Zero nirvana: presentazione e intervista a Carla Burlo Hasegawa

Anteprima dal libro "Zero nirvana" e cinque domande all'autrice

Zero nirvana: presentazione e intervista a Carla Burlo HasegawaZero nirvana
Edito da Carla Burlo Hasegawa nel 2020 • Pagine: 166 • Compra su Amazon

Dall’incanto delle Alpi piemontesi alla caotica Bangkok di fine anni ‘70. Una giovane provinciale s’improvvisa trafficante: rischioso fai da te dai risvolti stupefacenti. E quando le cose vanno storte, tanto vale andare a ramengo con filosofia. Humor, delitto, gente balzana. Vicende sospinte da un ritmo impetuoso verso un esito sorprendente.

Un estratto dal libro scelto dall autore

                                                                   I

Guarda che con il delirio del matrimonio in Messico io non c’entro.

Sì, c’ero. E chi rifiuta l’invito in una fazenda da sogno, volo spesato e tutto?!

Infatti c’erano cani e porci.

Quando sono arrivati gli sposi avevo davanti quei due fetentoni di soci d’Alfredo:

– Che donnone ’sta sposa!

– La credevo più bella.

– Meno chiatta.

– Più giovane.

– Meno bionda.

– Ma con più capelli.

– Vedi un po’, vedi un po’… ma è un ricchione!

– Statti zitto, scimunito. E’ un trans.

In effetti Sandrone, con quell’abito a meringa color panna, faceva cagare.

Mi sono avvicinata e gli ho dato una pacca sulla schienaccia nuda.

– Oh, Rita!

– Ti trovo in gran forma per essere morto da due anni.

– Bisogna pur morire per poter rinascere!

– E questa pagliacciata del matrimonio?

– Non è una pagliacciata. Nozze a Las Vegas come simbolo di un nuovo inizio, lontani dal gelo delle Alpi, lontani da quel buco di culo che è Querceto al Monte!

Alfredo ed io: dos corazones y una fazenda!–

Balle.

Ho reso onore al banchetto stordita dai mariachi, poi sono andata a cercare Eva e Giusy.

Si stavano strafogando di gelato.

Ci tengo a quelle ragazzotte, siamo unite e solidali, tutte nate negli anni del whiskey facile. Giusy ha già visto il peggio del peggio… eppure non ne è stata corrotta, anzi! Sembra che le difficoltà l’abbiano temprata, inasprita sicuramente, ma anche affinato in lei un indomabile senso di giustizia.

– Rita, assaggia che sballo ‘sto gelato col sugo: sciroppo ai frutti di bosco, cacao e chili piccante piccantissimo! Poco poco e sputo vampazze comu nu dragu!

– Dopo, ora voglio trovare Alfredo.

– Allora spicciati che tra un po’ fanno i fuochi artificiali.

Cerca di qua, cerca di là, i fuochi cominciano e lo scovo nell’antica cucina, ormai deserta.

Sta a mettendo a bollire acqua e salvia perché gli è rimasta la torta nuziale sullo stomaco.

Parliamo tranquilli, lui sorvegliando il pentolino, io rimestando lo squisito sciroppo del gelato rimasto in una boule.

– Volevo ringraziarti.

Grazie per avermi invitata con le ragazze a questa magnifica festa. Ma, soprattutto, ti sono immensamente grata per il gravoso lavoro che hai portato a termine.

– Un modesto pensiero per una splendida donna.

– La tua generosità è preziosa, Alfredo. Non so come potrò mai sdebitarmi…

– Lo so io – sorride sotto i baffetti da sparviero – Tu e le tue amichette tornerete farcite come tre anatre grasse.

– Ma cosa dici?

– Io non faccio niente per niente.

Tornate a casina con tutta la coca che riusciremo ad infilarvi negli appositi pertugi. –

Oh, merda!

Afferro la boule e gliela giro in testa. Proprio il minimo. Si mette ad urlare come un ossesso per il chili negli occhi; con quel miscuglio di lamponi e cacao che sembra una maschera di sangue, è conciato da far pietà.

Per un attimo resto impressionata anch’io!

E poi entra Sandrone:

– Amore, non vieni a vedere… Oh, Cristo! Ma cosa gli hai fatto? Assassina!!!

Ghermisce la prima cosa a tiro, un lungo forchettone acuminato, e mi si scaraventa contro.

Faccio un passo di lato ed il forchettone affonda preciso preciso nel petto di Alfredo.

La sposa balza indietro con orrore.

Il lungo velo sfiora il fornello, incendiandosi in un lampo.

L’abito è in fiamme. Alte lingue appiccano i fasci d’ erbe appesi ad essiccare.

Sandrone è una torcia umana. Il fuoco divampa ovunque.

Esco all’aperto, richiudendo il pesante portone.

Nessuno si è ancora accorto dell’incendio.

Distanti, danno le spalle alla fazenda, tutti presi dallo spettacolo pirotecnico.

Sul banco dei regali mi riprendo Tattoo you, l’ultimo LP dei Rolling Stones.

II

Qualche anno prima, fresca di diploma, al primo impiego da grafica avevo preso in affitto una mansarda: affacciata sulla distesa di tetti antichi, spaziosa e piena di luce, perfetta per dipingere i miei quadri ad olio.

Me l’ero studiata al centimetro, scegliendo tinte ed arredi per un risultato spettacolare.

Il tutto mi era costato un patrimonio, ma avevo fatto centro e quella casa era il mio orgoglio.

Una sera d’agosto stavo ritagliando con cura un bel paio d’orecchie d’asino da applicare su una foto, in testa al mio ex.

– My favourite things – suonava in sottofondo. Coltrane al sax, Elvin Jones batteria, McCoy Tyner al piano: semplicemente divina.

Intanto mi strozzavo dai singhiozzi.

L’amore ricambiato è un toccasana, in caso contrario può mutare in malattia, anche grave, talvolta incurabile, per alcuni mortale.

Al mio stadio ero già discretamente a pezzi, visto che frignavo tutto il giorno da un mese. E in più pareva che la ditta volesse spostare la baracca in Romania.

Poi suonarono e alla porta si presentò un tipo strano.

Sulla trentina, l’aria da modello, ma emaciato e macilento, un manichino trasparente sotto gli abiti costosi.

– Ciao! Sono amico di Mara, posso disturbarti un momento?

– Veramente sarei un po’ presa, comunque accomodati.

– Grazie. Tomaso Ferraris, molto lieto.

Ehi, che mansarda strepitosa! Assolutamente originale, sia per i mobili che nell’uso del colore, un insieme estremamente armonico.

– Molto gentile. M’intendo d’arredo e di pittura.

– Brava! Sono proprio alla ricerca di una ragazza in gamba come te.

Carina e sveglia, per un lavoro facile facile, ma assai redditizio.

– Guarda che se si tratta di roba da puttane puoi alzare i tacchi e levarti dai coglioni.

– Acqua, acqua! Scusami, non riusciresti ad esprimerti con un linguaggio meno scurrile? Potrebbe essere un problema.

– Se non parli così non ti caga nessuno.

– Già il dover “essere cagato” da qualcuno dà la misura della stima che si nutre per se stessi.

– Dacci un taglio. Cosa vuoi?

– Proporti un magnifico viaggio: destinazione Bangkok.

Tutto spesato, hotel 5 stelle per una settimana intera.

– A far cosa?

– A prendere la white!

– La che?

– White. Eroina purissima. Un chilo.

– Cristo! Quanta?

– Un chilo, un chilo.

– E dove dovrei nasconderlo ‘sto chilo?

– Mah, visto che te la consegnano pressata potresti metterla lì.

– E che è, la stiva del Titanic?!

– Un po’ lì e un po’ dietro.

– Ma che schifo!

– Occhio, sofistica, che di sbarbine come te ne trovo a frotte!

Ti sto offrendo la grande opportunità di goderti sette giorni di lusso in un albergo fantastico.

Piscina, night, un sacco di soldi a disposizione da scialacquare sul posto.

Tu sei una fighetta in vacanza, capito? Sei la figlia di papà piena di lira che va a farsi un viaggetto in Thailandia, ok?

– Ma…io non mi buco!

– E ci mancherebbe che te la bucassi tu! Mica devi farlo per l’ero, devi farlo per i soldi.

– Quanti soldi?

– Ven.ti.mi.lio.ni.

– Wow!

– Affare fatto?

– Calma – e mi accendo una sigaretta.

– Fumare fa malissimo – me la sfila delicatamente dalle labbra.

– Scusa.

– Dunque?

– Non ho alcuna intenzione di scarrozzare del veleno che verrà venduto a bambini innocenti!

Tomaso scoppia in una sonora risata.

– Ma queste son leggende metropolitane! Non è necessario far proseliti, la roba te la vengono ad implorare i tossici in ginocchio. E, comunque, il tuo compito sarà quello di portarla a me: 20 milioni alla consegna e si tronca ogni rapporto fra noi.

– Mmm… non credo lo farò.

***

Una settimana dopo eravamo nel cortile di Sandrone a preparare il business.

Stava in una cascinotta fuori mano, con qualche gatto e un po’ di galline. Era piacevole riunirsi attorno al tavolo sotto l’enorme quercia, attrezzati di toma d’alpeggio e bottiglione.

Belloccio, il Sandrone. Viso angelico e occhioni blu, ma anche una trippa…

Tarchiato, per giunta, e con quattro peli biondicci in testa che gli davano proprio un’aria da sfigato.

Ascoltava Tommy tutto compunto.

– Dunque: tu partirai tre giorni prima di Rita.

Ti sistemerai a Bangkok in un buon albergo, ma non troppo chic. Del tipo per uomini soli.

– Per segaioli.

– Diciamo che il tuo ruolo è quello del classico scapolone in cerca di sex adventures. Sei il tipo giusto nel posto giusto.

Il secondo giorno verrà a cercarti il mio amico Cip.

– Ciip?? – sghignazziamo.

– Silenzio! Ti mostrerà mezzo dollaro, tu gli darai questo da far combaciare, come segno di riconoscimento – e ci fa vedere l’altra metà – Consegnerai a lui tutti i soldi, poi vi accorderete su come e quando ti darà la white.

Sandrone annuisce, spingendo con un braccio la gallina rossa giù dal tavolo.

– Io non ho mai volato – rammento – E nemmeno bucato.

– Ancora? Non te la devi bucare!

Tu partirai con i turisti di un viaggio organizzato. Te lo godrai alla grande, ma il giorno precedente alla partenza andrai alle Poste Centrali.

Alle quattro del pomeriggio, nella prima cabina sulla destra, vedrai Sandrone simulare una telefonata. Entrerai dopo di lui a fare altrettanto, in realtà starai recuperando il malloppo che ti ha lasciato nella cabina.

Semplice, no? Come nei film.

– Okay: prendo la roba, la tengo una notte in hotel ed il giorno dopo me la porto da Bangkok in Italia. Ma se vengo fermata? E se mi perquisisce la Femminile?

– No problem! No, no, no!

Fai conto di atterrare di sera insieme ad un centinaio di passeggeri.

Alla dogana ci sarà un casino e i doganieri, dopo un po’, ne avranno le palle piene. Se ti infili a metà della fila, tanti ne han già controllati, altrettanti gliene restano e faranno veloci.

Tu sorridi, sorridi sempre… Fresca, gioiosa, appena tornata dalle vacanze. Abbronzati più che puoi, e truccati poco, solo un velo di lucidalabbra. Vestiti semplici, ma griffati e un poco trasparenti, da lasciar intuire che non hai nascosto nulla sotto.

Poi, ecco: ti regalo un portafortuna! – e mi mette in mano un brutto ciondolo con yin e yang.

Intanto rivoli di sudore gli colano negli occhi, quindi ci saluta e sgomma altrove.

Sandrone era titubante.

– Hai visto come schizza via quand’è in carenza? Con la Maserati sotto il culo…

Per essere sincero non mi fido poi tanto che vada tutto liscio. Quello fa tutto semplice, e ci credo!

Lui starà a casa a grattarsi la panza, mentre a rischiare saremo noi.

Fra l’altro, i soldi che mette non ha idea di quanto si sudi per guadagnarli: non ha mai fatto un cazzo in vita sua!

Dovesse andar male, con tutte le conoscenze che si ritrova, risulterà estraneo alla faccenda, mentre noi ce la prenderemo nel didietro per quel che ci resta da vivere!

– Però sembra aver le idee chiare sull’organizzazione.

– Certamente. E i soldi fan gola anche a me.

Finalmente realizzerei il mio sogno: costruire una gran baita tirolese per riunirci la meravigliosa comunità.

– Di tossici?

– Ma no! Di pipini!

Collezionava quei fantocci da mettere sul vano posteriore dell’auto, quelli che dondolano la testa dietro al lunotto.

Ne aveva un centinaio, uno più brutto dell’altro, allineati in file ordinate in uno stanzone. Un ventilatore a palla sparava aria per fargli oscillare il capo, spettacolo di un kitch raccapricciante.

Li chiamava “i miei pipini”, li accudiva, li vezzeggiava.

– Fa una carezzina a Birba, Rita.

Senti com’è morbido? E’ di “vero peluches”.

– Sei proprio fuori.

– Non è vero!

– Troppo nebbiolo.

– No, è lo smog! E’ che la vita da vigile urbano mi stressa.

– Eppure non siamo in una grande città.

– Prova a pipparti il gas di scarico di una trentina di bus per gli studenti! Vieni all’una davanti ai licei, poi mi dici.

– E non sei un cane…

– Certo che non sono un cane.

– Nel senso che i cani camminano all’altezza dei tubi di scappamento, quindi le loro passeggiate non sono proprio salutari.

– Anche i bambini nel passeggino, se è per questo, li gasano da piccoli.

– E’ pur vero che siamo troppi…

– Comunque, tornando a noi, se ci andrà bene sarà per pura fortuna, mica per quel deficiente lì.

In effetti Tommy era sempre più fatto. Un giorno mi dice – monta su – e si sfreccia attraverso la campagna rigogliosa. Io canto lieta, inebriandomi d’ aromi estivi.

A Castel Gervasco infila il parco secolare e inchioda sotto un olmo.

– Cretinaaa! – grida.

Un’esile vecchina ci corricchia incontro festosa.

– Rita, questa è mia nonna.

Lei mi sorride e, sfilandosi i guanti da giardiniere, ci precede nel salone.

Spettacolo! Uno spazio fantastico, dominato dal camino monumentale sulle cui mensole stanno in bella mostra una sfilza di statuette dozzinali.

– Cos’è quest’orrore?! Hai di nuovo comprato dai marocchini!

– Mi fanno tanta compassione…

– E tuo nipote, non ti muove compassione tuo nipote? Sempre a buttar via i soldi.

– Ma son soldi miei.

– Sono io quello che ha veramente bisogno – sospira patetico con una mano sul cuore – Non bastava l’infanzia orfano di padre, anche mamma mi ha voluto abbandonare…

– Ma hai trentasei anni! E gliene hai fatte di tutti i colori!

Meritava pur di rifarsi una vita, povera donna.

– Tua nuora ha straziato la mia sensibilità, ferito nel profondo il mio animo delicato, già così fragile…

– La sua unica colpa è stata di non aver trovato il coraggio di educarti.

– Taci, cretina!

Furioso, scaraventa i ninnoli giù dalle mensole e mi trascina in camera sua.

Nella grande stanza ci cammino come sulle uova, poiché il pavimento è occultato da: carte geografiche spiegazzate, libri, cucchiaini, pacchetti di biscotti sia pieni che vuoti, siringhe usate, banconote d’ogni paese, tazzine sporche, profumi, camicie di seta, monete.

– Qui alla vecchia non ci lascio metter piede.

– Non avevo dubbi.

Si siede al bordo del letto sfatto, con le lenzuola puntinate di sangue e prende una sprizza dal pacco da 100 sul comodino. Poi si prepara un buco, io non lo guardo perché mi fa senso.

Dopo un po’ piglia il telefono e, con la schiena appoggiata alla testata, biascica:

– Salve, mater amorosa. Ho bisogno di garze sulla piaga.

– …

– Cento milioni.

– …

– Cento! O vengo ad allietare il tuo nuovo focolare.

 

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

Ero sedotta da una storia, un’avventura troppo bislacca per restare nascosta.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Mah, la stesura sarebbe fluita piacevolmente, se non fosse stato per la stufa a legna. L’ho scritto in inverno. Tutta presa dalla storia, la lasciavo ridursi da stufa crepitante a blocco gelido di ghisa. Un raffreddore dopo l’altro. Il prossimo lo scrivo in agosto.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Sono un’avida lettrice degli autori più vari, non ne ho scelto uno di riferimento in particolare.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Ho vissuto e vivo in Piemonte, con lo zaino sempre pronto ed un profondo legame con l’Oriente.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Zero nirvana 2. Forse.

Sogni: presentazione del libro e intervista a Marco Bonafede

Anteprima dal libro "Sogni" e cinque domande all'autore

Sogni: presentazione del libro e intervista a Marco BonafedeSogni
Edito da Marco Bonafede nel 2020 • Pagine: 259 • Compra su Amazon

Nel 2036 in una clinica svizzera, pazienti ricchissimi vengono curati con la psicochirurgia, una tecnica avveniristica che rimuove i disturbi mentali in maniera rapida ed efficace.
Non sono più necessarie lunghe psicoterapie o trattamenti farmacologici, gli psicochirurghi possono entrare nei sogni dei pazienti ed eliminare i loro fantasmi inconsci.
Le opere di grandi pittori come Bruegel, Bosh, Paolo Uccello, Magritte, Klimt, Mirò, Dalì, sono alla base degli scenari onirici.
I simulacri di Sigmund Freud e di Carl Gustav Jung supervisionano le terapie.
La condivisione dei sogni è la tecnologia del futuro, un futuro che può arrivare prima del previsto.
“Noi non interpretiamo i sogni, noi li cambiamo.“

Un estratto dal libro scelto dall autore

Sonia è nuda, tranne che per un pantaloncino rosso; è sul punto più alto del trampolino di una piscina olimpionica, a dieci metri. Sa che deve tuffarsi ma esita e sente un formicolio alle scapole. Qualcosa le tocca la schiena, gira la testa per guardare, si accorge di avere due grandi ali bianche.
Le ali si dispiegano, lei prova a sbatterle, sente la consistenza dell’aria.
A mezz’aria, a pochi metri da lei c’è Ammar Moussa. Ha anche lui le ali ma sono di pipistrello, gigantesche; indossa dei pantaloncini da ciclista ed ha gli occhi rossi e lo sguardo cattivo.
– Tuffati, che aspetti? – le dice.
Sonia esita, lui la provoca:
– Vediamo chi arriva più vicino all’acqua senza bagnarsi. Cosa aspetti? Hai paura dell’acqua?
Sonia spicca un salto e contrae le spalle per sbattere le ali. Le mani di Moussa si protendono verso di lei, si allungano, le sue unghie sono diventate artigli che la sfiorano.
Sonia spinge con le sue ali verso l’alto, sfugge all’assalto di Moussa e va verso il sole. La paura si tramuta in rabbia e i suoi piedi perdono la forma umana e diventano le zampe di un’aquila.
Non è più sopra una piscina, sotto di lei c’è la distesa infinta del mare.
Moussa tenta di avvicinarsi, Sonia si avventa verso di lui, le sue zampe d’aquila afferrano i suoi artigli, cominciano a precipitare girando in tondo. Sonia ricorda di avere visto in un documentario due aquile che si sfidavano in questa prova di coraggio, avvinghiandosi sino a sfiorare la superficie dell’acqua.
Precipitano e ambedue sono decisi a non cedere. È Sonia la prima a mollare la presa e immediatamente dopo anche Ammar Moussa si stacca, ma le ali di lei sono più forti e riesce a darsi la spinta per risalire, mentre quelle di lui sono più adatte a planare che a battere, e precipita nel mare.
L’uomo pipistrello ha vinto la prova di coraggio, Sonia ha vinto la prova di sopravvivenza.
Lei cerca di soccorrerlo, si immerge ma lui è già affondato di parecchi metri e sprofonda sempre di più, avvolto nelle sue ali come in un sudario. Si sveglia di soprassalto, va in bagno con la vescica piena, la svuota, poi torna a letto stando attenta a non disturbare Edward che dorme ai suoi piedi.
Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

Lavoro in ospedale e durante le prime settimane dell’epidemia Covid19 sono andato a vivere per precauzione in una parte separata della casa, per non avere contatti coi miei familiari. Avevo un computer senza connessione internet, mancava la televisione ma c’erano parecchi libri, alcuni dei quali d’arte. Ho cominciato a scrivere e mi sono reso subito conto che nel romanzo si inserivano parecchie mie esperienze collegate al lavoro di psichiatra e alla passione per i fumetti e i videogiochi.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Molto perché non scrivevo da anni. Ho sempre cambiato modo di scrivere e sperimentato stili diversi, quindi non mi sono annoiato. Avevo da qualche tempo il desiderio di scrivere qualcosa di fantasy, e questo romanzo mi ha permesso di far coesistere di varie storie.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Neil Gaiman, Andrea Camilleri, Umberto Eco, Antonio Scurati, Alessandro Barbero, Ken Follett.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Cefalù, Sicilia.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Nell’immediato non scrivere ma leggere. Però ho lasciato un paio di porticine aperte per un seguito di Sogni. Mi riprometto da anni di scrivere un romanzo storico ambientato in Sicilia.

Il mio tutto: presentazione e intervista a Chiara Zaccardi

Anteprima dal libro "Il mio tutto" e cinque domande all'autrice

Il mio tutto: presentazione e intervista a Chiara ZaccardiIl mio tutto
Edito da Bibliotheka Edizioni nel 2020 • Pagine: 530 • Compra su Amazon

“Come si fa quando non riesci a stare insieme a una persona ma non riesci nemmeno a stare senza?”. Davide se lo chiede dal momento in cui ha conosciuto Cristian. A sedici anni arriva in una nuova scuola, a Parma, e si fa subito notare: ama disegnare e non nasconde di essere gay. Per questo viene preso di mira da alcuni compagni. Emarginato dai coetanei, si sfoga procurandosi ferite sul corpo e dipingendo quadri che nasconde nell’armadio.

Il leader dei bulli è il campione di nuoto della scuola: fisico atletico, occhi azzurri magnetici e un sorriso spietato. Il leader dei bulli è Cristian e sta con la ragazza più popolare dell’istituto. Cristian detesta Davide. Almeno finché non lo bacia.

Il loro è il primo grande amore, giovane, intenso, tanto inaspettato quanto assoluto. Cristian si scopre indifeso davanti a un desiderio inarrestabile, senza mezze misure, e non sa come affrontarlo. Abbandonarsi a un sentimento che lo rende diverso o respingerlo? Ammettere che le fragilità di Davide sono un po’ anche le sue o usarle per allontanarlo?

Una scelta indolore non sembra esistere, perché l’amore non ha sesso, né limiti, e sa essere implacabile. 

Un estratto dal libro scelto dall autore

Davide

La mia tempesta

 

A casa mi chiudo in camera, tiro fuori dall’armadio una piccola tela bianca e i colori a olio. Dipingo un corpo fluttuante in una galassia lattiginosa trapuntata di stelle nere, un corpo dalla carne in cancrena da cui filtrano centinaia di spiragli di luce accecante.

Alle dieci di sera mio padre rientra dalla fabbrica. Fa l’operaio in un’azienda che produce turbine elettriche e le sue mani sono più dure del titanio delle pale che costruisce. Lo sento chiedere alla mamma perché stamattina la scuola lo abbia chiamato. Ripete più volte che lui lavora sodo e che quando può dormire non vuole essere disturbato da damerini incravattati.

Non appena lei riferisce che hanno chiamato per me, papà marcia lungo il corridoio, prova ad aprire la mia porta e poi ci sbatte sopra i pugni urlandomi di aprire.

Giro la chiave. Lascio che vada come deve andare. Come va sempre. Il suo fisico massiccio occupa tutto lo spazio. Ha capelli e barba ormai brizzolati dall’età, soltanto gli occhi sono nerissimi. Li punta su di me e diventa subito rosso in faccia, le vene del collo si gonfiano. Mi sputa contro minuscoli schizzi di saliva mentre grida che sono un ritardato, che merito di stare in manicomio, che un figlio bastava e che io non sarei dovuto nascere, che se avesse previsto tutti i guai che provoco mi avrebbe ammazzato nella culla.

Potrebbe anche finire qua, in fondo non gli importa se mi taglio a pezzi un braccio, però poi il suo sguardo si concentra su qualcosa. Non vede il quadro su cui ho lavorato perché l’ho già riposto al sicuro, sotto il letto, ma ha imparato a riconoscere l’odore della pittura e nota le mie dita sporche, segno che gli ho disobbedito di nuovo.

«Devi smetterla di cazzeggiare! Credi di trovare un lavoro sprecando tempo con roba da donne? È questa tua mania che ti rende pazzo!» prorompe.

«Non è vero» dico. «Se mai è tutto il resto.»

Odia quando lo contraddico. Dovrei sempre tenere la bocca cucita, in sua presenza, solo che il mio scarso spirito di sopravvivenza me lo impedisce.

Mi molla due schiaffi. Al secondo barcollo all’indietro e mi aggrappo al bordo del tavolo per non cadere. Strepita qualche altro gentile appellativo, avverte che mi impedirà di uscire in caso mi trovi nuovi tagli addosso e finalmente se ne torna in cucina.

Chiudo gli occhi, tentando di riportare il battito cardiaco a un ritmo normale.

Ho le guance in fiamme.

Penso che domani, a scuola, dovrò affrontare altra gente che non mi sopporta. Dovrò di nuovo affrontare Cristian e i suoi amici. Il cuore rifiuta di calmarsi.

Vorrei che il nonno fosse qui.

Era l’unico dei miei parenti con cui avevo un buon rapporto. Lui mi incitava a disegnare, forse perché era un antiquario, o forse semplicemente perché mi voleva bene.

Cinque anni fa, poco prima dell’infarto che l’ha ucciso, ha deciso che c’era un posto che dovevo vedere. Mi ha portato a Madrid. Non ha chiesto ai miei genitori o a mio fratello di unirsi a noi, ha ignorato le proteste della mamma e ha portato me.

Visitare insieme il Palazzo Reale, il Prado e Plaza Mayor è stata un’esperienza unica. Mi parlava di storia, d’arte e di cultura non come si parla a un bambino, ma come si parla a una persona che ha davanti un futuro grandioso.

Siamo arrivati nel luogo che voleva mostrarmi, il Museo della Reina Sofia, dopo aver camminato tutto il giorno per la città.

«Nonno sono stanco» gli ho detto.

«Sai perché siamo venuti in questo posto?» mi ha chiesto.

Ho scosso la testa.

«Mi piace visitare i musei per trovare un’opera, una sola opera, che diventi mia.»

«Queste opere non le puoi comprare» ho ribattuto.

«È vero. Ma è un po’ come quando ascolti per caso le prime note di una canzone sconosciuta alla radio: non sai cosa sia, magari non riesci ancora a capirla bene, però la senti. Smetti di ascoltarla e la senti. La senti dentro di te, come se andasse a occupare un posto vuoto nel tuo animo che neanche sapevi di avere e a cui, ora che l’hai scoperto, non puoi più rinunciare. Nel tempo di un istante quella canzone diventa tua, anche se migliaia di persone la canteranno. Ecco quello che sto cercando.»

«Insomma vuoi innamorarti di un quadro a caso?»

Ha riso: «Innamorarsi è la più prorompente delle emozioni. Non succede mai per caso.»

«E credi che oggi la troverai, l’opera che diventerà tua anche se l’ha fatta qualcun altro?»

«Chi l’ha fatta sa che non sarà mai solo sua. L’arte è di tutti» mi ha posato una mano sulla spalla e ha indicato l’ingresso. «Avanti. Lasciati stupire.»

Le sale erano immense, mi parevano infinite e piene di rappresentazioni bizzarre. C’erano cose strane, lì dentro. Chi le aveva dipinte doveva essere a sua volta strano.

O forse, semplicemente, chiunque dipingesse doveva essere strano, perché quelle erano proiezioni del sé.

La maggior parte andavano al di là della mia comprensione, alcune non mi dicevano proprio niente.

Sono entrato nell’ennesima stanza, ho dato un’occhiata veloce a ciò che mi stava di fronte, poi mi sono girato verso destra per raggiungere il nonno, in un corridoio più avanti.

Speravo di riuscire a convincerlo a rientrare in albergo.

È stato allora che l’ho vista: una tela grande, da cui precipitava e poi esplodeva un ammasso di colore nei toni del nero, del grigio, del bianco.

“Rafael Canogar, Pintura n° 27”, recitava la targhetta alla sua destra.

Mi sono avvicinato per osservare i dettagli della pittura densa, spessa, pesante. Sono tornato indietro e mi ci sono seduto di fronte: non riuscivo a staccare gli occhi da ciò che

vedevo. Avrei voluto toccarla, avrei voluto premere la mia pelle lì sopra fino a farmi male, avrei voluto entrarci dentro.

Di colpo non mi interessava più guardare nient’altro.

Non so quanto ci sono restato davanti, a tracciare con gli occhi il movimento vivo, tormentato e cruento che avviluppava l’immagine. So solo che il nonno è stato costretto a tornare indietro dal suo giro per recuperarmi.

Mi si è seduto accanto: «L’hai trovata» ha detto. «Sembra una tempesta.»

Era quello e molto di più. Era oltre. Era uno squarcio, una caduta nel vuoto, un grido liberatorio, un tumulto in divenire.

«Sapresti esprimere perché ti piace? Di solito è difficile.»

No, era facile.

«Perché è come me.»

Ricordo di aver pensato: “Questo sono io come non mi ero mai visto”.

Non avevo idea di chi fosse Canogar, però avevo capito cosa intendeva il nonno. E avevo capito che poteva esserci uno scopo, nei miei disegni.

Avrei voluto restare. Avrei voluto poter vedere quella cosa ogni giorno. Avrei voluto riprodurre la stessa connessione.

E guardandola mi sarei placato. Avrei pensato: “Se lei è ancora qui posso esserci anch’io”.

Il nonno mi ha proposto di fare una foto per ricordarla, ma non era necessario.

Una foto non era niente. Non era lei.

Avevo trovato la mia tempesta.

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

Ho visto in televisione un’intervista all’attore Rupert Everett, che è stato uno tra i primi a Hollywood a dichiarare la propria omosessualità. Il motivo per cui l’ha rivelato è che non voleva essere costretto a mentire, perché quando menti sei in una posizione fragile, che ti rende vulnerabile. Subito l’onestà gli è costata cara: era al top della notorietà e dopo il coming out è stato messo al bando dall’industria del cinema. Anche se questa non è stata la fine della sua carriera mi ha fatto riflettere sul coraggio che ci vuole per essere sé stessi, senza vergogna e senza compromessi, e la mia storia, pur essendo molto diversa dalla sua, nasce da questo.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Non lo è stato. L’ho scritto in circa quattro mesi ed è stato bello, mi sono divertita a farlo. Le poche volte in cui riesco a scrivere più o meno come voglio è una liberazione, mi fa sentire bene, che è il motivo per cui continuo.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Stephen King, perché anche il suo racconto più spaventoso è confortante. È rassicurante sapere che lui è lì, come un autista navigato, per guidarmi lungo il viaggio che ha preparato, in cui ci sarà orrore ma non mancheranno mai coraggio, amicizia, avventura. Leggere un suo libro è come tornare a casa. Irvine Welsh, per il modo sfacciato in cui sa ritrarre gli aspetti peggiori e le miserie dell’essere umano, perché non ha peli sulla lingua e perché niente gli impedisce mai di essere scomodo e scurrile pur di raggiungere l’obiettivo. L’obiettivo, di solito, è farti esclamare uno sbigottito e divertito “cazzo!”. James Frey per lo stile inconfondibile, asciutto e crudo in grado di affascinarti dalla prima all’ultima pagina, nonché per una scrittura tanto arida e imperfetta quanto graffiante. È un po’ come trovarsi faccia a faccia con uno sconosciuto che parla poco e voler sapere di più, perché quel poco è già tanto.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Sono nata e vivo a Parma. Ho sempre abitato in questa città, che è anche la stessa in cui è ambientato il romanzo. Forse sono monotona… In realtà non l’ho scelta perché era lo scenario più semplice in cui inserire la mia storia, bensì perché volevo un luogo familiare, che conoscevo bene e che allo stesso tempo non fosse banale. Parma è conosciuta soprattutto per i salumi, il formaggio e Verdi: vorrei che lo fosse maggiormente per la letteratura. Lo stesso, nonostante sia Capitale italiana della Cultura 2020/2021, non ho problemi a dire che la pubblicazione del mio romanzo sia stata completamente ignorata dai media e dall’amministrazione locale.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Finché restano progetti non ne parlo mai, non serve.

Il profumo di quei giorni: presentazione e intervista a Gabriele Falco

Anteprima dal libro "Il profumo di quei giorni" e cinque domande all'autore

Il profumo di quei giorni: presentazione e intervista a Gabriele FalcoIl profumo di quei giorni
Edito da Gabriele Falco nel 2020 • Pagine: 169 • Compra su Amazon

In seguito al casuale ritrovamento del diario di quando era fanciullo, il maturo protagonista del romanzo torna a rivivere, con compiaciuto stupore e qualche vena di amarezza, quei giorni sereni e spensierati trascorsi all’interno di un contesto socio-culturale indimenticabile, in quell’arco temporale compreso tra l’infanzia e la preadolescenza. Luoghi, personaggi e situazioni che per anni erano rimasti sepolti nella sua mente, gli si riaffacciano, così, a tutto tondo, consentendogli di recuperare una parte importante di sé e del suo vissuto. E nel ripensare a quella bella, pulita e fresca stagione della sua vita gli sembra di avvertire ancora, nell’aria, il profumo di quei giorni.

Un estratto dal libro scelto dall autore

La prima rete la mise a segno Alberto, con una splendida rovesciata sotto porta. Noi pareggiammo un minuto dopo: lancio dalla sinistra di Franco e colpo di testa di Tonino. Il primo tempo, per farla breve, terminò 4 a 2 per loro. Al trentesimo del secondo tempo eravamo fermi sul 5 a 5 e la partita era più infuocata che mai. Domenico, che siccome tifava per una squadra diversa dalle nostre era stato scelto come arbitro, aveva il suo bel da fare, per non far degenerare la partita in un incontro di rugby. Praticamente non ce n’era uno che non avesse ricevuto un’ammonizione e quando Lucio, che ne aveva già beccate due, fu ammonito una terza volta, si scatenò il pandemonio. Infatti era stato stabilito che alla terza ammonizione ci sarebbe stata l’espulsione. Attorno all’arbitro si accalcavano non solo quelli dell’altra squadra, che volevano farlo tornare sulle proprie decisioni, ma anche i nostri, i quali gridavano che l’espulsione andava eseguita senza tante storie. Nessuno si preoccupava più nemmeno di andare a recuperare il pallone finito giù, nei campi posti a lato della strada provinciale, tanta era la foga con cui ognuno urlava le proprie ragioni a Domenico, dicendogli di tutto. 

Ma proprio nel bel mezzo di questo parapiglia, all’improvviso Raffaele, che era uscito un momento dal campetto per togliersi dalla scarpa un fastidioso sassolino, scattò in piedi come una molla e prese a correre come un forsennato verso la rete di recinzione da noi modificata per le fughe  (quella che dava sull’orto di Alessandro). E passando come un fulmine in mezzo a noi, sorpresi e smarriti da questo suo comportamento insolito, ci gridò:

<<Ehi, scappiamo! Andiamo via! Scappiamo!… stanno arrivando Nasopizzuto ed Enneù! Presto!… presto!>>

Non aveva ancora finito di avvertirci che, inaspettati come fantasmi, apparvero ai due ingressi posti ai lati dell’asilo i nostri eterni persecutori. Entrambi, per toglierci ogni possibilità di fuga, si piazzarono davanti al corridoio di propria competenza, leggermente chinati in avanti e con braccia e gambe allargate, come maldestri portieri che si accingessero a parare un calcio di rigore.

<<Ah!… ci siete capitati alla fine!>>, esclamò con voce beffarda Nasopizzuto, che nella divisa nera da guardia con ricami dorati incuteva in noi ragazzi un sacro terrore. Sotto la visiera del berretto, un po’ in ombra, si  scorgevano due occhi dallo sguardo cattivo e un naso aquilino che conferivano al suo aspetto un non so che di grifagno e inquietante allo stesso tempo.

Il suo “collega”, invece (e dico collega perché tale Enneù si considerava e voleva essere considerato), nonostante si ingegnasse in tutte le maniere di apparire torvo e minaccioso, risultava esilarante; anche se in frangenti come quello a nessuno sarebbe saltato in mente di mettersi a ridere neppure per un istante. Si era troppo impegnati, infatti, a schivare le dolorose cinghiate che i due riuscivano ad affibbiare con rara abilità.

L’aspetto divertente di Enneù veniva preso in considerazione solo dopo che tra lui e noi era stato messo un buon centinaio di metri di distanza. Era allora che noi, fatti arditi dalla lontananza, davamo vita a sfrenati caroselli conditi di boccacce e pernacchie all’indirizzo di quel povero cristiano, il quale, impotente, minacciava sfracelli di ogni genere, se ci avesse messo le mani addosso.

Questi suoi sfoghi si concludevano, invariabilmente, con la seguente frase, rivolta, di circostanza in circostanza, a qualcuno di noi in particolare; quello che, forse per vendicarsi di qualche cinghiata ricevuta in occasione del “raid”, era apparso il più irriverente sia nel motteggiarlo che nel fargli qualche brutto gesto:

<<Non te ne incaricare, che ti riacchiappo. Dove vuoi andare: per le macchie?[1] Prima o poi mi ricapiterai e allora ti farò passare il sonno! Ti annerirò le gambe, ti annerirò; quant’è vero Dio!>>

Ciò che faceva di Enneù un personaggio comico era legato non solo al suo aspetto fisico, ma anche al carattere. Egli era un uomo sulla sessantina, alto, magro, con le guance leggermente incavate e due occhi tondi grigio-verdi ficcati sotto delle sopracciglia piuttosto folte, ispide e biancastre. Lo stesso colore e una consistenza quasi stopposa avevano i pochi capelli rimastigli intorno alla testa,  lucida e simile a una di quelle pere allungate e macchiettate. Ma l’elemento decisamente caratterizzante del suo volto era un enorme e pronunciato naso carnoso simile a un grosso peperone che, quando egli si alterava  (il che accadeva spesso) diveniva paonazzo, specialmente sulla punta, e finiva per assomigliare a una melanzana.

Di carattere era fondamentalmente buono e generoso, ma piuttosto permaloso e facilmente suscettibile. L’aspetto in lui predominante era una grande vanità che lo spingeva ad assumere atteggiamenti ridicoli. Ricordo, ad esempio, come appariva goffo quando, con un piccolo block notes in una mano e un lapis nell’altra, si piazzava ritto e impettito davanti a noi e cominciava a scrivere, diceva lui, i nostri nomi, per farci quella che chiamava “contravvenzione”.

Però, siccome noi sapevamo che non era in grado né di scrivere né leggere, gli chiedevamo di farci vedere i nostri nomi scritti su quei foglietti, dove invece erano stati fatti dei segnacci senza capo né coda.  Egli allora diveniva furibondo e con il viso infuocato dalla rabbia rimetteva il blocchetto nel taschino della camicia di fustagno e minacciava di portarlo ai carabinieri, così avremmo imparato l’educazione. E quando qualcuno, più sfacciato, gli diceva che i carabinieri non avrebbero saputo interpretare i suoi scarabocchi, egli, alzando con un fiero scatto la testa come un gallo e lanciando attorno uno sguardo minaccioso, si riaggiustava il suo berretto con il fregio dorato, a indicare che chi avevamo di fronte era un’autorità alla quale i carabinieri dovevano rispetto e considerazione, e riprendeva in mano il blocchetto poco prima riposto, sfogliandolo e facendo a uno a uno i nostri nomi. Poi, ripresa pure la matita, si metteva a fare altri misteriosi segni, con un impegno e un’attenzione tali da lasciar credere, per un momento, che stesse scrivendo sul serio chissà qual sorta di verbale. In quelle occasioni di così grande concentrazione metteva fuori la lingua, la cui punta andava a toccare un lato del labbro superiore, e di tanto in tanto vi inumidiva la punta del lapis, per farlo scrivere meglio.

<<Ecco fatto!>>, diceva poi, chiudendo il temutissimo block notes. <<Ora vado in Comune, faccio chiamare i carabinieri e vedrete come vi faranno un bel papìpero e vi accomoderanno per le feste>>.

Il “papìpero”, nel suo approssimativo e colorito italiano, era il papiro, ovvero la denuncia.

Qualcuno rispondeva che lui non era la guardia, ma la maggior parte di noi non si sentiva più tanto sicura e i meno grandi si mettevano perfino a piangere, perché non volevano finire in prigione. Gli altri, invece, avevano paura che quanto era avvenuto potesse essere scoperto dai rispettivi genitori; e in quel caso apriti cielo! Un bel paio di ceffoni non glieli levava nessuno, senza contare che sarebbero stati puniti con il divieto assoluto di uscire per diversi giorni.

Povero Enneù, quante corse gli abbiamo fatto fare dietro a noi, con quella sua cinghia marrone scuro che fischiava sinistramente nell’aria! E quante volte lo abbiamo fatto arrabbiare, con il nostro comportamento non sempre giustificabile.

Ora anch’egli riposa da tempo nel piccolo cimitero del paese, in compagnia di tante altre persone che ho conosciuto e che si sono portate dietro un piccolo pezzo di storia del paese e della mia vita, insieme a una parte di cuore. Riposa in pace, caro Enneù! E riposino in pace tutti coloro che dormono insieme a te.


[1] Per le macchie = per i boschi.

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

Eravamo negli anni ’90 del secolo scorso e mi ero da poco trasferito in un’altra regione. Lavoravo in una cittadina diversa da quella in cui abitavo e compivo il viaggio di andata e ritorno su un autobus di linea. Avevo così occasione di immergermi per circa un’oretta nei miei pensieri, che quasi sempre erano occupati da ricordi. Ricordi che, partendo da una particolare situazione, da un particolare dialogo involontariamente ascoltato, da un particolare aspetto del paesaggio che mi vedevo scorrere dietro il finestrino, mi davano occasione di vagare nel tempo e nello spazio, alla ricerca di quei giorni sereni e spensierati vissuti in un altro contesto socio-culturale in quell’arco temporale compreso tra l’infanzia e la preadolescenza. Venivo preso, allora, da un sentimento misto di struggente nostalgia e di fierezza. Nostalgia per un mondo che purtroppo era inesorabilmente scomparso, fierezza perché ero orgoglioso delle mie radici. E ciò, pur lasciandomi dentro un certo senso di smarrimento, non mancava però di farmi sentire un privilegiato, poiché percepivo con soddisfazione che quanto da me vissuto e provato in quei lontani tempi era unico e straordinario. Poi, magari, mi veniva da pensare che ognuno, quando ripensa al passato, ha qualcosa da rimpiangere o di cui essere soddisfatto; e che ogni generazione vede come irripetibile e meraviglioso il periodo legato alla propria infanzia e adolescenza. Tuttavia finivo con il concludere che, per quanto concerneva la mia personale esperienza, non avevo nulla da invidiare a chicchessia, giacché tutte le volte in cui ripensavo a quella bella e fresca stagione della mia vita potevo ancora sentire, nell’aria, il profumo di quei giorni. E siccome la frase “il profumo di quei giorni” mi colpì fin dal primo momento in cui mi si formò nella mente, decisi che qualora un giorno avessi scritto una storia incentrata sui ricordi della mia prima giovinezza, l’avrei intitolata: “Il profumo di quei giorni”.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Quanto è stato difficile portarlo a termine? Molto. Non riuscivo, infatti, a trovare un incipit degno di questo nome né a disporre il materiale narrativo in maniera tale che la sua esposizione avesse un filo conduttore. In attesa di trovare la via giusta, cominciai a scrivere ciò che il cuore, sull’onda della memoria e dell’inventiva, mi dettava. Tuttavia passarono diversi anni, prima che potessi dare vita a una narrazione organica e più convincente. L’unico elemento sicuro e chiaro di quel mio progetto letterario, per il momento, era solo il titolo dell’eventuale libro che avrei pubblicato. Più volte ho lasciato e ripreso la scrittura del romanzo, fino a quando non ho preso in considerazione l’idea di partire dalle pagine di un diario casualmente ritrovato dal protagonista.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Quali sono i tuoi autori di riferimento? A tal proposito è necessario fare una premessa, poiché se dessi una risposta secca potrei dare un’idea sbagliata di me e del mio modo di scrivere. Quindi, detto che gli scrittori a cui maggiormente mi ispiro sono Giovanni Verga, Émile Zola, Ignazio Silone e in generale tutti gli autori del Naturalismo, del Verismo e del Neorealismo (come testimoniano altri miei romanzi e soprattutto le mie raccolte di racconti), devo precisare che nel caso del romanzo “Il profumo di quei giorni” mi sono allontanato sicuramente da tali modelli. Così come ho fatto, in buona parte, nello scrivere altri due romanzi di genere horror. Se dovessi dare una definizione del mio stile, in ogni caso, lo definirei eclettico. Con “Il profumo di quei giorni” è innegabile che io abbia tentato di suscitare l’interesse delle nuove generazioni, facendo ricorso a una tecnica e a modi espressivi più consoni al loro vissuto.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Dove vivi e dove hai vissuto in passato? Vivo a Pordenone, ma ho trascorso l’infanzia e gran parte della giovinezza a Montebello di Bertona, un paesino in provincia di Pescara. Durante gli studi universitari, invece, ho vissuto a Napoli.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro? Continuare a scrivere e, se possibile, a pubblicare i miei lavori. Ma in questo secondo caso temo che dovrò fare ricorso all’autopubblicazione, poiché il mondo dell’editoria in generale, oggi come oggi, a parte qualche rarissima eccezione, non sembra interessato a pubblicare opere di autori “sconosciuti”. Non intendo qui dar luogo alle solite geremiadi da autore frustrato (anche perché non mi sento tale), ma una cosa mi pare certa, e cioè che sempre più, attualmente, gli editori, più che valorizzare l’aspetto culturale sono più interessati al mero profitto, dando così luogo a un’attività commerciale che sarebbe forse più esatto definire “industria culturale” (fermo restando che l’aggettivo “culturale” dovrebbe essere inteso in senso molto lato).

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