Transfert. Sette lezioni sulla teoria freudiana del trattamento psicanalitico Edito da Mimesis nel 2023 • Pagine: 222 •
L’autore ricolloca il trattamento psicanalitico entro il suo orizzonte originario, da tempo obliterato, che è etico e non sanitario. Di conseguenza riattiva la modalità freudiana di intendere e gestire il fenomeno che ne è il cuore, ossia il transfert, mostrandone la superiorità teorico-clinica sulle varie riformulazioni postfreudiane, il che realizza mediante l’esame critico di una significativa serie di esempi clinici tratti da opere di noti psicanalisti. Su questa base giunge anche a proporre interpretazioni del tutto nuove di alcuni classici della cultura occidentale quali la favola apuleiana di Cupido e Psiche, il Simposio platonico e l’opera poetica di Guglielmo IX d’Aquitania, padre della poesia trobadorica.
Personalmente ritengo che questa scelta sia stata suicida per la semplice ragione che tutto l’edificio teorico della psicanalisi è stato costruito da Freud nelle modalità di una scienza naturale, il che è reso evidente dalla costante preoccupazione di oggettività che traspare – innanzitutto dalla concezione della metapsicologia nei termini di una fisica della mente, – poi dalle regole tecniche dell’interpretazione tese a escludere ogni possibile contaminazione dell’oggetto da parte dell’osservatore, – infine dal metodo di controllo empirico delle ipotesi teoriche capace di discriminare gli eventuali effetti suggestivi.
Struttura teorica incompatibile con il relativismo vigente nelle scienze umane, che dunque ha dovuto necessariamente venirne esclusa per esservi sostituita da una torma di congetture tra loro contraddittorie le quali, non possedendo un criterio di oggettività che le selezioni, convivono logorandosi a vicenda in un’eterna competizione senza sbocco. Ragion per cui trovo inevitabile constatare che la psicanalisi oggi non esiste più perché ha ormai lasciato il posto a “le” psicanalisi, accozzate insieme dalla pratica di un trattamento del quale non condividono realmente che la vuota definizione nominale. Con ciò risulta rovesciato il rapporto tra teoria e pratica vigente in ogni disciplina: nelle psicanalisi non è più la teoria a identificare la pratica bensì la seconda a identificare la prima, sicché ormai psicanalisi – di qualunque cosa si tratti – è quel che si fa tra una poltrona e un divano, entrambi variamente concepiti. È proprio questo a porre in una condizione di equivalenza le elucubrazioni – ormai mille e tre – con le quali la si correda per cui, come ho detto, esse non possono che venir prese nel loro insieme, il che ne fa un coacervo inconsistente perché autocontraddittorio, come tale scientificamente irrilevante nonché giuridicamente ininfluente. Cosa che consente ormai di dirsi psicanalisti anche a professionisti dalle formazioni più disparate: adleriana, junghiana, binswangeriana, vattelapeschiana e chi più ne ha più ne metta.
In questo modo la psicanalisi si riduce a una semplice pratica – comunque sia realizzata – in cerca di statuto ed è ciò a consentire – e in Italia ha consentito – che quest’ultimo finisca per venirle assegnato dalla medicina, nonostante la decisa e argomentata opposizione del fondatore della disciplina. Già, ma la disciplina non c’è più, nevvero? È svanita con le neiges d’antan. E poi, in definitiva, col trattamento psicanalitico – sempre di qualunque cosa si tratti – non si fa forse del bene al prossimo?
Il benessere: ecco il gonfalone inalberato dai partigiani della riduzione sanitaria della psicanalisi. Sì, proprio quel nebbioso refugium peccatorum che nemmeno l’Organizzazione Mondiale della Sanità sa definire se non in modo tautologico. Non si rendono conto, costoro, che con ciò vanno purtroppo a sbattere contro un ostacolo insormontabile, a dire: l’effetto placebo, asettico termine medico che ha rimpiazzato quello, concettualmente ben più pregnante, di suggestione. Infatti non hanno modo di realizzare veri trial extraclinici come in medicina, e dunque la sola via che resta loro è dirimere la questione intraclinicamente il che, se si punta al benessere, è però – come ho dimostrato – impossibile. Quanto daffare per essere sostanzialmente equiparabili a ciarlatani, se non per qualche orpello istituzionale! Ed è inutile tirarli per la giacchetta ricordando loro che proprio per questa ragione, in Freud, quel che chiamava “terapia analitica” perde progressivamente i caratteri, sanitari, di un wellness oriented treatment per assumere, anno dopo anno e scritto dopo scritto, quelli di un knowledge oriented treatment, cosa radicalmente diversa: da quell’orecchio proprio non ci sentono.
E così, abbandonate le scienze naturali per il relativismo tipico delle sedicenti scienze umane – il quale, a ben vedere, non è che anarchismo metodologico temperato da buone maniere – nel bel mezzo dell’happening e dopo tanto sforzo si sono visti evaporare tra le dita, per quanto umana fosse, la scienza stessa. Quindi, aggrappati al rottame di una pratica ormai apolide, hanno invocato il salvataggio da parte della solita nave ospedale in cui, oggi come oggi, c’è posto per tutti, ciarlatani compresi. Questo ritorno controvoglia nell’alveo delle scienze naturali configura una sconfitta colossale, con la psicanalisi ridotta alla stregua del vagabondo senza fissa dimora che pietisce un pasto caldo e un letto dall’istituto di carità.
Cosa che per la disciplina implica, in modo sempre più evidente ogni giorno che passa, un graduale scivolamento nell’irrilevanza culturale, un lento dissolversi nell’universale chiacchiericcio fino a ridursi a mero rumore di fondo.
A separarli da questo poco invidiabile destino rimane tuttavia paradossalmente – scoglio nella tempesta – proprio l’opera freudiana, da loro così maltrattata e negletta. Infatti cosa, se non il perdurante prestigio intellettuale del fondatore della disciplina, evita agli psicanalisti d’esser letteralmente travolti dal dileggio? Di cui abbiamo già uno specimen eloquente nella nota caricatura televisiva che farfuglia stupidaggini professandosi grande esperta di psicobanalisi, eppure in qualche modo ancor più dignitosa dell’originale.
Freud – quel Freud da cui ciascuno ha preso le distanze in ogni modo possibile, chi negandone le capacità epistemiche, chi quelle cliniche, chi quelle etiche, ma che tuttavia non fa a meno di indossare quale foglia di fico ogni volta si senta un po’ troppo scoperto, quel Freud al quale proprio i suoi epigoni hanno conferito i caratteri derisori del genio stupido – ebbene, quel Freud resta colui dal quale occorre ripartire, se si vuole evitare di scomparire tra le pernacchie.
Però quel Freud, da cui il mondo psicanalitico riceve l’unica tutela di cui ancora dispone, ne è vistosamente, fragorosamente, scandalosamente ignorato. Non si ha davvero idea di quanto poco gli psicanalisti, e in particolare quelli che si dicono freudiani, e ancor più in particolare quelli che se ne professano specialisti, ne conoscano l’opera. Ed è sconfortante che si tratti proprio di coloro che – tra media e accademie – fanno testo, trinciando giudizi sull’attualità o meno di Freud, sullo statuto epistemico e sulla correttezza o meno del suo lavoro teorico, sulle sue capacità cliniche e persino sulla sua morale personale. Su tutti svetta, ovviamente, l’ideologia freudo-lacaniana – fraudo-lacaniana – ossia, come è assai facile dimostrare, il più grande travisamento dell’opera di Freud mai concepito finora.