Fact Checking - La realtà dei fatti, la forza delle idee Edito da Stefano Nasetti nel 2021 • Pagine: 453 •
Viviamo in un Paese democratico, in uno Stato di diritto? La scienza è oggettiva e persegue il benessere e il progresso dell'umanità? La società moderna è governata ormai da uno stretto rapporto tra politica e scienza, in cui quest'ultima sembra diventata uno strumento di governo. Ma è realmente così? La società moderna ha ancora valori che guidano l'azione politica e il progresso scientifico?
Un tema di enorme attualità su cui moltissime persone sembrano percepire e vivere realtà diverse. Quanto c'è di vero nella visione del mondo proposta dalle Autorità e dai mass media? Quanto invece in quelle avanzate dai cosiddetti "complottisti"? Scopriamolo in questo libro in cui i fatti sono utilizzati come principale strumento di ricerca di una verità oggettiva e di misura dei reali valori, propri di chi quella realtà la determina, la governa, la racconta e la vive.
Una circostanziata analisi e un controllo della veridicità dei fatti (fact checking) fatta con un rigore e una coerenza che non lascia spazio a nessuna forma di disinformazione, e che invita il lettore a riflettere su principi e valori oggi alla base della vita di ciascun individuo e delle moderne società democratiche, intrise di relativismo e post verità.
Ma cosa vuol dire relativismo? Cos'è la post verità? È possibile influire sulla comune percezione della realtà? In che modo?
Dal sistema educativo, alle tecniche di manipolazione linguistica, dalle finestre di Overton ai regimi di ragione, passando dai bias di conferma e le tecniche di controllo sociale, nessun aspetto che oggi incide sulla percezione della realtà viene trascurato. Un controllo dei fatti che passa attraverso riflessioni di filosofia, sociologia, psicologia, storia, economia, diritto, tutte fatte non prima di aver fornito al lettore gli strumenti necessari per eseguire in autonomia un fact checking completo e accurato. Un coerente percorso di conoscenza e consapevolezza finalizzato a determinare una crescita culturale nel lettore, affinché questo possa agire in modo più libero e socialmente consapevole. Un inno alla coerenza, alla democrazia e ai valori umani fondamentali.
Pensi davvero di conoscere la realtà in cui vivi? Forse prima di rispondere dovresti leggere questo libro.
La lingua, qualunque essa sia, subisce inevitabilmente nel corso del tempo, delle modifiche. Con l’avanzare della conoscenza, in tutti i campi, nuove parole vengono coniate per descrivere nuovi processi. Al contempo, molte parole diventano desuete, fino al punto di scomparire, poiché non più utili a descrivere quella realtà, quel mondo in evoluzione.
A questo normale processo di cambiamento, abbiamo visto però come, in alcuni momenti storici, molti regimi autoritari abbiano volutamente e palesemente influito sul processo di modificazione della lingua, attribuendo significati “nuovi” a parole già esistenti o decidendo di abolire alcuni termini a favore di altri.
Senza andare troppo lontano, poco meno di cento anni fa in Italia, durante il periodo fascista, per riaffermare l’identità nazionale, giacché la popolazione prediligeva il proprio dialetto (lingua degli affetti e delle tradizioni, poi bandito dalla scuola nel 1932) alla lingua italiana, venne proibito ad esempio, l’utilizzo di parole straniere nelle insegne dei negozi e nei nomi delle strade.
Così, solo per fare un esempio, le parole francesi “garage”, “buffet”, “croissant”, “chaffeur”, “menù” furono obbligatoriamente sostituite da “rimessa”, “rinfresco”, “cornetto”, “autista” e “lista”, quelle inglesi come “bar”, “sandwich”, “booking” e “hotel” furono sostituite dalle parole italiane “mescita”, “tramezzino”, “prenotazione” e “albergo”.
Che dire poi della lotta contro l’uso de “lei”, mutuato dall’inglese e usato nel rivolgersi educatamente e con rispetto ad una persona, a favore dell’italianissimo “voi” o “tu”?
Il cambiamento interessò anche i cognomi, soprattutto nelle regioni di confine del nord Italia. Il cambiamento imposto in quegli anni, suscita ancora oggi molta indignazione. La forzata italianizzazione dei cognomi stranieri dei cittadini italiani, viene tuttora considerata una “perdita di identità” per le persone che l’anno subita, poiché l’hanno vissuta come una cancellazione delle proprie origini straniere. L’intenzione del regime fascista era quella di rafforzare la propria immagine, dando un nuovo slancio al Paese valorizzando l’identità nazionale, in ragione dell’ideologia nazionalista.
Quello della modificazione della lingua operata dal fascismo, è il primo esempio dell’applicazione di tecniche di persuasione di massa basate su gesti e sulle parole, spesso evocative di immagini, gesta eroiche o paure del passato. Perché le parole, nella mente di chi ascolta, si traducono in immagini e con le immagini si riesce a parlare agli aspetti emotivi delle persone. Si riesce così a far prevalere gli aspetti emotivi su quelli razionali.
Scriveva Antonio Gramsci, primo segretario del partito comunista italiano (e dunque progressista) ne “Quaderni dal carcere n.29”, del 1936: “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi. La formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra gruppi dirigenti e la massa popolare nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”. Sembra paradossale che oggi siano proprio le forze progressiste, le stesse che abbiamo appena visto criticavano giustamente l’uso manipolatorio e il cambiamento imposto della lingua come arma di controllo sociale, ad utilizzare questo sistema per affermare la loro visione del mondo. Questo dovrebbe farci comprendere che il cambiamento imposto della lingua è un sistema di controllo sociale senza un determinato colore politico, che andrebbe sempre condannato e da cui sarebbe bene prendere le distanze.
La storia quindi ci insegna che, quando un Governo, che avrebbe certamente ben altre cose a cui pensare e ben altri problemi da risolvere, esce allo scoperto e decide di intervenire nell’uso del linguaggio e nella modificazione della lingua, attraverso provvedimenti normativi o dettando informalmente delle linee guida o delle direttive nell’utilizzo delle parole, ha ormai attraversato quel sottile confine, che sempre più spesso separa un Governo forte ma democratico, da un Governo autoritario. Questo perché ogni regime, oltre ai suoi simboli e ai suoi gesti, ha la sua lingua e il suo linguaggio, i suoi slogan, le sue parole d’ordine.
Quando un Governo si occupa della lingua, è il segnale che la democrazia nel suo significato moderno, è terminata.
Il cambio palese e imposto della lingua è l’allarme antiaereo che anticipa il bombardamento. La sirena che suona prima dell’arrivo dello tsunami. È il momento in cui è forse già tardi per tornare indietro. È ciò che indica la fine di un’era ma non ancora l’inizio di un’altra. L’unica cosa da fare è sperare che il periodo di distruzione duri poco.
Quando ciò accade, non si può far altro che cercare di sopravvivere alle bombe o al passaggio dell’onda distruttrice e poi riorganizzarsi, per ricostruire e tornare a vivere in una società migliore.
È attraverso l’uso delle parole che noi percepiamo la “realtà” che ci circonda. Il linguaggio che utilizziamo e che viene utilizzato, è di fondamentale importanza nella comprensione dei fatti e della realtà.
L’educazione all’uso delle parole “più gradite” in luogo di quelle ritenute meno appropriate è divenuta oggi la prima forma di manipolazione delle masse. È la prima tipologia di educazione a cui, sempre più frequentemente, i Governi non mancano mai di dedicare tempo e risorse preziose.
Il filosofo greco Aristotele disse “tutti coloro che hanno meditato sull’arte di governare l’umanità sono convinti che il destino degli imperi dipenda dall’educazione dei giovani” o dei cittadini in genere. Abbiamo già visto quanto ciò sia vero, sia nel passato secolo in cui i regimi hanno sempre fatto largo uso della propaganda, sia nel mondo di oggi in cui il sistema (dis)educativo “prepara” il cittadino di domani a conformarsi al pensiero dominante.
Oggi infatti, con il passare del tempo, i metodi autoritaristici del passato da tutti criticati, compresa la modificazione della lingua, sono tornati a nuova vita, in mano alla classe progressista, però con una sostanziale differenza. Se prima, per i regimi del passato, il cambio della lingua aveva lo scopo di rafforzare valori quali l’identità nazionale, in ragione all’ideologia nazionalista, con l’imperante relativismo odierno, il cambio della lingua a cui stiamo assistendo negli ultimi venticinque anni, ha uno scopo diametralmente opposto: l’appiattimento culturale e di conseguenza quello dei valori e dei diritti fondamentali.
Con la scusa della globalizzazione e dell’avanzamento tecnologico, sempre più neologismi, inglesismi o altre a parole straniere, vengono introdotte nel linguaggio comune da politici, mass media ecc. Promosse da una spesso ipocrita ideologia buonista del “politically correct”, abbiamo visto ad esempio, negli ultimi cinque lustri, venire cambiate continuamente parole per descrivere situazioni analoghe, nascondendo percezioni della realtà poco gradite o per promuovere “nuovi valori”….
Come è nata l’idea di questo libro?
L’idea di questo libro era presente in me da anni. La comprensione della realtà è un aspetto centrale della mia vita e ho ritenuto, ad un certo punto, di dover far chiarezza sulla realtà quotidiana che tutti i giorni mi circondava. Mi sono quindi porto alcune domande essenziali quali ad esempio: come si può capire se una notizia è vera o falsa? I mezzi di informazioni sono imparziali nel diffondere le notizie? Quanto incide l’educazione che riceviamo fin dalla nascita, sulla nostra capacità di comprendere la veridicità di una notizia? Ho quindi utilizzato le risposte a cui ero giunto per rispondere a due quesiti fondentali riguardanti la reltà in cui viviamo. Mi sono quindi chiesto: il nostro paese è realmente un paese democratico? E poi ancora, rendendomi conto che il mondo odierna è guidato dalla scienza, mi sono chiesto se la scienza fosse realmente oggettiva.
Quanto è stato difficile portarlo a termine?
La stesura non è stata affatto semplice, sia per la complessità dei temi trattati, sia per il rigore che mi contraddistingue e con cui sono solito trattare gli argomenti di cui scrivo e che mi impone di verificare con attenzione ogni aspetto. Cerco sempre di rimanere più imparziale ed equidistante possibile. Oltretutto c’è stato anche un “imprevisto” che ha allungato i tempi di stesura e pubblicazione. Leggendo, studiando e raccogliendo evidenze al fine di rispondere a tutte queste domande, ho cominciato a scrivere questo libro, che avevo quasi terminato (alla fine del 2019) quando poi, nel 2020 è successo tutto ciò che sappiamo. Non ho quindi potuto ignorare quegli accadimenti e sono stato costretto a riformulare in parte ciò che avevo già scritto, pur non arrivando a conclusioni diverse dalle quelle a cui ero giunto in prima stesura.
Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Scrivo saggi e non romanzi e per questo leggo soprattutto argomenti di storia e scienza a prescindere dagli autori. Non sono selettivo in questo senso, mi interesso più all’argomento, all’informazioni che sono contenute nei libri più che all’autore. Ne leggo diversi e da tutti c’è qualcosa da apprendere e da apprezzare ma anche, inevitabilmente, qualcosa che mi piace meno. Tuttavia se il senso della domanda è sapere se e a quali autori mi ispiro quando scrivo, direi a nessuno in particolare, non ho modelli di riferimento. Quando scrivo cerco soltanto di esprimere le mie idee, facendo le mie considerazioni su elementi più concreti possibile, cercando di fornire informazioni oggettive in modo da dare modo al lettore (a tutti indistintamente, anche quelli che non hanno familiarità con certi argomenti) di formarsi una propria idea sull’argomento. Il mio lettore tipo è quello che ha fame di sapere e non ha dogmi o preconcetti. Tuttavia, come dico spesso, non ho verità assolute da dispensare. Il mio intento è quello di promuovere la conoscenza di certi temi e soprattutto di stimolare il libero pensiero e la riflessione.
Dove vivi e dove hai vissuto in passato?
Sono nato a Roma e ho prevalentemente vissuto qui. Tuttavia negli anni passati ho vissuto anche a l’estero. Per scelte di vita e la volontà di provare la vita in contesti differenti, ho vissuto anche in Africa. Un’esperienza formativa che porto nel cuore e che mi ha consentito ancor meglio di apprezzare i veri valori della vita e le molte criticità e distonie presenti nel mondo occidentale e occidentalizzato.
Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
I precedenti successi letterari mi hanno spinto ad intraprendere con continuità la strada dell’editoria. Grazie al successo avuto con i miei primi due libri (“Il lato oscuro della Luna” e “Il lato oscuro di Marte – dal mito alla colonizzazione”) che permangono tutt’ora dopo oltre 5 anni nella top ten di Amazon, nella sezione storia e archeologia, mi hanno dato moltissima visibilità. Ho potuto così collaborare per diversi anni con importanti riviste come “Il giornale dei Misteri”, Ufo International Magazine, Gli Enigmi della scienza, Archeo Misteri Magazine, solo per citarne alcune, per le quali ho pubblicato diverse decine di articoli. Il successo internazionale ottenuto (i miei primi due libri hanno venduto il oltre 13 Paesi del mondo sparsi in 5 continenti, sebbene fossero disponibili solo in lingua italiana) e l’apprezzamento ricevuto dai lettori, a cui sono grato, mi permettono di continuare a scrivere seguendo i miei interessi e le mie passioni. Mi interesso infatti di moltissimi temi e mi sto ora dedicando alla stesura di un saggio riguardante un tema di grande attualità: l’intelligenza artificiale. Tuttavia ho diversi progetti sa sviluppare nel cassetto, progetti attraverso i quali tornerò a parlare di alcuni dei temi che ho già toccato nei miei primi due libri pubblicati.