L'uso della metafora in psicologia: la fiaba Edito da AliRibelli Edizioni nel 2021 • Pagine: 170 •
Per parlare a un bambino è necessario sintonizzarsi col suo linguaggio. L'uso della metafora in psicologia: la fiaba è un manuale rivolto a chi si occupa di relazione di aiuto e in cui la fiaba diventa strumento che permette di abbattere la barriera comunicativa con l’adulto, riconoscendo al bambino modalità di espressione più profonde e più immediate.
Nella fiaba il bambino trova una chiave, una modalità che gli consente di aprirsi al mondo interiore, dal momento in cui essa parla il linguaggio delle sue emozioni più profonde. Le paure e le fragilità vengono raccontate e, nel contempo, viene data la possibilità di arrivare a una soluzione per ritrovare serenità: non siamo noi a compiere le azioni, ma i personaggi della storia i quali, però, nel loro agire riflettono il nostro Io interiore e, nel far questo, ci consentono di vedere le situazioni che stiamo affrontando secondo differenti sfaccettature e angolazioni. La fiaba ci consente di uscire dal guscio interiore dandoci però la sensazione di non esserci esposti veramente. Essa ha un’origine antica, che si perde nella notte dei tempi. Erano gli anziani del villaggio, rispettati in quanto saggi, a trasmettere oralmente il patrimonio culturale e, grazie a loro era possibile non solo venire a conoscenza di pratiche ma anche di superstizioni, miti, credenze religiose e fiabe dove si raccontavano le gesta degli eroi. Tali eroi poi diventavano i modelli da imitare, coloro ai quali affidare paure, fragilità. La fiaba aveva per tutti, adulti compresi, un valore educativo ed esistenziale.
Era fiaba per tutti: fiaba per gli adulti, fiaba per l’intero popolo.
Con lo sviluppo del razionalismo, nell’età dei Lumi, la fiaba viene relegata a passatempo per vecchi e bambini, bandita in quanto inadatta ad una mente adulta, capace di affrontare la realtà grazie a capacità razionali. Nella fiaba non c’è tempo, lo spazio non è ben identificabile, può accadere tutto e il contrario di tutto, ci sono i buoni, i cattivi, i coraggiosi, gli eroi. Nelle fiabe il bene vince sul male e il bambino si identifica con l’eroe buono, che esercita una forte attrattiva su di lui. Il bambino non si chiede: “Voglio essere buono?” ma, “Come chi voglio essere?” La fiaba ha la forza di ancorarsi a contenuti profondi lavorando su emozioni importanti senza che per questo il bambino si senta in pericolo. Nel mondo della fiaba ci sono orfani, matrigne, mostri, lupi, regine cattive, bene e male si incontrano e si scontrano laddove il meraviglioso e il magico consentono anche l’impossibile.
La fiaba è uno strumento che permette di abbattere una barriera comunicativa tra bambino e adulto. La fiaba quindi ci permette di entrare direttamente nel mondo interiore del bambino poiché essa può offrire al bambino opzioni per un nuovo modo di essere, permettergli di avere una visione più ampia per affrontare i più comuni problemi emotivi, e suggerirgli meccanismi su come affrontare un problema dandogli nel contempo la possibilità di trovare una soluzione creativa per superare ostacoli che fino a quel momento sembravano insormontabili. I bambini hanno minori strategie e sicuramente meno sofisticate per gestire emozioni intense e difficili, mancano loro le risorse interne che gli consentono di pensarle o regolarle. Le conseguenze di questo possono essere, per ovvi motivi, dolorose: comportamenti aggressivi, difficoltà di apprendimento, bullismo, disturbi del sonno, dell’alimentazione, incontinenza ed enuresi, fobie, ansie, sono fenomeni che diventano un campanello d’allarme per l’adulto che si occupa di lui. Un bambino tormentato dalle sue emozioni, in genere non ne parla in modo esplicito ma utilizzerà più facilmente espressioni quali: “sono arrabbiato” o “mi sto annoiando”. Inevitabilmente, questo non consente di comprendere la profondità del problema che lo affligge, a maggior ragione per il fatto che adulti e bambini non parlano lo stesso linguaggio.
Per i bambini, infatti, il linguaggio naturale delle emozioni è fatto di metafore e di immagini proprio come quello delle fiabe e dei sogni, per questo motivo spesso non riescono a farsi comprendere dagli adulti, i quali di conseguenza, molte volte non riescono a dare loro quell’aiuto di cui essi hanno invece bisogno. Quando un bambino chiede aiuto, in quanto adulti, il più delle volte cerchiamo di smascherare piuttosto che comprendere, in una sorta di contrapposizione tra il suo modo di pensare e il nostro, che ci porta inevitabilmente a riconoscere quanto questi siano diversi.
Il bambino potrà identificarsi con i personaggi e con gli eventi che verranno descritti e in questo modo, non si sente isolato, riesce a creare un ponte fra la propria vita reale e gli eventi della narrazione. Il bambino può, nello stesso momento, guardare il problema e rimanerne distante, attivare risorse e capacità, ma non sentirsi minacciato. Il bambino passa dal dire “Nessuno ha il mio problema” al “Loro avevano un problema come il mio”.
Il linguaggio della fiaba è, in qualche modo un linguaggio che appartiene a tutta l’umanità, a tutte le età, a tutte le razze e civiltà. Fiabe e racconti sono narrazioni che parlano, a chi ascolta o a chi legge, della condizione umana: pensiamo alla storia di Cenerentola, nella quale si tratta del maltrattamento dei figliastri prima ancora che l’abbandono, la violenza e lo sfruttamento dei bambini fossero temi di dibattito generale.
Utilizzare la fiaba aiuta noi adulti, genitori, psicologi, pedagogisti, educatori o terapeuti, ad essere maggiormente consapevoli della creatività di cui abbiamo bisogno per aiutare il bambino: vuol dire in qualche modo ritornare al bambino che è in noi, ritrovare le piacevoli fantasie e la spontaneità di quel periodo; vuol dire prendere contatto con il bambino che abbiamo dentro:
Esemplifico facendo riferimento al Brutto anatroccolo di Andersen e considerando i tre momenti tipici della fiaba:
1. l’anatroccolo nasce con il suo aspetto buffo, diverso dai fratelli e da tutti gli altri volatili dell’aria il protagonista ha un PROBLEMA, per questo viene deriso e rifiutato
2. … l’anatroccolo se ne va, dal momento in cui i maltrattamenti nei suoi confronti non fanno che peggiorare. Vola verso la palude sperando di trovare accoglienza da parte delle anatre selvatiche si manifesta una CRISI
L’anatroccolo, infatti, potrebbe subire le critiche e rassegnarsi a riceverle e incassarle. In realtà scappa. Scappa perché non vuole arrendersi. Scappa perché non vuole omologarsi. L’identificazione con il gruppo, il riconoscimento di comportamenti condivisi, è passaggio importante per la ricerca della propria individualità. Tutto questo rende più forti. Solo così si cresce e si diventa adulti.
3. … passato l’inverno si specchia nell’acqua, dove scorge la sua nuova bellissima immagine. L’avere patito tante miserie e avversità gli permette di poter apprezzare l’essere felice: «Era troppo felice ma non superbo, perché un cuore buono non diventa mai superbo» la SOLUZIONE e il LIETO FINE
Quindi, le fiabe presentano sempre un problema e, per definizione, tutto finisce bene. La fiaba presenta il problema e la soluzione del problema. Nelle fiabe, i bambini vincono contro genitori crudeli, contro streghe cattive e le fiabe sono per loro la voce della speranza.
«[…] le fiabe hanno un valore senza pari: offrono nuove dimensioni all’immagine del bambino, dimensioni che egli sarebbe nell’impossibilità di scoprire se fosse lasciato completamente a se stesso. Cosa ancora più importante, la forma e la struttura delle fiabe suggeriscono al bambino immagini per mezzo delle quali egli può strutturare i propri sogni ad occhi aperti e con essi dare una migliore direzione alla propria vita». BETTELHEIM,
LA FIABA È IL LUOGO DI TUTTE LE IPOTESI; ESSA CI PUÒ DARE DELLE CHIAVI PER ENTRARE NELLA REALTÀ PER STRADE NUOVE, PUÒ AIUTARE IL BAMBINO A CONOSCERE IL MONDO (RODARI)
«Qualunque dolore può essere sopportato se si traduce in una storia»
iaba trova le sue radici nella tradizione popolare.
È un tipo di narrativa al cui interno ritroviamo creature fantastiche, esseri soprannaturali e, in tal senso, si differenzia dalla favola nella quale, invece, i protagonisti sono generalmente animali antropomorfizzati e dalle cui avventure traiamo sempre un insegnamento morale, più o meno esplicito.Nella fiaba il bambino trova una chiave, una modalità che gli consente di aprirsi al mondo interiore, dal momento in cui essa parla il linguaggio delle sue emozioni più profonde.
Le paure e le fragilità vengono raccontate e, nel contempo, gli viene data la possibilità di arrivare a una soluzione per ritrovare serenità: non siamo noi a compiere le azioni, ma i personaggi della storia i quali, però, nel loro agire riflettono il nostro Io interiore e, nel far questo, ci consentono di vedere le situazioni che stiamo affrontando secondo differenti sfaccettature e angolazioni.
La fiaba ci consente di uscire dal guscio interiore dandoci però la sensazione di non esserci esposti veramente.
Essa ha un’origine antica, che si perde nella notte dei tempi.
Erano gli anziani del villaggio, rispettati in quanto saggi, a trasmettere oralmente il patrimonio culturale e, grazie a loro era possibile non solo venire a conoscenza di pratiche ma anche di superstizioni, miti, credenze religiose e fiabe dove si raccontavano le gesta degli eroi. Tali eroi poi diventavano i modelli da imitare, coloro ai quali affidare paure, fragilità. La fiaba aveva per tutti, adulti compresi, un valore educativo ed esistenziale.
Era fiaba per tutti: fiaba per gli adulti, fiaba per l’intero popolo.
Con lo sviluppo del razionalismo, nell’età dei Lumi, la fiaba viene relegata a passatempo per vecchi e bambini, bandita in quanto inadatta ad una mente adulta, capace di affrontare la realtà grazie a capacità razionali.
Nella fiaba non c’è tempo, lo spazio non è ben identificabile, può accadere tutto e il contrario di tutto, ci sono i buoni, i cattivi, i coraggiosi, gli eroi.
Nelle fiabe il bene vince sul male e il bambino si identifica con l’eroe buono, che esercita una forte attrattiva su di lui.
Il bambino non si chiede: “Voglio essere buono?” ma, “Come chi voglio essere?”
La fiaba ha la forza di ancorarsi a contenuti profondi lavorando su emozioni importanti senza che per questo il bambino si senta in pericolo.
Nel mondo della fiaba ci sono orfani, matrigne, mostri, lupi, regine cattive, bene e male si incontrano e si scontrano laddove il meraviglioso e il magico consentono anche l’impossibile.
La fiaba è uno strumento che permette di abbattere una barriera comunicativa tra bambino e adulto.
La fiaba quindi ci permette di entrare direttamente nel mondo interiore del bambino poiché essa può offrire al bambino opzioni per un nuovo modo di essere, permettergli di avere una visione più ampia per affrontare i più comuni problemi emotivi, e suggerirgli meccanismi su come affrontare un problema dandogli nel contempo la possibilità di trovare una soluzione creativa per superare ostacoli che fino a quel momento sembravano insormontabili.
I bambini hanno minori strategie e sicuramente meno sofisticate per gestire emozioni intense e difficili, mancano loro le risorse interne che gli consentono di pensarle o regolarle.
Le conseguenze di questo possono essere, per ovvi motivi, dolorose: comportamenti aggressivi, difficoltà di apprendimento, bullismo, disturbi del sonno, dell’alimentazione, incontinenza ed enuresi, fobie, ansie, sono fenomeni che diventano un campanello d’allarme per l’adulto che si occupa di lui.
Un bambino tormentato dalle sue emozioni, in genere non ne parla in modo esplicito ma utilizzerà più facilmente espressioni quali: “sono arrabbiato” o “mi sto annoiando”. Inevitabilmente, questo non consente di comprendere la profondità del problema che lo affligge, a maggior ragione per il fatto che adulti e bambini non parlano lo stesso linguaggio.