In questo articolo scopriremo quali sono i migliori libri sui genocidi “dimenticati” dalla Storia: dall’Holodomor in Ucraina ai massacri in Rwanda e Bosnia.
La parola genocidio è nella memoria collettiva associata indissolubilmente all’Olocausto, la Shoah: tutti noi siamo portati a credere che dopo l’apice di quello che è stato il peggior crimine contro l’umanità della storia dopo mai ne siano capitati di simili senza renderci conto di quanti altri genocidi è piena la cronaca del XX e XXI secolo.
Ebbene il “crimine senza nome”, come è stato definito il genocidio (l’Olocausto) da Churchill, si è ripetuto in forma e con attori differenti ma la ferita nella nostra storia non è stata meno profonda: abbiamo dimenticato i massacri negli anni Novanta in Ruanda e Bosnia?
La storia e lo studio della storia e la sua importanza, come ricorda qualcuno:
“Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia.”
Primo Levi
Con il termine genocidio l’ONU intende l’insieme degli atti commessi con l’intenzione di distruggere, parzialmente o complessivamente, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come ben comprensibile dall’etimologia stessa del termine, derivante dal greco γένος (ghénos, “razza”) e dal latino caedo (“uccidere”). Questa ovviamente non è una definizione esaustiva di una parola che abbraccia notevoli valenze giuridiche, filosofiche, psicologiche, storiche ed antropologiche. Il genocidio è “il crimine”, l’apice della violenza, il più grave tra i crimini internazionali, per i quali vige la regola della giurisdizione internazionale e l’istituzione di tribunali sovranazionali.
L’utilizzo del termine in ambito giudiziario si colloca dopo il processo di Norimberga celebrato a partire dall’autunno del 1945. La Corte penale internazionale riconosce non solo l’Olocausto tra i genocidi della storia, altri casi storici in cui è stato riconosciuto il crimine di genocidio a livello internazionale sono:
- il massacro di Srebrenica nel 1995, il genocidio di oltre 8000 ragazzi e uomini musulmani bosniaci durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina nell’ambito delle guerre jugoslave;
- il genocidio del Ruanda: dal 7 aprile alla metà del luglio del 1994 (circa 100 giorni) vennero massacrate sistematicamente a colpi di machete oltre 500.000 persone;
- il genocidio armeno;
- il genocidio cambogiano avvenuto tra il 1975 e il 1979 sotto la dittatura comunista di Pol Pot: il numero delle vittime dei khmer rossi viene stimato tra un minimo di 800.000 a un massimo di 3.300.000 morti.
Tra i genocidi non ancora unanimemente riconosciuti l’Holodomor, il terribile sterminio avvenuto per fame in Ucraino e che fa ormai parte della memoria collettiva di questo popolo.
La parola Holodomor è composto dalle parole moryty holodom che significano, letteralmente, “infliggere la morte mediante la fame”: il regime sovietico, dal 1932 al 1933, ha indotto una tremenda carestia che condusse alla morte oltre tre milioni di persone (alcuni ne stimano fino a sei milioni) e che ha portato a diversi episodi di cannibalismo per disperazione.
A ritenerlo un genocidio sono solo alcune nazioni nel mondo. Tra queste, ovviamente, l’Ucraina che lo ha riconosciuto come tale dal 2003 e nel 2006 ne ha criminalizzato il negazionismo.
In questa nostra selezione dei migliori libri sui genocidi “dimenticati” e non della Storia troverete i testi che affrontano questo tema e ricostruiscono le terribili vicende dei crimini contro l’umanità avvenuti nell’Holodomor in Ucraina, in Rwanda, in Cambogia, nelle Americhe, in Bosnia ed Erzegovina…
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Il genocidio
Che cos’è un genocidio? Inventata nel 1944, la parola «genocidio» rappresenta un concetto a lungo discusso nella sua capacità di rappresentare la violenza di massa e tuttora, nonostante il diritto internazionale con la Convenzione del 1948 ne abbia sancito il significato, essa rimane un termine controverso, con una storia complessa che ancora continua a cambiare. Il libro segue la fortuna del termine in relazione alla Shoah, analizza i genocidi degli anni Novanta (Ruanda e Bosnia) e quelli del XXI secolo interrogandosi sulla possibilità di definire genocidi i massacri avvenuti nella storia, e mostrando infine il carattere fondamentalmente politico oltre che giuridico di questo che Churchill chiamò, prima dell’invenzione del termine, il «crimine senza nome».
Il secolo dei genocidi
Il Novecento rimarrà come il secolo dei genocidi. Non che stermini di massa non ci siano sempre stati, ma solo nel Novecento la miscela avvelenata di razionalità totalitaria, nazionalismo e modernità ha generato la sanguinosa “specialità” del genocidio. Dopo aver fatto il punto del problema, ancora molto controverso, di come sia esattamente definibile come genocidio, Bruneteau spiega le origini ideologiche e storiche del comportamento genocida, che affondano nei massacri delle guerre di conquista coloniale, nella diffusione di un malinteso darwinismo sociale, nella pedagogia della violenza estrema nella Grande Guerra, e dedica un capitolo a raccontare ognuno dei grandi genocidi del secolo.
Purificare e distruggere. Usi politici dei massacri e dei genocidi
Risultato di più di vent’anni di ricerche e analisi sul tema della violenza, delle sue espressioni estreme, dei suoi usi politici e degli esiti che hanno scandito la storia del XX secolo, questo libro si propone di reperire una logica, per quanto atroce e terribile, nell’inferno dei genocidi. Il che è possibile solo attraverso una minuziosa ricostruzione dei tragitti politici, delle poste in gioco, delle tattiche e strategie per mezzo delle quali la violenza ha potuto trapassare – superando interdetti ancestrali relativi alla stessa concezione dell’umanità – in pratica genocidiaria e purificazione etnica. La violenza in questione è quella estrema, apparentemente più ingiustificabile e terrificante, che Sémelin invita a guardare senza subirne gli effetti sideranti o addirittura l’atroce fascinazione, e che diventa comprensibile non appena venga inscritta nelle condizioni, nei meccanismi e nei processi che conducono alla messa a morte di massa. Il libro prende in considerazione in particolare le tragedie della Shoah, dell’ex Iugoslavia e del Ruanda, alla ricerca degli “operatori” logico-storici che hanno funzionato nel progetto di distruzione del popolo ebraico, nel programma di pulizia etnica attuato in Bosnia e nel genocidio ruandese, mettendo a confronto ricerche, resoconti e testimonianze, e intrecciando al lavoro di carattere storico l’analisi psicologica, sociologica, antropologica, politologica.
La morte della terra. La grande «carestia» in Ucraina nel 1932-33. Atti del Convegno (Vicenza, 16-18 ottobre 2003)
Durante gli anni 1932-33 milioni di contadini ucraini morirono a causa della mancanza di viveri, dello sfinimento fisico, del tifo, delle deportazioni, dei suicidi provocati dallo squilibrio psichico e dal collasso sociale. È quella che viene ricordata come la grande “carestia” in Ucraina e nel Caucaso del nord. Una carestia molto particolare, non dovuta a condizioni naturali avverse, ma alle scelte staliniane nella politica di collettivizzazione delle campagne e di industrializzazione dell’Unione Sovietica. Studiosi italiani e stranieri riesaminano in questo libro le vicende di quegli anni terribili, l’eco che ebbero nel mondo, i riflessi nella letteratura, le conseguenze sulla società ucraina che arrivano fino ai nostri giorni.
Ucraina. Il genocidio dimenticato 1932-1933
Tra l’autunno del 1932 e la primavera del 1933 sei milioni di contadini nell’URSS furono condannati a morire di fame: quasi i due terzi delle vittime erano ucraini. Quella carestia di proporzioni inaudite non fu dovuta ai capricci della natura, ma venne orchestrata da Stalin per punire i ribelli delle campagne che, in tutta l’URSS, si opponevano alla collettivizzazione imposta dall’alto. In Ucraina lo sterminio dei contadini, il cosiddetto holodomor, si intrecciò con la persecuzione dell’intellighenzia e con la guerra al sentimento patriottico di un popolo. Sulla base della documentazione emersa dopo il crollo dell’URSS, il libro ricostruisce quei drammatici avvenimenti e spiega le motivazioni che spinsero Stalin a prendere decisioni così spietate.
Rwanda. Istruzioni per un genocidio
Rwanda, aprile 1994. Per cento giorni, a partire dal 7 del mese, nel Paese delle mille colline viene perpetrato uno spaventoso genocidio preparato minuziosamente a tavolino, il più grave della storia del Novecento dalla fine della seconda guerra mondiale. In quella primavera di sangue almeno 800.000 persone trovarono la morte per mano degli estremisti hutu, nella totale inazione della comunità internazionale. Un quarto di secolo dopo il genocidio dei tutsi, il Rwanda è un Paese dinamico che, seppur con molte contraddizioni, guarda con fiducia al futuro. La comunità internazionale, invece, non ha ancora riflettuto su quello che è stato il suo più grande fallimento: il non aver impedito un genocidio, pur avendo i mezzi e il tempo per farlo, in stridente contrasto con quel “mai più” solennemente dichiarato dopo gli orrori di metà del secolo.
Hutu-tutsi. Alle radici del genocidio rwandese
Il lavoro propone una ricerca delle ragioni profonde del conflitto che ha sconvolto il piccolo paese africano, analizzandone le premesse storico-antropologiche. L’autrice intraprende una completa rilettura della vasta letteratura etnografica e sociologica sul Rwanda, affrontando in particolare la revisione critica dei concetti di etnia e conflitto etnico impiegati indiscriminatamente quali categorie.
Anatomia di un genocidio. Pol Pot e i crimini dei Khmer rossi
Nei tre anni e mezzo del regime di Pol Pot più di un milione di cambogiani, un quinto della popolazione del Paese, furono giustiziati o morirono di fame. Ma in che modo un sogno utopico di prosperità condivisa si trasformò in uno dei peggiori incubi che l’umanità avesse mai conosciuto? Per comprendere questo dramma inconcepibile, Philip Short esplora la vita di Pol Pot, dai suoi primi anni fino alla morte. Trascorre quattro anni in Cambogia, intervista i capi superstiti dei Khmer rossi, tra cui il cognato di Pol Pot e l’ex capo di Stato dei Khmer rossi, e passa in rassegna gli archivi, un tempo preclusi, di Cina, Russia, Vietnam e Cambogia, per tracciare il destino di un uomo e della nazione che ha portato alla rovina.
La marcia senza ritorno. Il genocidio armeno
La notte del 24 aprile 1915 ebbe inizio il ‘Grande Male’, il Metz Yeghem. Sono passati cento anni dal genocidio armeno. Cento lunghi anni di silenzi colpevoli, di verità non ancora condivise. L’anniversario rappresenta un’occasione per riflettere su una vicenda controversa: la storia oggi interpella i governi per il riconoscimento del genocidio di un milione e mezzo di armeni. La condanna di un crimine simile rappresenta un atto di giustizia verso le vittime, verso la coscienza umana, verso i superstiti.
Il genocidio armeno: 100 anni di silenzio. Lo straordinario racconto degli ultimi sopravvissuti
La notte del 24 aprile 1915 iniziava l’orrendo sterminio del popolo armeno nei territori dell’Impero ottomano. In un solo mese, più di mille intellettuali (giornalisti, scrittori, poeti, politici) furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati. A costoro si unirono altre centinaia di migliaia di persone uccise con ferocia inaudita. Alla fine gli armeni cristiani “martirizzati” furono circa un milione e mezzo. A distanza di cento anni da quel genocidio parlano da Yerevan gli ultimi sopravvissuti di una tragedia che ancora oggi la Turchia si rifiuta di riconoscere. Oltre alle eccezionali e uniche testimonianze, il libro descrive il terrificante passato facendo i dovuti parallelismi con quanto accade ora in Medio Oriente, in cui il governo di Ankara, ancora oggi, persegue una politica brutale e finanzia movimenti come l’Isis. E così gli eccidi di ieri sono attualizzati dalla incredibile disinvoltura dei vertici dello stato turco che finanziano e foraggiano, sotto gli occhi di tutti, i tagliatori di teste, compresi quelli che massacrano gli armeni di Aleppo e della Siria. Un libro che occorre leggere per non dimenticare e, soprattutto, per non ripetere gli stessi errori.
I peccati dei padri. Negazionismo turco e genocidio armeno
Nel 1915 il governo dell’Impero Ottomano cominciò a scacciare gli armeni dalle terre dove i loro antenati avevano vissuto da tempi immemorabili. Gli uomini furono uccisi; donne, vecchi e bambini furono deportati nella parte più inospitale del deserto siriano, del tutto inadatta al vivere umano. Ma la pulizia etnica nell’Armenia occidentale era solo una parte del progetto dei Giovani Turchi per l’intera Anatolia. Lo scopo finale era in realtà di trasformare quelle terre nella «terra avita del popolo turco» (il cosiddetto vatan), un luogo dove la cultura, l’economia e la gente fossero tutti turchi. Questo progetto fu attuato su larga scala in ogni direzione, con impressionante determinazione e violenza. La Turchia odierna sta ancora cercando di costruire il suo vatan, proseguendo così il genocidio iniziato dai turchi ottomani, e continuando a negare, di fatto, che questo abbia avuto luogo. Coprire un crimine vuol dire prolungarne gli effetti. In I peccati dei padri Nash-Marshall mette in rapporto l’assoluto disprezzo dei fatti e delle genti, del territorio e della storia che è caratteristica comune sia del genocidio nel 1915 che dell’attuale negazionismo turco, con la vacua sprezzante indifferenza alla realtà fattuale che si diffonde sempre di più nel mondo moderno.
Il genocidio degli yazidi. L’Isis e la persecuzione degli «adoratori del diavolo»
Questo libro racconta la storia e la cultura di un’antica minoranza religiosa, quella degli yazidi, e il genocidio compiuto contro di loro. Nell’agosto 2014 lo Stato Islamico si lancia alla conquista della regione del Sinjar, nell’Iraq nord occidentale, massacrando in pochi giorni più di tremila yazidi. Definito dall’ONU e da diverse organizzazioni internazionali come un genocidio ancora in corso, questo sterminio coincide con il rapimento di oltre seimila persone, in prevalenza bambini e donne, ridotte in stato di schiavitù sessuale dagli uomini dell’Isis.
Al Dio degli inglesi non credere mai. Storia del genocidio degl’Indiani d’America 1492-1972
Cosa collega il genocidio dei Pellerossa con la catastrofe ecologica descritta dallo Steinbeck di Furore? Una concezione del mondo inteso come un bottino da rubare o una preda da abbattere, idee lontanissime dalla visione del mondo tradizionale dei nativi americani, prima combattuti, poi rinchiusi nelle Riserve e infine spogliati della loro anima, sacrificata sugli altari del gioco d’azzardo e dell’alcolismo.
Tempo e sangue. Totalitarismo, genocidio e stupro in Bosnia ed Erzegovina
Questo lavoro presenta uno sguardo particolare sulle circostanze che caratterizzarono il conflitto in Bosnia ed Erzegovina nel periodo 1992-1995. Partendo dal concetto di totalitarismo, l’autore ha inteso ricostruire quei rapporti tra cultura, religione, storia e politica che troppo spesso sono passati nel silenzio e che, tuttavia, sono fondamentali per chiunque voglia comprendere le condizioni che hanno determinato il tentativo di eliminare un’intera etnia da quella che, ancora oggi, la politica e i media vogliono condannata a un’impercettibile ambiguità ontologica: essere o non essere Europa. Attraversando la storia dei programmi per una Grande Serbia, il lettore dovrà confrontarsi con le verità sui genocidi e sugli stupri, ma soprattutto sulle responsabilità e sul debito morale che la comunità internazionale ha contratto con quello che William Miller ha definito come il curioso fenomeno di un’etnia slava per razza, maomettana per fede, che mai accettò il fondamentalismo ottomano.
Rape Warfare: The Hidden Genocide in Bosnia-Herzegovina and Croatia
In 1992, Beverly Allen learned of the existence of rape/death camps in Bosnia-Herzegovina and Croatia from a former student, a women of Croatian heritage. In these camps, women have been detained and raped repeatedly by Serbian soldiers, whose goal often is to impregnate their victims or to torture them before they are killed. In this highly personal account, Beverly Allen provides a compelling testimony and analysis of the horrifying phenomenon of “a military policy of rape for the purpose of genocide.”