Il vortice dei dannati Edito da NPS edizioni nel 2021 • Pagine: 140 •
Pietro Bracaletti è un marinaio esperto, baciato dalle ninfe del mare. Non c'è peschereccio su cui si imbarchi che non rientri in porto carico di pescato. Una simile fama genera invidia e attira l'attenzione dell'ombra. Costretto all'esilio dalla sua amata San Benedetto del Tronto, Pietro vaga per tutta l'Italia, deciso a lasciarsi alle spalle i fantasmi del suo oscuro passato. Ma le anime erranti in cerca di vendetta non gli danno tregua: soltanto un Tagliatore, in fondo, può aver ragione della potenza dello Scijò.
Da buon abitudinario, non avrebbe mai preso in considerazione
un giorno diverso per l’appuntamento culturale, così, se gli capitava di avere un impegno il mercoledì, preferiva posticipare direttamente al successivo, anziché definire un giorno diverso.
L’incontro con il professore, accreditato come la più autorevole fonte di storia locale, era un momento molto atteso da quanti avevano a cuore la preservazione delle tradizioni e del dialetto sambenedettese; difatti il suo ingresso venne accolto da applausi e ampi sorrisi, ai quali rispose con garbati cenni del capo.
Salutò con una strizzatina di occhi il fedele gruppetto di pescatori in pensione, vecchietti dalla pelle rinsecchita che pareva appiccicata al teschio con un velo di colla, dal fisico dimesso come i pescherecci su cui avevano navigato un tempo, ma dallo spirito robusto come il legno stagionato. Settantenni, qualcuno forse in età ancor più avanzata, senza troppa fretta di rincasare, che traevano diletto dalle sue storie, poiché li aiutavano a rivangare nel passato, a ricordare con nostalgia quand’erano giovani e forti uomini di mare. Rughe marcate raccontavano della durezza e delle privazioni a cui erano andati incontro per sfamare i propri congiunti, delle interminabili settimane trascorse in mare, lontani dagli affetti familiari, a sfidare il freddo e gli elementi per tirare avanti.
Tutti e sei lo fissavano con occhi colmi di aspettativa, ansiosi di sentirlo tener comizio, che era in pratica il motivo per il quale non saltavano mai una sessione.
Di ciascuno, o quasi, il professore conosceva a menadito tanto il nome quanto l’appellativo, ognuno appropriatissimo: Serafino
“Ghiottone”, Mario “Truffaldino”, Rinaldo detto “Rosicachiodi” per la nota taccagneria, Romolo “Sparaballe” e Federico “Credulone”.
Del sesto non era certo, ma gli sembrava si chiamasse Andrea.
O forse Nicola?
«Che ce raccunt massera, Giova’?» fece una voce crepitante come lo scoppiettio di una scarica di miccette. Il professore rivolse a Serafino un sorriso sornione. «Che vi racconto stasera?» ripeté.
Con studiata lentezza si tolse cappello e impermeabile, aprì la ventiquattrore in pelle e ne tirò fuori un libriccino dalla copertina nera, privo di titolo, che poggiò sulla cattedra. Lo accarezzò quasi con riverenza, quindi inforcò gli occhiali e sfogliò alcune pagine, lisciandole col dorso della mano.
«Stasera vi narrerò una storia dura come la scorza di ciascuno di voi, vecchi lupi di mare. La storia di un uomo e del suo orribile peccato che scatenò la vendetta dell’Adriatico». L’enfatico preambolo suscitò un fremito di fervida aspettativa, il pubblico si fece più attento. «La leggenda dello Scijò» concluse dopo una pausa a effetto.
I sorrisi sdentati sparirono dalle facce degli ex pescatori, come orme sul bagnasciuga spazzate via dall’alta marea. Tutti e sei lo fissarono lividi in volto, incapaci persino di fiatare. Mario e Rinaldo arrivarono addirittura a segnarsi con gesti scaramantici.
Quell’ultima parola sembrava aver aspirato tutto l’entusiasmo che appena un istante prima permeava l’intera sala.
«Che c’è adesso?» domandò Giovanni.
Fu Mario a rispondere: «Noi non lo diciamo mai quel nome».
«Porta scarogna» confermò Federico, il cui pallore cadaverico
ricordava una statua di cera.
«Fatelo parlare, Santiddio» li rimbrottò un tale dal fondo sala.
Il reclamo servì solo a inasprire gli animi dei vecchi marinai. «Tu sei giovane, non ti puoi ricorda’» scattò Rinaldo voltandosi a inchiodargli occhi feroci addosso. «Noi però c’abbiamo la memoria bona, per fortuna».
«Lascia perdere. Basta che gli guardi le mani per capire che non è mai stato a mare. Che ne po’ sape’?» rincarò Mario.
Il tale che era intervenuto abbassò lo sguardo e tacque, ma non la distinta signora che gli sedeva accanto. «Siamo venuti a sentire il professor Balestra, non delle suocere come voi» commentò in tono acido.
Fu mandata direttamente a quel paese dall’inequivocabile gesto di Mario.
«Non lo bisogna infastidire, il mare» ammonì Romolo.
«Nessuno se ne può rendere conto, se in mare non c’è stato mai».
«Esattamente che c’è da sapere?» fece Giovanni, spazientito dagli inopportuni interventi di Serafino e compagni.
Il vecchio marinaio puntò un dito in alto, scuotendolo a mo’ di avvertimento. «Non si può parla’ di certe cose manco per scherzo.
Come ha detto Federico, porta male».
Giovanni aveva messo in conto la reazione che l’argomento avrebbe suscitato tra la gente di mare, depositaria di un’atavica saggezza a cui faceva da contraltare una feroce superstizione; seppellì un’espressione divertita sotto una coltre di professionale compostezza.
«Lu Scijò». Quando pronunciò di nuovo quel nome, i marinai fecero gli scongiuri. «Simboleggia la furia imprevedibile del mare Adriatico. Una potenza superiore che sopprime la debolezza umana, dimostrando l’inutilità dei suoi mezzi di fronte alla forza soverchiante della natura. L’ancestrale timore dell’uomo s’incarna nella mistificazione di un comune fenomeno atmosferico, ed ecco che una normalissima tromba marina si trasforma in una visione infernale che attinge a storie di un mare antico, popolato da creature mostruose».
«Professo’, tu dici sempre di conoscere la storia e la cultura di San Benedetto e poi non credi a ‘ste cose?»
Giovanni reagì con un sorriso accondiscendente. «Scusami, Serafino,
ma da accademico mi attengo a fatti documentati, non a credenze marinare che, per quanto intriganti da un mero punto di vista folcloristico, non hanno alcun valore storico. È come per la Barca di Caronte, credenza secondo la quale il due di novembre nessuna imbarcazione esce in mare né rete viene gettata per paura di ripescare ossa e teschi di naufraghi».
«Il marinaio è un tutt’uno col mare, pure dopo la morte» recitò solenne Federico.
Il restante pubblico prese a rumoreggiare, infastidito dalle reiterate interruzioni.
«Allora possiamo anche dichiarare concluso l’incontro di questa settimana» disse Giovanni con un sospiro rassegnato. Ripose il libro nella cartella. «L’avevo scelta perché mi sembrava una storia ricca di spunti di dibattito, perciò non avevo preparato altri argomenti. Pazienza, vorrà dire che sarà per la prossima volta».
Si levò un mormorio di delusione. Giovanni finse di riordinare le proprie cose per prendere tempo e valutare così le reazioni dei vecchi pescatori: Serafino continuava a grattarsi la pelata guardandosi attorno, visibilmente combattuto; Mario, con la testa piegata sul petto, dava tutta l’idea di trovarsi spaccato a metà tra la tentazione di ascoltare la storia e il timore di infrangere un tabù; Rinaldo e Federico muovevano appena le labbra, come raccolti in preghiera; l’altro, del cui nome non era mai sicuro, faceva di tutto per sottrarsi agli sguardi per paura di dover esprimere opinioni a riguardo.
Preso il coraggio in mano, Romolo parlò infine a nome di tutti: «Dai, professo’, racconta».
Giovanni li guardò uno per uno, in attesa che esprimessero a turno il proprio assenso. Poiché nessuno ebbe da obiettare, tirò di nuovo fuori il libriccino e si schiarì la voce, dopo di che iniziò a leggere.
Come è nata l’idea di questo libro?
Da giovanissimo lessi un racconto pubblicato nel 1928, tratto dall’opera di Guido Milanesi “Mar Sanguigno” e intitolato “lu Scijò”, che tradotto in sambenedettese suona come “tromba marina”. Mi appassionai talmente tanto a questa leggenda del folclore marinaresco nostrano che decisi che prima o poi di avrei tirarci fuori un romanzo. Il concorso “Misteri d’Italia” dello scorso anno me ne diede finalmente l’opportunità.
Quanto è stato difficile portarlo a termine?
Non particolarmente difficile, visto il mio legame da buon sambenedettese con il mare e il suo universo. Direi piuttosto che mi sono divertito, soprattutto nella fase di ricerca, documentandomi sul vissuto dei pescatori dell’epoca per ricostruire nel modo più veritiero possibile la vita marinara.
Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Non ho un vero e proprio autore di riferimento, visto che i miei interessi spaziano un po’ ovunque. Nel caso specifico del romanzo, mi sono ispirato come detto a un racconto di Guido Milanesi, il quale ebbe anche una significativa attività come ufficiale della Marina italiana durante la Guerra italo-turca (1912) (fu capitano di vascello e poi contrammiraglio). Si dedicò in seguito alla stesura di romanzi, prediligendo soggetti di carattere avventuroso, spesso tratti dalle sue esperienze belliche, soprattutto di vita marinara.
Dove vivi e dove hai vissuto in passato?
Sono nato a San Benedetto del Tronto (AP) e vivo in una cittadina a 7 km, nel comune di Monteprandone.
Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ho da poco pubblicato alcuni racconti per varie antologie e sono in fase di progettazione di un nuovo romanzo, sempre ambientato nella mia stupenda regione: le Marche.