che su sedici studenti abbia in bocca un solo cognome, quello mio? Dico di no con la testa, ma mi verrebbe da sfi-darlo e rispondergli che tutto avremmo potuto sopportare in quella coda di infinita mattinata, tranne lui e quelle maledette ed incomprensibili formule, sigle, tabelle periodiche e combinazioni chimiche varie, che mi ostino a chie-dere a cosa serviranno mai nella vita.
Ah, dimenticavo di precisare che di cognome faccio Stefani; Andrea Stefani all’anagrafe, nato 16 anni e mezzo fa a Napoli e che da grande, se diventerà ministro dell’istruzione, promette a tutti che abolirà la chimica dal pro-gramma del triennio e, ammesso di non riuscirci, appena assunta la carica manderò in pensione all’istante quell’antipatico di Baldazzi.
Come è nata l’idea di questo libro?
Parlo del bullismo perché lo conosco, avendolo subito in età adolescente nei miei anni scolastici, dove l’educazione e il particolare amore dei miei genitori, preoccupati di salvaguardare il loro unico figlio sotto una campana di vetro, non mi hanno permesso di imparare a difendermi da solo, preferendo fuggire o evitare, e così a scuola ne ho subito le conseguenze, anche se poi il tempo ha trasformato quelle debolezze in virtù, ma i ricordi sono ancora ben evidenti, come quelli che ho visto su altri miei coetanei che, invece, si sono visti condizionare destini e coscienze, isolandosi sempre più in un mondo parallelo nel quale si sono spenti giorno dopo giorno sempre più. Il bullismo è un reato che va attenzionato maggiormente e provato a combattere sul fronte, che è la scuola in questo caso, educando e provando a far capire ai ragazzi che non si vince nessun trofeo a collezionare like per bravate e umiliazioni al prossimo, che sono solo un reato di cui vergognarsi.
Quanto è stato difficile portarlo a termine?
Di mestiere sono un direttore commerciale e non è mai facile trovare il tempo per dedicarmi alla scrittura, anche perché parte del tempo lo investo nelle collaborazioni con alcuni mensili con i quali collaboro continuamente, essendo un giornalista iscritto all’albo. Ma la scrittura è un amore assoluto, che porto dentro dai miei trascorsi di innamorato folle del teatro, e il tempo lo trovo sempre per scrivere qualche pagina che, dopo qualche anno, messe tutte insieme diventano romanzo.
Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Non ho un autore preferito ed ho costruito il mio stile narrativo attraverso le tantissime letture dei classici del Novecento che mi hanno fatto compagnia nei miei tanti pomeriggi da ragazzo in riva al mare o al chiuso della mia camera. Preferisco, però, molto la narrativa contemporanea italiana e, visto il mio orientamento ad intervistare autori esordienti, li preferisco ai “famosi” perché nei loro scritti c’è una genuinità molto forte e unica.
Dove vivi e dove hai vissuto in passato?
Da trent’anni vivo a Verona con la mia famiglia, ma sono nato a Roma ed ho vissuto per 28 anni a Torre del Greco in provincia di Napoli. Per lavoro mi sposto su tutta Italia ed ho un ufficio in Romagna, a Cesena per la precisione; una sorta di apolide della dizione, visto che la mia è condizionata dai dialetti delle città vissute: romana, napoletana, veneta e da circa sei anni anche romagnola.
Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ad oggi non ho progetti legati alla narrativa, forse perché non so darle una scadenza o un orientamento, visto che è costantemente dentro di me, sia per lavoro, che nelle passioni per il giornalismo o i pensieriblog a cui prendo parte. Scrivere per me è una palestra con la quale allenare la fantasia e finché avrò desiderio di raccontare storie sarà sempre parte indissolubile di me. Ma adesso è tempo di ABBRACCIAMI e il suo importante tema sociale da approfondire e portare nelle scuole, organizzando campagne di sensibilizzazione contro il bullismo, che proverò a portare avanti grazie al sostegno dell’associazione GLI INVISIBILI di Verona, a cui ho legato l’opera, destinando i miei diritti d’autore sulle vendite.








