Papà René Edito da Cesare Bartoccioni (Youcanprint) nel 2021 • Pagine: 124 •
Don Renato De' Boeri, con l'occasione della prossima tornata elettorale del Comune di Litaia, decide di “scendere in campo”. Le cartelle in scadenza, i pignoramenti in arrivo e gli usurai alle porte lasciano poca scelta al vecchio patriarca, che si trova a dover ricorrere, in fretta, all'ultimo refugium peccatorum a lui non ancora precluso: la politica. Fin dai primi passi di questo nuovo viaggio, però, Papà René, come lo chiamano tutti, si accorgerà di non aver ben valutato le conseguenze di tale decisione, né i compagni di strada da cui viene sostenuto. In un'ambientazione in cui né il tempo né il luogo vengono definiti, il romanzo (finalista al concorso letterario IoScrittore 2020) narra le tante sfaccettature di un provincialismo tipicamente italiano, ove gli abissi morali e la volontà di riscatto si trovano in perenne contrapposizione, in una lotta non solo fra i vari protagonisti, ma soprattutto con sé stessi e con l'intimo dell'animo di ognuno.
PROLOGO
Evidentemente, quando Don Renato De’ Boeri o, come lo chiamavan tutti, Papà René, maturò l’idea di scendere in campo, non aveva ben valutato le conseguenze che tale decisione avrebbe comportato, non solo per lui, ma soprattutto per il di lui figlio Gian Valerio. Figlio degenere, certo, ma pur sempre suo figlio.
D’altra parte, con le cartelle in scadenza, i pignoramenti in arrivo e gli usurai alle porte, era stato imperativo, per il vecchio patriarca, ricorrere in fretta, con l’occasione della prossima tornata elettorale del Comune di Litaia, all’ultimo refugium peccatorum che non gli fosse stato ancora precluso. La politica.
***
CAPITOLO 1 – L’ONOREVOLE
La riunione di quella sera, alla masseria del Barone Licata, doveva mettere a punto la macchina organizzativa che si era già messa in moto e, soprattutto, doveva far guadagnare al vecchio René un altro po’ di tempo.
Don Renato De’ Boeri arrestò il barroccio a pochi metri dall’ingresso meridionale della cinta muraria che, con parapetti di oltre due metri e mezzo di altezza sormontati da scaglie di vetro frantumato, separava l’azienda agricola del Barone dal mondo esterno.
Papà René inspirò una lunga e profonda boccata d’aria, come a prendere coraggio. La trattenne nei polmoni per alcuni secondi, quindi, sbuffando dalle narici, incitò con le redini il possente, seppur vetusto, mulo da traino e, senz’altro indugio, entrò.
Fece giusto in tempo a superare la soglia che l’animale si fermò di nuovo, il morso abbrancato da una mano rozza e grossa, oltre la quale si stagliava una figura tozza e tarchiata, con la coppola in testa e la doppietta alla spalla.
“Scenda pure qui, Eccellenza. Al biroccio pensiamo noi. Paoluccio l’accompagna dentro.”
Barroccio e mulo scomparvero nell’oscurità verso una tettoia a ridosso delle mura interne sul lato occidentale della tenuta, insieme al tizio che gli aveva rivolto la parola e altri due o tre simili figuri. Papà René si ritrovò a fianco di un energumeno alto e muscoloso, che indovinò essere il Paoluccio che doveva fargli strada, anch’egli armato di doppietta, il quale, senza proferir verbo, lo condusse fino all’ingresso della casa padronale. L’uomo bussò all’uscio. La porta si aprì. Paoluccio si portò l’indice destro al berretto, a mo’ di saluto, quindi si ritirò, sempre in silenzio.
Papà René ristette un momento sulla soglia, senza saper bene che fare, finché un accento cordiale lo invitò dentro.
“Venga, venga, Don Renato. In fondo al corridoio, la stanno aspettando.” La voce acuta e strascicata che lo stava invitando dalla penombra del varco che gli si era presentato innanzi apparteneva a un vecchio segaligno e ricurvo, in verde livrea bordata di ricami dorati, il quale gli fece cenno di accomodarsi per poi accompagnarlo lungo un oscuro androne interno fino a una saletta rivestita di velluto bordeaux, all’interno della quale i volti dei suoi anfitrioni rilucevano della luce delle candele accese.
Papà René passò lo sguardo per la stanza, abituando via via le pupille all’ambiente cupo ove i ceri spandevano solo una vaga luminescenza nelle loro immediate vicinanze.
Il centro della camera era occupato da un basso tavolinetto di nero legno, probabilmente ebano, su cui poggiavano quattro bicchierini pieni di un liquore ambrato. Dalla parte opposta all’entrata, un divano barocco con un tessuto dello stesso tono e disegno della livrea del maggiordomo di poc’anzi prendeva quasi tutta la lunghezza della parete. Ai lati del tavolo, a destra e a sinistra, due poltroncine rococò in velluto vermiglio, con gli schienali colmi di intagli eccessivamente elaborati e di indecifrabile disegno, stavano ben allineate a squadro col sofà. Di fronte all’uscio, uno scarno sgabello stile impero, con le quattro gambe di noce sormontate da una seduta in velluto ocra, posto alla metà esatta della distanza tra la porta e il tavolinetto, pareva stesse aspettando un esaminando alla discussione della laurea. Tutti gli scranni erano occupati, tranne lo sgabello. Non vi erano finestre, né altro mobilio. In alto, le tre pareti cieche ospitavano, incassati in nicchie rischiarate da coppie di ceri accesi, altrettanti ritratti seicenteschi di arcigni antenati dei tempi andati. Un cupo cavaliere in armatura, un inespressivo cardinale (o forse un papa) e una dama velata le cui fattezze mascoline non erano purtroppo completamente celate dal drappo sul volto.
Mettendo a fuoco lo sguardo sulle sedute, Papà René ebbe un moto di soprassalto al riconoscere, comodamente adagiato sul sofà, in tutta la sua adiposa opulenza, col volto glabro dal capo pelato, l’imponente figura di Don Ciccio Talleri, il quale lo fissava sornione dalle sue grasse palpebre perennemente socchiuse. I tremila scudi che Don Ciccio gli aveva dato a prestito al tempo di riparare i danni dell’ultima grandinata erano ormai diventati, a distanza di sei mesi, quindicimila. Il ‘Cravattaro di Litaia’, com’era denominato a mezza bocca e a denti stretti nella zona, era stato particolarmente solerte negli ultimi tempi nel richiedere a Don Renato, tramite visite improvvise da parte di minacciosi sottoposti, la restituzione della somma dovuta.
“Si accomodi, Don Renato, prego, si prenda un sorso di cordiale, fatto coi buoni fichi d’India delle nostre terre. Salute!”
La voce untuosa del Barone Licata, seduto sulla poltrona di sinistra, accompagnò il gesto altrettanto oleoso della mano destra che sollevò il bicchiere all’indirizzo di René. Questi si sedette sull’incomodo sgabello, prese il calice, lo sollevò e partecipò al brindisi al quale, all’istante, tutti i convitati si erano uniti. I bicchierini tintinnarono a mezz’aria, sopra il centro esatto del tavolino. Gli amari sorsi vennero deglutiti, quindi tutti si rilassarono sullo schienale delle rispettive sedute. Tutti tranne Papà René, il quale non aveva di che poggiarsi, e che cercò di mantenere un certo contegno e la schiena dritta.
Papà René ripose il bicchiere sul tavolo, deciso a non ripetere l’assaggio di quel nettare tanto decantato dal Barone. Era imbevibile, con un sentore di muffa e un retrogusto piccante di pepe e garofano. Se era stato davvero prodotto con i fichi d’India, questi avevano fatto sicuramente parte di un lotto andato a male. Tra l’altro, l’espressione ‘delle nostre terre’ usata poc’anzi dal Barone era quantomeno infondata, se non sarcasticamente ipocrita. L’azienda agricola del Barone Licata non era più una organizzazione produttiva, come lo era stata un tempo in altre mani. Era ora semplicemente il punto di raccolta delle decime che gli venivano da tutta la municipalità. Lo stesso titolo gentilizio di Licata, del resto, era abusivo: strappato con tutte le terre nobiliari ai legittimi proprietari, ora decaduti ed estinti, a suon di prestiti a strozzo, aste turbate e carte truccate alla sala da gioco di cui il vero Barone buonanima era stato assiduo frequentatore. Il colpo di pistola alla tempia con cui questi aveva voluto porre fine alle proprie sofferenze finanziarie ne aveva decretato, a suo tempo, la confisca dei beni e la rovina definitiva di moglie e figli, dei quali ormai si erano perse le tracce. La voce ricorrente nel paese era che, nel suo gesto estremo, il povero Barone era stato caritatevolmente aiutato. Il pettegolezzo aveva poi preso sempre più piede quando, una settimana dopo la dipartita, il notaio di Litaia se n’era uscito con un testamento autografato dal Barone e confermato per iscritto da due testimoni, uno dei quali sedeva ora sul sofà, ove il de cuius adottava Licata come figlio trasferendogli il titolo nobiliare e nominandolo beneficiario unico di tutti i suoi possedimenti.
Il personaggio seduto sulla poltrona di destra era ignoto a Papà René, ma questi pronosticò che ne avrebbe tosto fatto la conoscenza.
Si trattava di un ometto basso e mingherlino, ben sbarbato e dai capelli neri, come gli occhi, ricurvo alle spalle e racchiuso in un vestito blu scuro di sartoria, con un volto triangolare dal mento appuntito e la sommità del capo appiattita. Gli spessi occhiali dalla montatura squadrata e tartarugata poggiavano su due enormi orecchie a sventola. No. Papà René non lo aveva mai visto; di uno così si sarebbe certamente ricordato. Seduto sulla poltrona opposta a quella di Licata, ne rappresentava fisicamente il perfetto contraltare. Licata era alto, di bell’aspetto, ben strutturato, di corporatura sana e muscolosa. I biondi favoriti e i ricci e folti capelli della stessa tonalità del grano davano al suo volto un’aura signorile e distinta. Poteva benissimo passare per un aristocratico di antico lignaggio, se non fossero a tutti note le sue ben più prosaiche e materiali occupazioni. L’abito che indossava, di un raffinato lino color grigio perla, ne incorniciava elegantemente le armoniche forme.
Peccato che voce, viscida e affettata, ne tradisse l’animo ingannatore.
“Caro Don Renato”, riprese Licata dopo altre due sorsate del suo liquore, “forse non ha il piacere di conoscere il nostro gradito ospite di questa sera.” Licata accompagnò le ultime cinque parole con un ricercato gesto di presentazione allungando la mano sinistra, col palmo in alto e un grazioso movimento rotatorio del polso, verso l’ometto seduto di fronte a lui.
“Le presento, caro Don Renato…” Licata spostò i suoi occhi azzurri dall’ospite indicato fissandoli in quelli di René, in una studiata pausa intesa a creare aspettativa, “l’Onorevole Gaetano Ammiraglio, che tanto bene apporta al nostro amato Comune di Litaia dall’alto del suo seggio di Senatore del Regno.”
Papà René si volse verso l’Onorevole, facendo per alzarsi, ma questi, con un’espressione di ostentata umiltà nei piccoli occhi dietro le spesse lenti, e con un rachitico gesto dall’alto in basso dell’arto destro, gli fece capire che non v’era bisogno di convenevoli.
“Stia, stia, caro Don Renato,” la voce era nasale, sottile, cantilenante e monotona, “non occorre, non occorre.”
Papà René tornò a rilassarsi, per quanto potesse, sullo sgabello.
“Mi dicono, i miei amici qui, grandi cose su di lei, Don Renato.” Riprese l’Onorevole. “Sa, questi sono tempi duri; le forze popolari stanno macinando consensi, complice anche quella sciagurata nuova legge elettorale che ha eliminato il limite del censo per l’elettorato attivo, censo che era, ne converrà, un legittimo argine contro le derive plebiscitarie cui le masse incolte sono sempre state prone.” L’Onorevole si interruppe per sorbire un altro goccio di liquore. Poi continuò. “Lei, Don Renato, mi dicono, è molto amato nel luogo, vero? Mi conferma?”
Papà René si irrigidì sulla schiena, come a darsi un maggior contegno.
“Beh, Onorevole, lei mi lusinga. In effetti, dati anche i miei possedimenti agricoli e la quantità di cittadini della municipalità cui ho sempre dato lavoro e buon trattamento, oso dire di essere, se non proprio amato, quanto meno apprezzato e stimato, sì, senz’altro, Onorevole.”
“Bene. Bene. Mi compiaccio. Ciò mi riempie di speranza per il futuro di questo territorio.”
L’Onorevole si sistemò, per quanto gli potesse consentire la cifosi, sulla poltrona, poggiando la nuca allo schienale, puntando i gomiti sui braccioli e congiungendo i polpastrelli delle due mani. La ‘V’ formata in tal guisa da queste si trovò perfettamente sovrapposta, nella prospettiva dello sguardo di Papà René, a quella rovesciata del mento.
“Ella, mio caro Don Renato,” ricominciò quindi il Senatore, “è un uomo timorato, nevvero? Voglio dire… segue i precetti religiosi con puntualità?”
Prima che Papà René, colto alla sprovvista dalla bizzarra domanda, potesse abbozzare una qualche risposta, intervenne il Barone Licata, prontamente.
“Le assicuro, Onorevole, che il nostro buon Don Renato non perde una sola funzione. Per non parlare, naturalmente, delle tante opere di carità, alle quali del resto si dedica in continuazione il caro Don Ciccio qui presente.”
Don Ciccio Talleri, chiamato in causa, sollevò pigramente il mignolo della mano sinistra, che gravava con pesante nonchalance sull’imbottitura superiore della fiancata del sofà, come a volersi esimere da cotanta lode.
“Bene. Bene.” Continuò l’Onorevole. “È proprio questo che ci abbisogna. Rimettere ‘i puntini sulle i’, come si suol dire. Riportare al centro dell’agone politico i nostri antichi valori, per poter contrastare questi sommovimenti anarchici che hanno con sé un qualcosa di ignobile, di oscuro, oserei dire… di diabolico!”
“Assolutamente, Senatore.” Convenne il Barone.
Il Senatore si sollevò, con una certa laboriosa fatica, dallo scranno e, a turno, offrì la destra per una stretta di mano al Barone dapprima, quindi a Don Ciccio, infine a Papà René. Trattenne quest’ultima mano serrandola con entrambe le sue, in un moto quasi paternalistico, poi, fissando dal basso verso l’alto gli occhi di Don Renato, con un cipiglio che, nonostante la svantaggiosa statura, non lasciava adito a dubbi su chi dei due sarebbe stato il superiore, gli scandì: “Don Renato. Ella ha la mia benedizione. Le garantisco fin d’ora l’appoggio incondizionato del mio partito. Per qualsiasi cosa, può fare riferimento direttamente al Barone Licata, il quale gode della mia più completa fiducia.”
Senza attendere risposta, l’Onorevole si accomiatò e uscì dalla sala.
Di lì a poco, Papà René poté udire il leggiadro scalpitio di un cavallo e il sordo e unito strofinio della rotazione delle due ruote ben oliate di un rapido calesse che si allontanava dalla tenuta.
Papà René ristette un attimo interdetto dalla repentina uscita di scena del Senatore. Il Barone e Don Ciccio avevano entrambi un’espressione gongolante sul volto.
“Ma… se ne va così? Ma non dovevamo…” iniziò a balbettare.
“Ah, caro Don Renato…” lo interruppe il Barone, “l’Onorevole ha tanti impegni, lo immaginerà. Doveva rientrare alla capitale per un’importante riunione. E comunque…” Licata trasse dal taschino interno della giacca tre lunghi toscani, offrendoli agli astanti. Don Ciccio declinò, imitato da Papà René. Licata fece spallucce, ne rinfoderò due e, estratta una scatoletta cilindrica S.A.F.F.A. dalla tasca esterna destra della giubba, ne tirò fuori un fiammifero ligneo dalla capocchia verde col quale si accese il terzo per sé. Le volute di pungente fumo saturarono presto l’angusto ambiente. Papà René strizzò gli occhi che avevano iniziato subito a lacrimare.
“E comunque…”, riprese Licata dopo aver tirato tre o quattro boccate, “è venuto. Specialmente per lei, Don Renato.” Licata lasciò che il senso di quanto detto si sedimentasse nel cervello di Papà René per alcuni secondi. Quindi si piegò verso di lui.
“D’altra parte, abbiamo già avuto tutte le assicurazioni da parte del nostro Onorevole.” Tornò ad appoggiarsi allo schienale. “E poi, caro Don Renato, le questioni di cui noi tre dobbiamo discutere stasera, diciamo… sono un po’… come dire… particolari. Insomma, bassa manovalanza, se mi si consente il termine. Niente che il Senatore potesse avere interesse, o convenienza, ad ascoltare. Non so se mi spiego, Don Renato.”
“Eh? Beh…” Papà René si passò una mano fra i radi capelli sul capo che gli si stavano appiccicando dal sudore, e si massaggiò gli occhi che gli bruciavano. “Eh… certo… certo.” Non ci stava capendo niente.
“Direi di venire tosto al dunque, non crede, Barone?” La voce di Don Ciccio era acuta e sfiatata, mal si accompagnava alla sua fisica mole. Papà René l’aveva sentita e ascoltata più volte, ma non ci si era mai abituato. Doveva sempre fare uno sforzo per associare quel sottile tono a quella spessa corporatura.
Il Barone Licata, tra una tirata di sigaro e un sorso di cordiale, iniziò a indottrinare Papà René sulle prossime mosse che la buona società di Litaia doveva apprestarsi a mettere in campo sulla scacchiera della imminente campagna elettorale in modo da porre un invalicabile argine allo straripare di quelle nuove e pericolose tendenze popolari che l’Onorevole, nella sua elevata saggezza, aveva giustamente definito diaboliche.
Quella notte, rientrato al suo casolare con un mal di testa pulsante, la gola infiammata, il respiro affannoso e un senso di disorientamento tale che, se non fosse stato per il mulo, non sarebbe nemmeno riuscito a ritrovare la strada di casa, Papà René si fiondò subito a letto, dopo aver rifiutato la cena tenutagli in caldo dalla domestica. Nel buio, steso supino sopra le coperte, fissò a lungo lo scuro soffitto della camera, austera e spoglia e perennemente fredda fin da quando, erano ormai tre anni, una brutta polmonite si era portata via Genoveffa, la sua amatissima moglie. Ma non era il pensiero della defunta sposa a causargli inappetenza e a impedirgli di dormire. Né il fatto di non aver trovato a casa il figlio, sicuramente errante in qualche suo giro balordo, tra donnine allegre, sale da gioco e mescite di vino. No. Era il ricordo fresco, pungente come l’acre fumo del sigaro che tuttora gli circolava nei polmoni, della dettagliata lezione elargitagli dal buon Licata. Quella sera, infatti, Papà René aveva, senza dubbio, imparato molte, molte cose. Lo sgabello che gli era parso da esaminando si era rivelato, in effetti, come la seduta di un banco di scuola. E su quel banco, quella sera, Papà René aveva ricevuto la spiegazione, gli esempi pratici, il materiale di studio e i compiti per casa.
Prima di tutto, il seguito di stima e rispetto di cui Don Renato godeva a Litaia era reale. Questo lo sapeva il Barone Licata, lo sapeva Don Ciccio Talleri e, grazie ai buoni auspici di questi due eminenti esponenti dell’alta società del luogo, ora lo sapeva anche l’Onorevole. In soldoni, ciò, in base ai conteggi effettuati dal partito, portava il valore elettorale della candidatura di Papà René a circa il 35 percento dei consensi, tra volenti e nolenti, questi ultimi opportunamente stimolati dagli emissari di Don Ciccio. Dato che le forze popolari erano divise in due, tra i massimalisti da una parte, i quali aspiravano alla creazione dello Stato Socialista tout court, e gli anarchici dall’altra, i quali non si capiva ancora bene a cosa aspirassero, tale potenziale risultato poteva tradursi, grazie alla legge maggioritaria in vigore, in una vittoria definitiva delle forze moderate. Papà René non doveva preoccuparsi oltre di questo: la lista elettorale a lui collegata era già stata compilata con dovizia, direttamente da Licata. In caso di successo, avrebbe potuto contare su esperti professionisti di indubbia fiducia.
Certo, la campagna elettorale avrebbe avuto dei costi, ma anche a quello avrebbero pensato Licata e Don Ciccio. Anzi, quest’ultimo avrebbe non solo congelato la richiesta di rientro con cui aveva ultimamente pressato con notevole insistenza Papà René, ma vi avrebbe aggiunto altri cinquemila scudi, giusti giusti per bloccare le cartelle esattoriali in scadenza, cinquemila miseri scudi che Don Renato avrebbe potuto restituire comodamente, dopo le elezioni, al solito interesse. Naturalmente, a fronte di cotanto impegno finanziario, si richiedeva a Papà René una qualche forma di garanzia. Che ne diceva, Papà René, ad esempio, del podere dei Tre Pioppi? Eh, ma quello è sola palude, aveva cercato di parare Papà Renè, il quale teneva molto a tale terreno, non per l’inesistente importanza commerciale, bensì per il valore affettivo, essendo stato il Tre Pioppi il suo primo appezzamento, da cui, grazie alle saline ivi ricavate, era iniziata la scalata che lo aveva portato a diventare in appena un decennio il secondo latifondista di Litaia, dopo il Barone, naturalmente. Che ne dite invece del fondo di Pratolungo?, si era provato a rimediare Papà René. Quello, pur piccolo, è un gran bel pascolo. Ah, caro Don Renato, ma come? Pensavo ne fosse al corrente. Quello non è più nelle sue disponibilità, gli aveva ribadito Licata, passandogli con un moto di amichevole imbarazzo un foglio in carta bollata ove De’ Boeri Gian Valerio, a parziale saldo dei debiti di giuoco contratti presso il Casinò Centrale di Litaia, l’onorata casa d’alta classe di cui Licata si pregiava essere socio di maggioranza, cedeva al suddetto Barone la proprietà del fondo di famiglia denominato ‘di Pratolungo’. Papà Renè, in quel momento, si era sentito il mondo crollargli addosso, tanto che aveva dovuto, suo malgrado, ricorrere a un ulteriore sorso dell’amaro liquore che Don Ciccio, con un moto di amichevole attenzione, gli aveva prontamente offerto. Recuperato un certo equilibrio, e prendendo atto della irrecuperabile perdita del pascolo, Papà René aveva cercato di rilanciare proponendo ora l’oliveto del Frantoio Vecchio, ora la vigna della Rocca, ma non v’era stato nulla da fare, perché vede, caro Don Renato, noi non vogliamo privarla di terreni di qualità agricola, non desideriamo che ella, da questo impegno politico, esca impoverito o impossibilitato nelle sue lodevoli e apprezzate attività. Eh, ma la palude, suvvia, signori miei, non vale proprio nulla! Mi parrebbe quasi un furto nei vostri confronti… Ma no, Don Renato, non si faccia di questi scrupoli. Prima di tutto, non è detto che, alla fine, lei non riesca a riscattarla: ora ce la segnerebbe solo in garanzia, è solo un’ipoteca, stia pur tranquillo. E poi, qualora proprio non riuscisse a recuperarla, stia pur certo che sapremo ben noi come farla fruttare. Fruttare? Ma è una palude. Ma sì, ma sì, Don Renato, ma pensi a quanta cubatura residenziale vi si potrebbe costruire. Ma come? Costruire? Ma non è terreno fabbricabile, e mai lo potrebbe diventare. Ah, Don Renato, Don Renato, fecero Licata e Don Ciccio all’unisono, ammiccando. Ma il piano regolatore chi lo decide, eh? A chi compete, eh? Il Barone e Don Ciccio Talleri rimasero a fissarlo, sornioni e sorridenti, con sguardi di deliberata intesa.
Papà René era rimasto ammutolito. Aveva, d’improvviso, capito tutto.
***
DAL GAZZETTINO DI LITAIA DEL 3 FEBBRAIO
Un violento fatto di sangue si è consumato la scorsa notte alla periferia del territorio comunale. La vittima è tale Nicolino Calasanta, il quale è stato raggiunto da due fucilate alla schiena mentre rincasava alla sua modesta residenza sita in Via della Scrofa 47. Le rose di pallettoni non hanno lasciato scampo al Calasanta, che si presume sia morto sul colpo.
Nicolino Calasanta era tornato da pochi mesi da oltreoceano, ove si era recato diversi anni or sono nel vano tentativo di cercar fortuna. Dopo alcuni guai con la Giustizia per abigeato e incendio doloso, era tornato sulla retta via, trovando lavoro come mazziere al Casinò Centrale.
Il corpo esanime è stato rinvenuto di prima mattina da due cacciatori della Tenuta Amelia, il limitrofo fondo del Barone Licata, richiamati dallo straziante latrare dei cani da penna guidati sul luogo del misfatto dal loro acutissimo olfatto.
Calasanta, noto ‘tombeur de femme’ già nella precoce gioventù, pare avesse dovuto in tutta fretta allontanarsi dal Paese estero ospitante proprio a causa di una sordida storia di corna e vendetta. La Gendarmeria, che si occupa del caso, sta seguendo la pista passionale. Si attendono sviluppi alle indagini in corso.
***
CAPITOLO 2 – GIAN VALERIO
“Si è alzato il signorino, Venusia?”
Papà René, seduto al tavolo bianco in ferro battuto che, approfittando della mattinata insolitamente dolce per il mese di febbraio, era stato sistemato nell’aia per la colazione, si nettò i radi baffetti neri dalla schiuma del caffelatte appena consumato.
Venusia, la domestica tuttofare che aveva preso le redini della quotidiana gestione casalinga dopo la scomparsa della compianta Genoveffa, raccolse in un vassoio le stoviglie usate, la tazza appena svuotata, il mezzo croissant non terminato e il portauovo con i resti della ‘coque’ che il patriarca si sorbiva ogni mattina, inzuppandovi una crosta di pane di segale e raccogliendo alla fine col cucchiaino i rimasugli di albume.
Venusia, pur essendo di mole importante, bassa di statura e decisamente sovrappeso, si muoveva con una leggiadria che nessuno avrebbe sospettato di primo acchito. I lunghi e lisci capelli sale e pepe raccolti a cipolla sulla nuca, il volto rotondo e senza particolari tratti degni di nota, se si escludeva un grosso porro alla base dell’ala nasale sinistra, gli avambracci muscolosi, le caviglie gonfie e i polpacci che facevano un tutt’uno con le cosce impedendo di stimare dove si trovassero esattamente le ginocchia, insomma, tutto, nella sua persona, avrebbe impedito a chiunque anche solo di immaginarne la precisa, funzionale, netta efficacia con la quale svolgeva, sette giorni su sette e ventiquattro ore al giorno, i suoi doveri di massaia, cuoca, donna delle pulizie e amministratrice delle tante quisquilie casalinghe, dalla gestione delle scorte di cibo al mantenimento del livello costante di carbonella per la stufa, sul cui ripiano di ghisa e nel cui forno a legna Venusia preparava di tutto, dalla zuppa al pane, dagli arrosti alle torte. La biancheria era sempre pulita e ben stirata, le camere arieggiate, le suppellettili spolverate e in ordine, gli animali da cortile ottimamente curati e le loro stie nettate ogni mattina. Qualsiasi cosa fuori posto veniva prontamente portata all’attenzione di Papà René, per il quale Venusia nutriva una particolare forma di venerazione, non solo perché Don Renato l’aveva assunta e accolta nel suo casolare, dopo che il di lei marito Don Vito Sevviu si era fatto venire la tanto stravagante quanto malaugurata idea di opporsi alle mire del Barone Licata sul suo fiorente allevamento di bufale con annesso redditizio caseificio di mozzarelle. Pochi giorni dopo la morte di Don Vito, suicidatosi con una fucilata al petto, pare a seguito di una forte forma di depressione di cui, come da certificato redatto dal medico condotto del paese, soffriva da diversi mesi, Don Ciccio Talleri si era presentato dalla sconsolata vedova a reclamare il pagamento dei prestiti elargiti al tempo dell’avvio della produzione casearia. Il pronto intervento del Barone Licata, il quale si era fatto carico di tutte le pendenze del defunto rilevandone in perdita, bontà sua, il feudo, aveva tratto Venusia dalla rovina finanziaria, liberandola al contempo anche del peso di un’attività agricola e commerciale che, nelle parole dello stesso Licata, era assolutamente troppo complessa per gravare sulle spalle di una povera donna sola. No, non era solo per averla salvata dal lastrico che Venusia ammirava Don Renato. Era anche perché, col tempo, aveva imparato a conoscerlo, ad apprezzarne il buon cuore e l’onesta moralità. Inoltre, Papà René era forse l’unico possidente di Litaia ancora in grado di misurarsi, a suon di metrature di superficie e cubature di stallaggi e granai, all’ormai quasi monopolista fondiario Barone Licata. Ciò le dava, in qualche modo, un senso quasi di rivalsa, di lotta non ancora perduta. Ogni sera, finite le faccende e ritiratasi nella sua stanza, Venusia accendeva il cero che teneva sotto il dagherrotipo sottovetro del defunto marito, recitando un’Ave Maria per la sua anima, un Padre Nostro per se stessa, e un De Profundis all’indirizzo del Barone.
“Il signorino non è rientrato, stanotte, Eccellenza.” Venusia, con una scopetta di saggina, finì di ripulire il piano della candida tovaglia di lino dalle briciole. La voce era calda e profonda, era la voce di una brava donna che, un tempo, era stata allegra, spensierata, felice.
“Ah.” Espresso il proprio disappunto con tale monosillabo, Papà René, terminata la pulizia dei baffi, ripiegò il tovagliolo, bianco e di lino anch’esso, e lo pose sul tavolo accanto alla argentea fruttiera colma di renette e abate appena raccolte nel frutteto del casolare. Don Renato restò con la mano a mezz’aria sopra il cestello, come se non riuscisse a decidersi fra mele e pere.
Venusia, con un lieve inchino del capo, si ritrasse in casa. Papà René rimase seduto a lungo, rigirandosi nelle mani, sopra pensiero, una delle mele che aveva infine agguantato, ma che, alla fine, neanche addentò.
Erano tre giorni che non vedeva il figlio. E sì che di cose ne aveva, da dirgli. A cominciare dalla questione del podere di ‘Pratolungo’. Certo, era solo un piccolo pascolo scosceso, niente di che. I pastori della zona, dietro pagamento di un canone d’affitto poco più che simbolico, vi mandavano capre e pecore, e le bestie potevano tranquillamente abbeverarsi alla sorgente montana da cui si dipanava, per tutta la pendenza del terreno, un rivolo d’acqua fresca che, seppur non abbondante, aveva una portata costante tutto l’anno. Papà René l’aveva ricevuto dall’oleificio del vicino comune di Cinafra in pagamento di cinque annualità di forniture di olive. E nessuno, neanche quello sciagurato del suo unico figlio, aveva il diritto di giocarsi a carte o a dadi o alla roulette o a qualsiasi altro trastullo d’azzardo che Belzebù si fosse preso la briga di inventare cinque anni di duro lavoro.
Bene, si risolse Papà René. Inutile procrastinare o seguitare ad aspettare. Gian Valerio non tornava a casa? Allora sarebbe stato d’uopo andare a cercarlo.
Si alzò quindi, infine, dal tavolo, Don Renato. Si diede una tirata alla giacca, per sistemarsela in ordine addosso, quindi si diresse, a lunghi passi, alla rimessa. Di lì a poco, seduto sul barroccio, col fedele mulo al traino, Papà René si mise al passo verso la città.
Il centro abitato di Litaia, che dava il nome a tutto il comune, era una cittadella a forma grosso modo di bistecca, con i resti della cinta muraria di origine medievale ancora visibili per tutto il perimetro esterno. Tale cintura formava una linea concava da nord a est, come a costituire, della bistecca, l’osso ricurvo, seguendo il simile corso del torrente Sosbo che dagli altopiani a settentrione del comune fluiva tra rapide e pianure fino al mare orientale. Da est a sud la linea diventava angolata, formando una specie di zoccolo e facendo ivi confinare il territorio cittadino con le paludi del podere dei Tre Pioppi che Papà René era stato praticamente costretto a cedere, senza colpo ferire, a Licata. Il perimetro comunale proseguiva quindi in modo dolce, fino all’estremità occidentale della città, con un leggero movimento convesso verso nord, lungo il ben più portante fiume Rubona, il quale si snodava tra dolci declivi e vaste pianure fin dai contrafforti alpini del comune di Cinafra per poi gettarsi, anch’esso, con un ampio delta, nel mare levantino. Dalla punta a ponente della città un possente muraglione, anch’esso convesso rispetto all’abitato, chiudeva finalmente il contorno cittadino sull’osso della bistecca, a strapiombo sul Sosbo.
La città utilizzava ancora, quali vie di ingresso, le antiche porte dei secoli bui. Il feudo del Barone Licata si spingeva, da nord, fino all’entrata cittadina settentrionale, Porta Lombarda. A ovest, Porta Trabaria celebrava nel nome le fitte foreste occidentali da cui si ricavavano enormi quantità di travi che venivano lavorate nelle segherie urbane per poi essere esportate verso la costa pronte per la manifattura navale. A sud infine, Porta Vittoria esaltava, nel toponimo, il positivo esito dell’ultimo conflitto bellico il quale, in forza del cumulo di oltre tre milioni di soldati mai più tornati a casa, era considerato da tutto l’arco politico e costituzionale della nazione il punto più elevato della recente Storia patria.
Don Renato entrò in città proprio da quest’ultimo accesso, che limitava con i suoi possedimenti.
Non fu troppo difficile, per Papà René, rintracciare il figlio. Escludendo a priori le diciotto chiese di Litaia, tra cui spiccavano il bianco Duomo romanico e le quattro ricche cappelle rococò annesse ai rispettivi monasteri, due dei quali di clausura, e il teatro cittadino, luoghi per i quali Gian Valerio provava scarsissimo trasporto, restavano, da controllare, solo le tre case da giuoco e le due di tolleranza. E fu proprio in una di queste, non in quella comunale di seconda classe, bensì in quella di lusso gestita dalla moglie di Don Ciccio Talleri, che Papà René ritrovò Gian Valerio, sprofondato in un divanetto di velluto vermiglio con una coppa di brandy in mano e un mezzo puro habano in bocca. Gian Valerio era quanto di più diverso, nel fisico oltre che nel carattere, vi potesse essere rispetto a suo padre. Ove Papà René era alto e asciutto, Gian Valerio era paffuto e tracagnotto. Capelli neri il primo, glabro il capo rotondo del secondo. Sguardo intenso l’uno, espressione blanda ed ebete l’altro. Vedendoli, nessuno li avrebbe mai presi neanche per lontani parenti, figurarsi per padre e figlio. Papà René si era chiesto più volte se la sua amata Genoveffa fosse davvero stata sempre onesta…
Don Renato si fermò sulla soglia, tenendo aperta la solida porta di rovere bugnato.
“Buongiorno. Presumo tu abbia già effettuato la consumazione. Esci. Ti offro un caffè.”
Il tono non ammetteva obiezioni. Gian Valerio si sollevò, lentamente e stancamente, dalla seduta, e seguì il padre verso il vicino Caffè del Commercio. I due si accomodarono in un angolo appartato opposto all’entrata, a un tavolo semplice, ma ben pulito e lucidato, con il ripiano ligneo e le gambe in ferro battuto, su due comode sedie dello stesso tenore.
Papà René restò in silenzio fino all’arrivo dei due caffè, dei quali uno, quello di Gian Valerio, corretto con sambuca. Poi prese la tazza, la sollevò alle labbra con un lieve movimento rotatorio della mano in modo da mescere la crema in superficie, quindi sorseggiò un goccio del denso e amaro liquido. Ripose la tazza sul piattino. Si stirò sulla sedia drizzando la schiena. Tirò un lungo sospiro per poi espirarlo lentamente, nel mentre che Gian Valerio, con tre zollette di zucchero ben disciolte nella tazza, si apprestava alla degustazione.
Era tempo di cantargliela.
Come è nata l’idea di questo libro?
Quanto è stato difficile portarlo a termine?
Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Dove vivi e dove hai vissuto in passato?
Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Come è nata l’idea di questo libro?
Una bozza di incipit era stata composta già diversi anni fa, poi era rimasta nella soffitta digitale dei progetti accantonati. Ho ripreso la storia in occasione del concorso letterario IoScrittore 2020. L’idea originale era incentrata sulle due figure di un padre onesto ma ingenuo, e di un figlio ribelle e dalle mani bucate. Poi la storia si è sviluppata come una specie di allegoria di un certo provincialismo tutto italiano, inserendo alcune tematiche ricorrenti, di mala politica e di sopraffazione, e nel contempo ripercorrendo alcuni eventi bui della Storia Patria.
Quanto è stato difficile portarlo a termine?
Non è stato particolarmente difficile portarlo a termine. La storia è ambientata in un tempo e in uno spazio non espliciti, anche se grosso modo si può pensare alla fine dell’ottocento, inizi novecento italiano, però con riferimenti a fatti ed eventi della nostra Storia recente.
Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Gli autori e le opere di riferimento per questo romanzo sono sicuramente Balzac e il suo Papà Goriot, poi La mossa del cavallo di Camilleri. In generale i miei autori di riferimento sono Frank Herbert, Paul Auster, i classici Shakespeare e Cervantes, Miguel de Unamuno, Ray Bradbury e tanti tanti altri…
Dove vivi e dove hai vissuto in passato?
Vivo in provincia di Rimini, ma sono di origine marchigiano, della provincia di Pesaro. Ho vissuto anche in Lombardia e, all’estero, in Finlandia.
Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Per il futuro spero di continuare ad avere la vena narrativa per proseguire nella creazione di storie, poi magari di essere notato dal grande pubblico o da qualche casa editrice seria.