L'aspetto della sibilla e il ricatto del pane Edito da Dialoghi edizioni nel 2022 • Pagine: 170 •
I racconti di questa raccolta, ambientati per lo più nella provincia veneta, sono incentrati sul tema del lavoro e hanno per protagonisti figure alle prese con situazioni e problemi di diversa natura, quali la malattia professionale, l’esplorazione evolutiva di sé e del contesto sociale, l’insipienza unita al disincanto. L’ambientazione veneziana fa inoltre da cornice a narrazioni che prendono spunto da avvenimenti drammatici, dalla semplice cronaca, dal morso del ricordo e dalle relazioni di giovani coppie che si interrogano e attraverso le quali si tratteggiano alcuni aspetti irritanti della società civile. Ogni storia si può anche leggere quasi come un romanzo di formazione in miniatura.
La cosa strana, comunque, la cosa incredibile era che lei non poteva immaginare quanto si fosse sentito solo in quelle ore e che moriva dalla voglia di parlarle e stare con lei e in sua compagnia.
Daria usava quella frase come una specie di refrain, e lui era stato più volte tentato di mandarla a quel paese. Una sera, anzi, mentre tornavano dal teatro Malibran, dove avevano ascoltato John Mclouglin & Shakti, Daria si era lasciata un po’ andare, aprendosi più di quanto non avesse mai fatto. All’esterno, prima che iniziasse il concerto, c’erano stati dei tafferugli. Era una cosa piuttosto ordinaria: studenti di Autonomia Operaia arrivavano volutamente in ritardo e pretendevano di entrare. Ad attenderli, naturalmente, c’erano poliziotti in assetto anti sommossa. Ne scaturivano brevi scontri: gli studenti protestavano al grido «Polizia, pussa via», e gli altri manganellavano. Quella sera era stata lanciata qualche bottiglia molotov, perché si erano sentiti dei vetri andare in frantumi. Dopodiché, gli studenti erano stati dispersi con i lacrimogeni…
«C’è stato un momento in cui non ce la facevo più e sono stato tentato di uscire», aveva detto Icaro.
«Non dirlo a me», aveva ribattuto Daria. «Mi bruciavano gli occhi e la cosa mi stava dando alla testa». Aveva fatto una pausa, e aggiunto: «Una risparmia qualche lira e poi rischia di spenderla per niente». Per qualche minuto Icaro era rimasto a guardare la luna, mentre lei si studiava i palmi delle mani. Poi, come gli fosse venuta allora domandò: «Ce l’hai con i poliziotti?»
«E anche con gli studenti», aveva risposto Daria, a voce alta. «Certa gente non vede l’ora di menare le mani, Icaro, e altra gente gliene fornisce sempre una, dieci, cento di ragioni». Lui aveva taciuto, spostandosi il basco sulle ventitré. Entrambe avevano la faccia stanca e gli occhi arrossati. D’un tratto, lei aveva esclamato: «Penso che per un po’ mi asterrò dall’andare a un concerto o a qualcosa del genere».
Icaro si era acceso una sigaretta. Lo sguardo sincero dei suoi occhi lo indusse a dire: «Senti, Daria, non sono stupido e cieco, ma bisogna lasciarsi andare,» aveva proseguito, «vivere…»
Lei aveva sospirato. Non stava ascoltando.
«Come?» aveva detto, aggiungendo: «No. Detesto il fatto di essere, come si dice…? sfruttata…»
La luna diventava sempre più bianca, stingendo il cielo sopra di loro, così che le vetrine delle “botteghe” veneziane sembravano nere, per contrasto. Icaro si era lasciato cadere la sigaretta, e per un istante gli era parso di non riconoscere Daria nella creatura dai capelli rossi che gli stava al fianco.
«Sfruttata?» aveva borbottato, e lei aveva mormorato: «Ormai non mi ritrovo neanche con chi la pensa come me».
Era seguito un altro silenzio significativo. Poi Icaro aveva sbattuto le palpebre ed era scoppiato in una risatina maligna.
«Neanche con gli studenti del movimento?»
«Neanche con gli studenti del movimento», aveva ripetuto Daria. «Questa sera non ti sembra di essere stato quantomeno urtato?»
«Lo ammetto», disse lui, e questa volta era scoppiato a ridere davvero. «Preferisci restare sola?» domandò.
«Anonima», aveva risposto Daria, e aggiunto: «Sai perché non indosso l’eskimo?»
«Sentiamo».
«Perché mi classificherebbe».
Icaro si era acceso un’altra sigaretta. «Hai troppo orgoglio», aveva detto, con voce rauca.
«E allora?»
«Può diventare il tuo grande nemico».
«No», aveva ribattuto lei. Poi si era avvicinata, gli aveva preso la sigaretta dalle dita, aveva fatto un tiro e gliel’aveva restituita. «Piuttosto nuda o vestita da suora», aveva aggiunto, pronunciando la frase con fierezza, come se l’avesse strappata al buio circostante.
Che incantevole pazza!
Più tardi, quella sera, Icaro aveva annotato tutta la conversazione nel suo taccuino personale. Eh sì, non era solo cotto, ma cotto e stracotto.
E così, prima che Daria rimettesse piede nel loro trilocale, lui era andato nella sua camera. Come se fosse telecomandato, aveva aperto l’armadio e sfilato dall’appendiabiti l’eskimo che aveva indossato solo nell’inverno appena passato. (Quanto pesava!…). Poi era tornato in cucina, aveva appoggiato l’eskimo sopra la tavola, lo aveva piegato accuratamente e infilato dentro una borsa di nylon.
Qualche cosa gli scorreva tra le dita, una specie di tenera pietà. Il canto di Billy Idol riempiva il trilocale.
Alla fine di White Wedding, era uscito e per un istante era stato sul punto di tornare sui propri passi. «No» si era detto. «No. È la cosa giusta». Aveva stretto le labbra e, quando aveva visto il cassonetto in fondo al vicolo, aveva fatto un gesto simile al canto di un gallo e si era passato la borsa di nylon da una mano all’altra. Tuttavia, non aveva accelerato l’andatura, ma ne aveva regolato il ritmo ed era avanzato piano piano. Sentiva i propri lineamenti perfettamente in ordine e poi, senza nervosismo, aveva schiacciato il pedale che apriva il coperchio del cassonetto, aveva guardato un’ultima volta l’eskimo e aveva aperto la mano che reggeva la borsa di nylon.
Come se avesse cambiato pelle, si era voltato ed era andato alla stazione dei treni.
Lì, mentre aspettava Daria, leggeva Bartebly lo scrivano e pensava che avrebbe potuto abbreviare l’attesa, che avrebbe potuto salire su un treno e fare la sua mossa. Non sarebbe comunque tornato indietro da solo. No, questo lo faceva addirittura sentire più simile a Bartebly lo scrivano. Rideva, puntando un dito sulla pagina del libro, e leggeva: «Preferisco di no».
Come è nata l’idea di questo libro?
È un libro composito, perché propongo 13 racconti che in apparenza non sembrano legati a un filo rosso. In realtà, a posteriori, mi è saltato agli occhi che li lega la ricerca di una definizione individuale o identità. Ciò vale quando alla protagonista di un racconto si svela di non essere nata dai genitore che conosce o quando si tratta di mettere a fuoco e a punto una determinata identità professionale, separata da un contesto sociale o familiare dato. 2) 3) 4)
Quanto è stato difficile portarlo a termine?
I racconti sono stati scritti nel corso di alcuni anni e sono frutto di una riflessione che in è ancora operante.
Quali sono i tuoi autori di riferimento?
John Cheever, Flannery O’ Connor, Andre Dubus, Richard Yates, eccetera. Per lo più autori degli Stati Uniti d’America, dove al genere racconto è data maggiore visibilità.
Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ho sempre qualche racconto a cui sto lavorando e da revisionare. Riscrivere è forse più importante che scrivere qualcosa di nuovo.