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Fermo! Che la scimmia spara presentazione del libro e intervista a David Cintolesi

Un'anteprima del libro "Fermo! Che la scimmia spara" di David Cintolesi e cinque domande all'autore

Aggiornato il 25 Novembre 2023 da Matteo Carriero

Fermo! Che la scimmia spara
Edito da Porto Seguro Editore nel 2018 • Pagine: 209 •

Cosa succederebbe se la notte di due ragazze sotto allucinogeni si trasformasse improvvisamente in un set di un film horror, con zombi assassini e cantanti che si tramutano in bestie cannibali? Se un ragazzo, senza arte né parte, fosse tormentato dalla sua pornostar preferita? E se tua moglie ti stesse osservando di nascosto da delle telecamere, e la tua sorte dipendesse da un dipinto di Banksy? E se la notte di due ladri strampalati, durante l’ultimo colpo prima di cambiare vita, fosse minacciata da un serial killer che taglia i piedi alle sue vittime?
Dieci racconti che mescolano tutti i generi: grottesco, commedia, pulp, horror, thriller, noir ma, che trovano in una vena ironica, il loro punto in comune.

Un estratto dal libro scelto dall autore

Fermo! Che la scimmia spara!

1

In un monolocale di Via Canacci, alle spalle della Basilica di Santa Maria Novella, un lunedì di fine gennaio Saverio Bolla e Carlo Fa¬villi decisero che la sceneggiatura del film Il fe¬ticista era finita. Pronta per essere consegnata a Otta¬vio Ottaviani, produttore della «Ottaviani Cinematografi¬ca Group», dopo un ritardo di un mese e mezzo.
«Smettetela di scrivere, portatemi quel cazzo di film Deus! Sia¬mo in ritardo, siamo in ritardo!» li aveva am¬moniti più di una vol¬ta.
Saverio e Carlo sorrisero come due vecchi amici dopo una par¬tita a bi¬liardino, uniti da una folle ma sincera amicizia che li legav¬a da vent’anni; dai tempi del Cineforum, in cui passa¬vano le ore a divorare film come barrette di cioccolata.
Non erano soltanto la coppia che aveva riempito a fior di mi¬lioni le casse del loro produttore durante i mitici anni novanta con film come Yuri spaccatutto o Johnny il ban¬dito, ma anche coloro che avevano riportato in auge il vecchio Spaghetti Western alla Sergio Leone con un Co¬lossal come Tra le sabbie grigie del West, un impe¬gnativo e costoso western Made in Italy che aveva richie¬sto una lavorazione di tre anni e continue interruzioni, a causa dei pes¬simi rapporti con la produzione e il cast.
Adesso però, avevano deciso di azzardare e scrivere un horror all’italiana in stile Dario Argento.
Anzi, in stile Bolla e Favilli.
«Con questo facciamo il botto, Carletto» aveva pronosticato Saverio.
Dopo aver messo la parola fine alla sceneggiatura, Sa¬verio guardò l’orologio e scattò in piedi.
«Cazzo è tardissimo, Laura mi starà aspettando, devo scappa¬re».
«Che cosa ti attende stasera? La solita lasagnina al pe¬sto con pomodorini bio?» ironizzò Carlo, un gommone senza remi con un gatto morto in testa. Seduto con le mani in¬crociate sulla sedia davanti al pc.
«Stai zitto, oggi è lunedì, il giorno peggiore. Pollo ar¬rosto con patate e Woody Allen in chiusura, ho detto tut¬to».
E poi all’unisono cantarono: «Due palle!».
Risero, dopodiché Saverio si infilò la giacca di lino blu, si legò la coda di cavallo e uscì.
Fuori pioveva, e con difficoltà, nella sua Mini Cooper nera, Sa¬verio cercò di fare più in fretta possibile mandan¬do il contagiri in tilt e bucando tutti i rossi.
Era felice. Si sentiva un uomo realizzato. Stava andando tutto per il verso giusto.
Aveva un lavoro che gli piaceva?
Il migliore. Con tutto quello che ho fatto per guadagnarmelo.
Aveva una donna che lo amava?
Anche questo, certo. Si ucciderebbe per me.
Aveva un’amante come nelle migliori coppie moderne?
Eccome se ce l’aveva. Alla grande. Un’artista coi contro fiocchi. Che non si faceva problemi e a cui piacevano anche le cose zozze. Forse un po’ rozza è vero, ma come amante andava benissimo.
Laura invece? Era la moglie perfetta, ma di una noia mortale. Mai un cinemino. Mai una cenetta fuori casa perché nel piatto dove ci hanno mangiato gli altri io non ci mangio. Mai una vacanza fuori Toscana perché casomai succedesse qualcosa non si fa in tempo a tornare indietro. Mai una botta di vita insomma.
«Perché la Toscana non va bene? Pagherebbero l’oro del mondo per avere le nostre bellezze» diceva lei. «Che motivo c’è di andare da qualche altra parte?».
E poi in tutta franchezza, negli ultimi tempi si era impigrita ancora di più. Era invecchiata prima del tempo. Saverio pensava si fosse trasformata in un essere metà donna metà divano. Si alzava solo per cucinare.
Le stesse cose, perché squadra che vince non si cambia.
E cosa peggiore non lo voleva mai fare. Era sempre stanca. Sfibrata. Sempre alle prese con quei bambocci dell’università in cui insegnava.
A Saverio gli era diventato un mollusco in putrefazione. Gli sarebbe marcito se non avesse incontrato qualcuna che lo rianimasse.
L’infedeltà dovrebbe essere regolamentata dalla Costituzione Civile, pensò mentre guidava.
Dopo qualche inchiodata improvvisa e un incidente evita¬to all’ultimo semaforo, Saverio arrivò davanti a casa, tirò fuori il cel¬lulare dalla tasca dei jeans e chia¬mò.
«Pupazzetta sono io, che stai facendo?» disse, con quella voce da Michael Bublé con cui un giorno aveva partecipato a Castro¬caro classifi¬candosi ultimo, prima di capire che forse doveva cambiare sogno.
«Che vuoi che faccia? Mi annoio. Mi manchi tanto topolone, quando ci vediamo?» rispose la voce dall’altra parte. Da quindi¬cenne che se la fa di nascosto con il prof.
«Presto. Presto. Domani».
«Prometti».
«Prometto» disse Saverio sbirciando le finestre di casa. Le tapparelle abbassate e la tendina tirata giù.
Strano, pensò.
«Mi ci porti all’Abetone domenica? Stiamo insieme cicci cic¬ci sotto le coperte a guardare fuori la neve».
«Se andiamo all’Abetone ti rivolto come un calzino pupazzet¬ta. ARRR!» ringhiò Saverio da maschio allupato.
«Porco!»
«Scherzi a parte, senti… adesso devo salire in casa. Quindi mi raccomando, per stasera niente chiamate. D’accordo?»
«Neanche un messaggino?»
«Neanche un messaggino. Lo sai».
«Va beneee» sbuffò lei. «Allora scri¬vimi appena puoi».
«Sì, ti scrivo io. A più tardi».
Saverio Bolla attaccò, uscì dalla Mini Cooper e salì in casa.
La tavola in salotto era apparecchiata come tutti i lu¬nedì sera. La lunga tovaglia rossa con i bordi bianchi che sua moglie aveva comprato a Trapani, il centrino di zia Fer¬nanda ricamato a mano, i piatti Guzzini uno di fronte all’altro, i bicchieri Bugatti e, sopra al centrino, un vasso¬io con un petto di pollo arrosto con le patate. Era tutto in perfetto ordine. Come da consuetudine. Tranne un particolar¬e: sua moglie non c’era. A quell’ora di so¬lito apparec¬chiava, oppure era già pronta per servire la cena, ma di certo non usciva. Se doveva farlo aspettava che lui tornasse. Ora perché non lo aveva fatto?
Saverio lasciò la giacca sul divano, aprì le tapparelle in salotto, si sbottonò il colletto della camicia azzurra per respirare un po’ dalla stretta della cravatta, e mentre si dirigeva verso la cucina chiamò sua moglie:
«Fragolina ci sei? Sono tornato».
Sul muro, diverse fotografie ritraevano lui e la moglie nel cor¬so dei dieci anni trascorsi insieme; appoggiato su un mobile c’era an¬che il primo Ciak di Johnny il bandito, a cui aveva partecipato con un cameo Franco Nero, immortalato sul set insieme a Save¬rio.
Per il re¬sto numerosi dipinti di artisti emergen¬ti.
«Non immagini che giornata è stata oggi» proseguì Saverio, guardandosi attorno. «Però abbiamo finito. Capito amore? Ab¬biamo finito il film, ci pensi? Questo sarà un capolavoro me lo sento, uno psicopatico così non si è mai visto in Italia, ci puoi giurare».
Tornò in salotto, guardò in camera da letto, in bagno, nel¬la stanza degli ospiti, ma sua mo¬glie non c’era. Allora prese il te¬lefono e la chiamò.
Ora dove cazzo è andata, questa? si chiese.

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea del libro è nata da un quadro dello street writer americano Bansky; dal titolo di una sua opera: “Fermo, che la scimmia spara!”. Partendo dal quadro e sviluppando il racconto omonimo, ho iniziato a pensare ad altre trame ponendomi la domanda: “Fino a che punto può spingersi la follia?” I personaggi di questi dieci racconti sono persone normali a cui capitano cose straordinarie, un po’ come accade nei film di Hitchcok, dettate da loro stessi o dagli eventi che capitano loro. Commettono atti violenti preda dei loro istinti o come reazione alle circostanze.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Non molto. La gestazione è durata due mesi e mezzo intervallata dagli esami universitari in cui ero occupato. Il lavoro più faticoso e impegnativo è avvenuto dopo, in fase di editing durante il quale molte delle cose iniziali sono state cambiate anche radicalmente.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Niccolò Ammaniti, Joe Lansdale, i minimalisti americani come Bret Easton Ellis, Jay McInerny e David Leavett, Stephen King, Chuk Palahniuk.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Sono nato a Firenze, dove ho sempre abitato e abito tutt’ora.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Riuscire a portare a termine il romanzo che sto scrivendo. Prima o poi lo farò.

Categoria: AutoriTag: nuovi autori

Come impronte nella neve: presentazione del libro e intervista a Miriam Ballerini

Un'anteprima del libro "Come impronte nella neve" di Miriam Ballerini e un'intervista all'autrice

Aggiornato il 25 Novembre 2023 da Matteo Carriero

Come impronte nella neve di Miriam BalleriniCome impronte nella neve
Edito da Kimerik nel 2017 • Pagine: 285 •

LE PRIME IMPRONTE
I libri chiamano i libri.
Così è accaduto perdendomi nella vita di Sibilla Aleramo, nel suo libro “Una donna” 1906, nel quale l’autrice ci narra della sua esistenza oltraggiata dal marito.
Inevitabile è stata l’associazione con le storie di donne maltrattate, stuprate, uccise, che troppo spesso riempiono i nostri telegiornali. Ben consapevole che questo non è un fenomeno attuale, nulla di ciò che è violenza rifulge nuovo sotto il nostro sole; nel percorso dell’umanità è una moneta che spesso ci è passata fra le mani.
Così come non dobbiamo pensare che esista solo la prevaricazione dell’uomo sulla donna, ci sono storie che ci presentano l’altra faccia della medaglia. Ciò di cui meno si parla, non necessariamente, è meno presente o avvilente.
Inoltre, dobbiamo renderci conto che non sempre la violenza è tale solo se fisica; ma che spesso è proprio quella psicologica ad essere più infida. Una talea che penetra e attecchisce.
Da tutto ciò è partita l’idea per scrivere “Come impronte nella neve”. Che vuol essere un libro che faccia tabula rasa dell’avere, volgendo un occhio attento all’essere, tramite le storie dei vari protagonisti.
Non vi troverete storie di grandi uomini, ma vite di persone normali; anche di chi è sotto la soglia della normalità.
Troverete ampi spazi per gettarvi nella natura, fra animali non comuni, forse un poco “ultimi” in questo mondo dove, troppo, l’occhio vuole la sua parte e non si va al di là dell’estetica.
Facciamo insieme questo esperimento: cosa può accadere all’uomo quando questo si trova di fronte al niente? Quando muoiono le illusioni e la vita pare finita?
D’improvviso ci si trova in un campo innevato, dove tutte le strade e i segnali a noi noti sono invisibili al nostro occhio. Eppure, basta compiere un passo per lasciare un’orma nuova. Perché tutti, assolutamente tutti, camminando nella vita lasciamo impronte del nostro passaggio. Orme che, proprio come quelle nella neve, sono destinate a scomparire, ma che la loro fugacità non toglie il fatto che ci siano state.
Dipende da noi quanto vogliamo imprimere il nostro peso.
Essenzialmente c’è una realtà inconfutabile che stride in tutto quel biancore, anche quando non si sa più dove andare o come muoversi, c’è una sola molla che scatta al di sopra di quel compatto tappeto: la speranza. Alla fine di ogni storia, all’inizio di ogni vicenda, ci è compagna.
Cosa sarà allora questo libro? Un romanzo sulla violenza? Sulla ricostruzione? Sulla speranza? Forse un libro sull’amore: fra uomini e donne, fra compagni di avventura, rivolto alla natura, verso se stessi.
Ecco! Amare se stessi, questo il primo passo da compiere, per sfuggire alla violenza, per imprimere il peso del primo mattone per ricostruirsi; per riuscire ad amare gli altri.

Un estratto dal libro scelto dall autore

Capitolo I
Zeljka aprì gli occhi: aveva dormito tutta la notte come non le accadeva da tempo. Forse il merito era di quella “ics” che barrava il calendario, sovrapponendosi a quell’11 gennaio 2016. Un tentativo, probabilmente l’ultimo, di spazzare via dalla sua anima la terra con la quale l’avevano sepolta. Si rigirò nel letto, volgendo gli occhi al soffi tto; l’inquilino del piano di sopra iniziava la sua giornata radendosi, accompagnando la melodia in ronzio minore del rasoio elettrico con la sua voce stonata. Erano sette anni che lo ascoltava rovinare le canzoni in cima alle hit parade. Si alzò, aiutandosi con un bastone che aveva per pomolo una testa d’aquila. Raggiunse la fi nestra e la spalancò: pioveva. Che altro poteva fare il cielo all’inizio di una nuova vita? Si mosse: indossò un paio di jeans e una calda camicia di fl anella a quadri blu. Si lavò il viso, si rimirò nello specchio, aggiustandosi i corti capelli biondo miele con del gel. Gli occhi acquamarina la osservavano, aspettandosi da quel rifl esso qualche risposta. La risposta di Zeljka fu voltarsi dall’altra parte per uscire dal bagno. Fino alla settimana prima si era limitata a fare scadere le giornate, così che fosse sempre troppo tardi per viverle. Non fosse stato per l’amico Lorenzo, sarebbe stata ancora chiusa in quell’appartamento, sorda a quanto le si muoveva intorno. Con lacrime alle quali vietava di trovare la strada, così, anziché piovere, si facevano elisir da bere, di volta in volta sempre più amaro. Aveva trascorso il Natale appena passato, affacciata alla fi nestra a spiare le famiglie che abitavano nei palazzi vicini, riunirsi. Li aveva visti abbracciarsi sulle soglie, scambiandosi baci, avvolti in cappotti e sciarpe, con le mani colme di pacchetti infi occhettati. Per poi pranzare sola, davanti a uno stupido alberello alto una ventina di centimetri, scovato in una scatola in cucina, nascosta dietro delle tazzine. Era addobbato con minuscole palline blu che minacciavano la caduta ogni volta che lo si spostava dal suo appoggio. Raccolse i suoi ultimi effetti personali, il resto lo aveva già preso in consegna Lorenzo, trasferendo la sua vita, chiusa in due valigie e in qualche scatolone, alla “tana”: un casale che l’amico aveva acquistato anni prima. Per un istante rimase piantata al centro del salotto, evocando gli ultimi sette anni della sua vita. Presto, forse, qualcuno avrebbe camminato su quel pavimento, incurante di schiacciare i suoi ricordi; ignaro che i propri passi sarebbero stati una gomma effi cace per cancellare il suo passato. Il suono del campanello la scosse, afferrò il citofono e vi soffi ò un: “Arrivo”. Chiuse la porta e lasciò la chiave al portinaio, il quale la salutò col medesimo gesto che ripeteva da anni: una sorta di saluto militare, accompagnato da una smorfi a di sorriso. Il tassista l’aspettava in strada. Facendola accomodare la salutò con un forte accento albanese. L’auto profumava di lavanda, che si espandeva da un Arbre Magique appeso allo specchietto retrovisore. Zeljka gli disse dove doveva andare, era un viaggio di circa un’ora. L’autista annuì e si immise nel traffi co mattutino. L’uomo faticava a parlare italiano, perciò fu felice quando appurò che la signora non faceva nessuno sforzo per intavolare una conversazione. Zeljka era persa nei suoi pensieri, l’unico movimento lo compivano gli occhi che vagavano fra le gocce di pioggia, infi landovi la strada che vi si inanellava.
Per fortuna, infi ne, era arrivata la pioggia a lavare via lo smog che si era accumulato in due mesi di siccità. Le città si erano trasformate presto in camere asfi ttiche, dove l’odore che vi si respirava era un miscuglio di tutte le esalazioni più nocive. In quegli ultimi mesi erano accadute molte cose con le quali si era trovata a fare i conti, con lo smarrimento di chi si guarda intorno in un mondo che gli è cambiato sotto i piedi, mentre gli dormiva addosso. Fino allo scorso anno era stata una donna di ventinove anni, sposata, che camminava su due gambe, sana. Lavorava presso lo studio del marito Christian, veterinario, come sua assistente. Spesso diamo per scontato quanto possediamo, non pensando, non permettendoci di fare affi orare mai il sentore che un giorno qualsiasi possa sconvolgere la nostra routine. Quella calda coperta, logora per l’uso, ma alla quale siamo affezionati e che sempre ci copre nei momenti in cui ci si accappona la pelle per un brivido. L’autista rallentò. «Visto che roba?» indicò un incrocio: dei tanti semafori uno era caduto in seguito a uno scontro con un’automobile. L’incredibile era che, anche se sdraiato, funzionasse ancora! Zeljka si sentiva così: abbattuta, eppure ancora effi ciente. «Già!» rispose. Tutto era cambiato quando aveva avuto un incidente d’auto. I vigili del fuoco, intervenuti per liberarla dalle lamiere della macchina, avevano dovuto aprire la vettura in due come una scatola di sardine. Le gambe, intrappolate nell’abitacolo, avevano subito diverse lesioni; in particolare l’arto sinistro. Dopo un’operazione e diversi mesi di fi sioterapia, si era avanzata con un’anchilosi coxo-femorale che, in parole povere, l’aveva resa claudicante per il resto dei suoi giorni. Quando l’amico Lorenzo era andato a trovarla in ospedale, portandole come dono il bastone, si era sentita come un dottor House in gonnella; solo che su di lei nessun regista o scrittore avrebbe perso tempo, narrando della sua vicenda.

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea per questo romanzo è nata pensando: cosa succede se tolgo tutto ai protagonisti? Cosa serve davvero all’essere umano per essere felice? Una volta cominciato i personaggi ti guidano e sanno esattamente cosa dire!

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

È cominciato e proseguito con fluidità.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Scrivo di narrativa sociale e leggo di tutto. Stranamente amo i thriller e adoro Stephen King. Diciamo che in qualche modo anche lui narra di problemi sociali, ad esempio il bullismo. Poi, come penna, ha un valore assoluto!

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Abito nella provincia di Como, in un piccolo paese. Per breve tempo, ho vissuto in provincia di Varese, per poi tornare alla mia casa natia.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

“Come impronte nella neve” è il mio ottavo romanzo, uscito lo scorso anno per festeggiare 15 anni di carriera. Sto già iniziando un nuovo romanzo, l’intento è sempre quello di dare voce a chi non l’ha.

Categoria: AutoriTag: nuovi autori

I sei volti del Natale: presentazione del libro e intervista a Claudio Apicella

Presentazione e anteprima del libro "I sei volti del Natale" e intervista all'autore

Aggiornato il 25 Novembre 2023 da Matteo Carriero

I sei volti del Natale
Edito da Pixel Editore nel 2018 • Pagine: 131 •

Sei storie diverse. Sei modi di vivere il Natale. Sei volti di donne e uomini che affrontano, ognuno con i propri pensieri o con le proprie convinzioni religiose, quel periodo dell'anno in cui tutti diventano più buoni, o almeno questo è quello che ostinatamente cercano di farci credere. Sei racconti in cui lo spirito natalizio sarà il catalizzatore che favorirà la mutazione di eventi e comportamenti o, in alternativa, sarà solo il contorno a storie in cui il lieto fine non sempre riuscirà a trovare il suo posto.
Una raccolta da leggere per scoprire e capire che l'importanza del Natale non è l'evento in se, ma piuttosto quello che la magia del suo spirito lascia nei cuori delle persone spingendole a commettere azioni positive o, in alcuni casi, drammatiche.

Una vigilia di speranza
Manuela, ragazza e madre di un tenero bambino è ormai al culmine di una serie di eventi negativi che le sono caduti sulle giovani spalle, ed oggi, alla vigilia di Natale, all’interno della cattedrale della città, cerca nella fede le ultime forze e le ultime speranze per una vita migliore.

Un… Natale a Roma
Andrea è un barbone che vaga alla ricerca di un po’ di carità per le vie di Roma. Lui è alla ricerca di qualcosa di diverso. Qualcosa che gli possa riempire il cuore di pace e amore. La sua sarà una ricerca lunga e difficile tra i ricordi di una vita precedente e le immagini della cruda realtà.

La strana coppia di Natale
Carlo possiede e gestisce da solo un piccolo negozio di alimentari con l’aiuto di Daniela, una ragazza assunta circa due anni fa. Mario è un vecchio barbone che, da alcuni anni, vive nello stesso quartiere in cui si trova il negozio di Carlo e che, grazie alla sua onestà ed al suo modo di fare, è riuscito a guadagnarsi la benevolenza di tutte le persone della zona. Queste tre vite, sebbene differenti, s’incroceranno inaspettatamente la notte di Natale quando, unendo le loro forze, riusciranno a realizzare l’ennesimo miracolo natalizio.

La lezione più importante
E’ la vigilia di Natale e Simona, che sta studiando per diventare infermiera professionista, è alle prese con il suo lavoro di aiutante presso l’ospedale. Lavora desiderando intensamente che giunga al più presto la fine turno in modo da poter andare a casa a festeggiare la festa con suo marito e suo figlio. Dopo aver accompagnato un paziente ad una visita torna nell’atrio del pronto soccorso e inaspettatamente si ritrova faccia a faccia con la madre con cui aveva rotto i rapporti da molti anni ormai. Subito i fantasmi del passato faranno la loro comparsa e da quel punto comincerà per Simona il momento delle scelte.

Quel piccolo pezzetto di mondo
Come vive la vigilia di Natale un ragazzo ferito dalla perdita della persona amata a seguito di tragici eventi? Alla ricerca di un po’ di amore e di calore che gli riscaldino il cuore. Alla ricerca delle sensazioni che, da quando era piccolo, solo la visione di un presepe illuminato sapeva trasmettergli. Nella notte di Natale troveremo la risposta.

Da dove dgt?
Lavorare all’interno di una compagnia telefonica può essere vantaggioso e Federico lo sapeva bene. Più volte, mentre chattava su internet, aveva fatto uso degli strumenti che aveva a disposizione per scoprire la vera identità delle persone e conoscerle. Alla fine lo farà anche con Fioccodineve, una ragazza di cui lui si innamorerà ma che lei cercherà sempre di tenere lontano come se avesse un segreto da nascondere. Alla fine, una volta ottenuto l’indirizzo, Federico deciderà di andarla a trovare e lì scoprirà tutto.

Un estratto dal libro scelto dall autore

UN… NATALE A ROMA

Freddo. Quel giorno faceva dannatamente freddo. L’inverno era arrivato come ogni anno cacciando l’autunno dai colori dorati in meno di una settimana. Aveva conquistato il suo trono e da lassù aveva cominciato a spargere il suo gelido alito sui cieli della città. Le temperature erano scese ben oltre la media stagionale ed in quei giorni il freddo penetrava come una freccia ben appuntita ogni maglione o giacca. Come se non bastasse, quel giorno la pioggia scendeva ormai da quasi otto ore senza dare nessun accenno di miglioramento. La giornata stava ormai volgendo al termine, e quel poco di luce solare che era riuscita a penetrare con fatica le folte nubi per illuminare per quel che poteva la città, se ne era già andata da molto tempo. Le strade, invece, erano rimaste illuminate come a giorno grazie alle vetrine dei negozi, alle luci dei lampioni ed anche grazie a tutta quella marea di addobbi natalizi che si trovavano da parecchio tempo ormai esposti da tutte le parti. La società, la gente ormai era abituata a questo fenomeno commerciale. Era abituata a venire bombardata da spot e pubblicità di ogni genere alla tv o sui giornali. E sempre, come ogni anno, quando mancano poche ore al Natale, si riversa con tutta la sua frenesia nelle strade della città. Autobus, metropolitana, tram; tutti pieni di persone addossate le une con le altre prestando la massima attenzione solo a non rompere o danneggiare i pacchetti ed i regali appena comprati.
La pioggia continuava a scendere con forza sulla terra e le strade ormai si erano trasformate quasi tutte in grandi pozzanghere, mentre i marciapiedi non erano da meno. La gente, per evitare di bagnarsi camminando, era costretta a seguire delle corsie preferenziali.
Dando un colpo d’occhio dall’alto dei tetti della metropoli si sarebbe potuto osservare solo una miriade indistinta di colori. Colori di tutti gli ombrelli aperti della gente e di tutti gli addobbi natalizi. Si sarebbe visto solo quello. Colori e niente altro. Solo cambiando punto d’osservazione la scena davanti agli occhi sarebbe apparsa diversa. Si sarebbe vista una cosa. Una cosa che ogni persona è abituata a vedere ed ignorare quando cammina per le strade.
La gente avanzava tranquilla lungo il marciapiede come un fiume che scorre nel suo letto naturale, ma ad un certo punto l’onda di piena che accostava le vetrine dei negozi subiva una deviazione. S\’allargava per qualche metro per poi rimettersi in carreggiata e andare avanti come se niente fosse successo. Cosa aveva provocato quella deviazione? Una grossa pozzanghera. No, niente di tutto questo. Solo un semplice uomo. Un uomo seduto a gambe incrociate sul marciapiede, con accanto a lui una scatola di scarpe ormai quasi tutta zuppa d’acqua ed un cartone con su scritta una breve frase: “Per favore, aiutatemi!”. E la gente lo aiutava. Certo. Lo aiutava a prendersi tutta la pioggia che scendeva su Roma quel giorno. E lui senza scomporsi rimaneva lì. Con la testa abbassata e con lo sguardo che fissava tutte le scarpe della gente che gli passava accanto. Questa era la sua vita di ogni giorno nella grande metropoli romana. La grande metropoli che vide la sua nascita, che vide il suo sorriso e che ormai da molto tempo vede solo il suo pianto e la sua tristezza.

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

Il Natale è un periodo che mi è sempre piaciuto. Molti dei racconti brevi che ho scritto erano ambientati in tale periodo e quindi ho pensato che fosse giusto raggrupparli tutti in un’unica raccolta.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Per niente difficile. Si è trattato solo di selezionare i racconti, rivederli ed impaginarli.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Ho gusti molto diversi però l’autore di cui ho letto il maggior numero di opere è Stephen King.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Vivo a Roma dal 1994. In passato ho vissuto a Bolzano e per sette anni a Salerno.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Continuare a scrivere per raccontare tutte le storie che la mia fantasia riesce a partorire.

Categoria: AutoriTag: natale, nuovi autori

Il brevetto: presentazione del libro e intervista a Claudio Apicella

Presentazione di "Il brevetto" e cinque domande all'autore

Aggiornato il 25 Novembre 2023 da Matteo Carriero

Il Brevetto
Edito da Pixel Editore nel 2018 • Pagine: 177 •

Josef Stein ha sempre avuto il pallino delle invenzioni ed un giorno decide di presentare la sua scoperta all'ufficio brevetti. Giunto sul posto, in attesa di essere accolto, comincia a parlare con un uno strano tizio presente nella sala d'attesa. Quelle poche parole daranno il via alla narrazione di una storia che racconterà la vita di un bibliotecario dal carattere debole e succube di una donna autoritaria il quale un giorno, dopo il ritrovamento di un antico manoscritto, spinto dalla curiosità comincerà a tradurlo senza rendersi conto che in quel modo la sua vita cambierà per sempre.
Anche tutte le persone presenti nella sala d’attesa dell’ufficio brevetti si aggiungono a Josef nell’ascolto di quella storia e tutti rimarranno a bocca aperta quando, una volta terminata la narrazione, assisteranno all’ultimo colpo di scena.

Un estratto dal libro scelto dall autore

Il sole ormai era quasi un ricordo. Quell’inverno, per la città di Monaco di Baviera, non era certo dei migliori. Ogni mattina un cielo coperto da grandi nuvole minacciose accoglieva il risveglio della città per poi accompagnarla nel prosieguo della giornata con un pioggia leggera e fredda che bagnava strade e prati fino a tarda sera.
Quella mattina Josef Stein era uscito di casa molto presto e con un pacco in mano. Voleva arrivare il più presto possibile in centro, dato che quello era l’unico modo per evitare lunghe ed estenuanti file davanti all’unico sportello dell’ufficio brevetti della città.
L’orario di apertura dell’ufficio andava dalle 8:30 fino alle 14:00, come ogni giorno, ed ormai Josef quell’orario se l’era ben memorizzato in testa. Troppe erano le volte in cui vi si era recato invano, e come lui anche una marea di altri strani tizi che riempivano ogni giorno quel piccolo salone d’attesa nella speranza di riuscire ad essere ascoltati dall’impiegato di turno.
In ognuno di loro una grande speranza albergava e cresceva nel cuore ed ogni momento veniva annaffiata da un delicato liquido color verde speranza. Si. La speranza che quello che avevano inventato fosse ritenuto utile per la società, ma in particolar modo speravano di riuscire a rinfrescare di fruscianti banconote il portafogli o magari il conto in banca.
In effetti quello era anche uno dei motivi che in fondo in fondo animava il cuore e la speranza di Josef. Anche lui aveva qualcosa da presentare al mondo, ed in cuor suo sperava che quello che aveva partorito la sua mente fosse utile.
Ci aveva lavorato per quasi cinque mesi, ma alla fine era riuscito nel suo intento. L’idea, che vagava solitaria tra le oscure valli del suo cervello era riuscita a materializzarsi, ed ora era pronta per essere presentata al mondo.
Josef aveva inventato una pressa. Una pressa simile a quelle che vengono utilizzate presso gli sfasciacarrozze. Si proprio quelle che riducono la tua vecchia automobile ad un unico e solo metro cubo di lamiere. Ebbene, quella di Josef era una particolare pressa per uso domestico di piccole dimensioni, utile per oggetti quali le bottiglie di plastica o lattine, che riduceva gli oggetti in piccoli cubi di pochi centimetri di lunghezza. Con questo risultato era certo che avrebbe ottenuto i ringraziamenti di tutte le casalinghe che si sarebbero ritrovate con molto più spazio a disposizione e senza l’esigenza di cambiare spesso il sacco dei rifiuti. Era un’idea geniale e di questo ne era convinto, ma era anche certo che sarebbe stata utile anche dal punto di vista economico; in particolar modo per le sue tasche.

Giunse davanti all’ufficio quando l’orologio del municipio segnava le nove in punto. Arrivato sulla soglia della porta d’entrata si fermò; prese un bel respiro e poi, con un bel sorriso stampato sul volto entrò all’interno. Seguì le indicazioni dei cartelli posti sulle pareti anche se ormai li conosceva a memoria, e cosi facendo, dopo aver percorso quasi un cinquecento metri di corridoi ed un centinaio di scalini, alla fine giunse nella stanza che cercava. “Ufficio brevetti” c’era scritto su una targhetta posta sulla destra della porta.
Varcò quella soglia ed in un istante si ritrovò immerso tra una folla di gente. La stanza era rettangolare. Sui due lati più lunghi c’erano due file di sedie messe lì proprio per far sedere le persone che aspettavano di essere chiamate. In fondo, sulla parete opposta a quella d’entrata, c’era lo sportello dell’ufficio. Dietro il vetro di quella porta si distingueva la figura di un uomo di media età che discuteva con una donna mentre allo stesso tempo agitava nervoso un paio di occhiali tra le mani. Sopra la porta, in alto, c’era un indicatore digitale. In quel momento il numero visualizzato era il 22. Josef si guardò intorno ancora per qualche istante e poi si mosse verso il distributore di numeri sulla destra. Raggiuntolo, allungò la mano destra e strappò il suo biglietto. 66. Era il sessantaseiesimo. Ne avrebbe avuto di tempo da aspettare per essere ascoltato, ma per fortuna la pazienza non gli mancava. L’unica cosa di cui era dispiaciuto era il fatto che la corsa che aveva fatto quella mattina per arrivare presto non era servita a niente.
Si voltò, osservò la situazione della stanza per qualche istante e poi, dopo aver individuato una sedia vuota, si incamminò per raggiungerla con in mano il tubo che conteneva il suo progetto. Si sedette senza guardare nessuno. Si chinò con la schiena e poi incominciò a rigirarsi il tubo tra le mani per passare il tempo. Ad un certo punto, stufo di quello che stava facendo, alzò lo sguardo e cominciò a fissare uno per uno i tizi presenti in sala. Li fissò tutti con attenzione, e al termine di quella panoramica, una banale considerazione gli nacque nel cervello. Tutti avevano in mano qualcosa: qualche piccola scatola ben chiusa e sigillata; un raccoglitore di disegni; teche gonfie di fogli molto ben strette al corpo. Molti non riuscivano a stare seduti in un posto e quindi continuavano a camminare avanti ed indietro senza dare segni di stanchezza. Un unico individuo si distingueva da quel gruppo di persone. Uno solo.
Corporatura robusta, alto, molto alto. Era seduto proprio alla sua destra. Josef rimase molto tempo a fissarlo fino a quando quest’ultimo, accortosi del suo interesse, lo costrinse a voltare lo sguardo in un’altra direzione. Il tipo, senza distogliere la sua attenzione da quello che stava fissando, aprì bocca e cominciò a parlare.
“Cerchi qualcosa?”, e detto quello si voltò.
Josef fu preso alla sprovvista, non a causa di quella domanda, piuttosto da quello che stava fissando in quel momento. Il volto dell’uomo. Fino a quell’istante non si era accorto di nulla poiché, essendo seduto alla sua sinistra, il campo visivo copriva solo quella parte, ma ora riusciva a vederlo tutto, e ciò che lo fece rimanere immobile ed assente per pochi attimi fu la benda nera che ricopriva l’occhio destro del volto dello sconosciuto.
“Ehi!… Ti senti bene?”, chiese l’uomo notando la strana reazione di Josef.
“Si… Si. Certo. Perché non dovrei sentirmi bene.”, rispose Josef svegliandosi da quella specie di stato di trance in cui era precipitato.
L’uomo non aggiunse ulteriori parole ma rispose con un’espressione che traspariva perplessità per quello che aveva appena udito. A parte quello, non disse più niente. Si voltò e tornò a pensare ai fatti propri mentre Josef lo stava ancora fissando. Solo in quel momento si accorse di un particolare che differenziava quel tizio da tutti quelli presenti in quella stanza. Non l’aveva notato prima, ma ora era chiarissimo.
Non aveva niente con se. Niente. Nessuna cartella, nessuna teca, nessun raccoglitore o scatola di sorta. Niente. La curiosità a quel punto cominciò ad insinuarsi, sempre più avida di conoscere, nel corpo di Josef, il quale aprì bocca e cominciò di nuovo a rivolgergli la parola.
In quel momento l’indicatore posto sopra lo sportello dell’ufficio cambiò: il 26 scomparve per cedere il passo al 27.
“Mi scusi…”, disse Josef con un tono di voce cauto e sommesso.
“Si… che c’è?”, disse l’altro voltandosi.
“Mi lasci presentare. Io sono Josef Stein. …”, disse abbozzando un ampio sorriso mentre nel frattempo gli porgeva la mano destra. L’altro porse la sua. Ci fu una breve e decisa stretta di mano ed al termine il tizio concluse quel breve rituale con un semplice: “Piacere.”. Detto quello si voltò e torno a navigare tra i suoi pensieri.
Josef rimase turbato di quel modo di fare. Non si era comportato in modo sgarbato, ma al tempo stesso c’era qualcosa in quel tipo che lo colpiva. Qualcosa che nessuno sarebbe stato capace di descrivere. Josef però non era tipo da scoraggiarsi, e quindi continuò a parlare. Aprì bocca e si rivolse a quello strano interlocutore con una confidenza tale che nessuna persona avrebbe mai immaginato concedere ad un’altra conosciuta da soli pochi minuti. Ma per Josef questo particolare non era importante.
“Senta,… mi scusi,… devo confidarle che durante l’attesa in questo posto affollato non ho potuto fare a meno di guardare ed osservare tutte le persone presenti, e mi lasci dire che lei in particolare mi ha colpito…”, a quel punto si interruppe. Capiva che forse parlando in quel modo il discorso poteva essere interpretato in modo ben diverso da come lui intendeva, e quindi cercò subito di chiarire quel punto.
“… non si faccia venire strane idee in testa. Lei ha suscitato la mia curiosità solo a causa di un particolare che la differenzia da tutte le persone presenti in questa sala…”, fece una breve pausa e poi riprese, “… si, lo so, devo ammettere inoltre che riconosco di essere una persona molto curiosa e forse invadente in certi casi, però, se non le dispiace, in questo momento vorrei poter soddisfare la mia curiosità cercando di dare una spiegazione a quello che ha percepito il mio intuito.”
L’uomo lo ascoltava senza proferir parola. Nessun cenno, nessun segno sul volto.
“Mi scusi, …”, continuò Josef cercando di scusarsi, “… se per caso la sto infastidendo me lo dica pure, io non mi offendo. Anzi, la capisco benissimo, forse anche io non gradirei che uno sconosciuto incominciasse a parlare con me in questo modo.”
L’uomo lo guardò, e poi con calma disse: “Non si preoccupi. Lei non dà fastidio.”
“La ringrazio…”, rispose rassicurato Josef. Aspettò qualche secondo e poi ricominciò a parlare senza timori, “… come le stavo dicendo, in lei c’è un qualche cosa, un particolare che la differenzia da tutte le persone presenti in questa stanza, me compreso. Ora, non so se mi posso permettere di farle questa domanda, però, dato che mi ha detto che non le reco fastidio,…”.
Si fermò e, fissando ancora la benda che gli copriva l’occhio destro, attese un paio di secondi prima di tornare a parlare.
“Come vede, qui ci sono persone che stringono tutte qualcosa in mano. Tutte ritengono di aver inventato qualcosa di nuovo ed utile e tutte sono qui con i progetti delle loro idee o delle loro invenzioni. Anche io in questo tubo di plastica conservo i progetti della mia scoperta. Ma lei… lei non ha nulla con sé! E questo mi incuriosisce. Molto… quindi, per favore, mi potrebbe dire qual’è la sua invenzione?”
Detto quello rimase in silenzio. Ora toccava al suo interlocutore aprire bocca e parlare, sempre che ne avesse avuto voglia. Nel frattempo diede un fuggitivo sguardo all’indicatore numerico posto sopra lo sportello dell’ufficio. In quel momento segnava il numero 28. Subito dopo tornò a focalizzare l’attenzione sull’uomo, il quale non si era nemmeno voltato a cercarlo con gli occhi. Era ancora lì, fermo nella sua posizione, senza accennare il benché minimo movimento. Rimase così per molto tempo e solo quando Josef stava per cominciare a pensare che non avrebbe mai risposto alla sua domanda si voltò, e cominciò a parlare.
“Non so se è mai stato in una biblioteca in vita sua,… però se le devo dare un suggerimento, in tutta sincerità glielo sconsiglio. E’ sempre la stessa storia. Ogni giorno …”

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea è nata dalla scena finale che è stata inserita all’ultima pagina del romanzo. Si tratta di un colpo di scena a cui non si può rimanere indifferenti. Da quel punto ho sviluppato una trama che permettesse di arrivare fino a quel punto.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Non molto. L’idea base della trama era chiara in testa. Ogni tanto posso aver avuto delle difficoltà ma alla fine la stesura è proseguita in modo abbastanza regolare.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Principalmente Stephen King, Clive Barker, Dean Koonts, John Grisham.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Vivo a Roma dal 1994. In precedenza ho vissuto a Bolzano e poi per sette anni a Salerno.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Continuare a scrivere. Al momento ho già pronte le idee per tre nuovi romanzi le cui storie mi piacciono molto. Devo solo avere il tempo di fissare su carta le parole che ho in testa.

Categoria: AutoriTag: nuovi autori

Con il vento a favore: presentazione del libro e intervista a Roberta Capriglione

Parliamo oggi del primo libro di Roberta Capriglione, "Con il vento a favore"

Aggiornato il 25 Novembre 2023 da Matteo Carriero

Con il vento a favore
Edito da Capponi Editore nel 2018 • Pagine: 225 •

Olivia è una ragazza come tante, ha un lavoro che non la soddisfa completamente, un compagno stabile con il quale vive un rapporto privo di passione e una vita che ha sempre immaginato e alla quale si è assuefatta senza rimpianti.
Molto presto però la ragazza si troverà a fare i conti con una serie di eventi che ne scuoteranno profondamente l’esistenza. I castelli di sabbia inizieranno pian piano a sgretolarsi, mettendo la donna di fronte ad una nuova consapevolezza: nella vita non sempre tutto va come avremmo voluto.
Olivia è una donna forte e risoluta e non impiegherà molto tempo a comprendere che il punto di partenza è solo uno: se stessa. E sarà proprio quello il principio della sua rinascita.
Si troverà costretta a riorganizzare la quotidianità e a combattere contro noia e frustrazione, vivrà momenti di forza e altri di estremo sconforto, ma in questo modo, si renderà conto che solo abbattendo i muri della consuetudine si può costruire una vita libera da schemi, da aspettative sbagliate e sogni illusori. Una volta capito questo, la sua vita cambierà; tutte le circostanze inevitabilmente saranno attratte dalla nuova consapevolezza della donna. Olivia scoverà in se stessa una forza che non pensava di avere e, con l’aiuto delle amiche di sempre, troverà il coraggio di reagire e di andare avanti, verso la ricerca della felicità. E ben presto, nella sua vita entrerà un uomo misterioso, con il quale allaccerà un rapporto inusuale, basato sulle pagine di un libro antico… Giorno dopo giorno, la donna comprenderà che solo superando i propri limiti si può trovare la "vera" strada. E nel frattempo, la storia con “l’uomo del libro” diventerà sempre più coinvolgente e stimolante, con la complicità di un vecchietto bizzarro.

Un estratto dal libro scelto dall autore

Per un attimo il mio pensiero vola verso il ricordo del suo sguardo. Due occhi magnetici, profondi, che sembrano entrare direttamente nell’anima. Lui non guarda, lui entra nelle profondità più nascoste dello spirito, nei meandri più remoti del mio Io. Il suo sguardo mi trascina in un mondo sconosciuto, inesplorato, dove ci siamo solo noi: io e lui.
È una magia, un incantesimo. È un nuovo mondo…
Ma che senso ha tutto questo? È talmente assurdo, sto impazzendo, ma questo non è il momento di pensarci, ho abbastanza tempo per capire dove mi condurrà questa follia. Mi riconcentro sul libro. Riguardo quello che ho scritto:
“..è solo perché quegli occhi avevano bisogno di essere trovati.”
Chi sei uomo misterioso? Qual è il significato di questo libro?
È dannatamente vero. Per tutto questo tempo ho cercato qualcosa senza sapere dove trovarla. Forse ho sempre sperato che qualcuno prendesse la mia mano per condurmi da qualche parte, o che semplicemente mi indicasse una direzione. E’ proprio questo il senso della frase che ho scritto di getto, senza nemmeno sapere io stessa cosa volessi intendere.
La perdita del lavoro, il tradimento e tutto quello che inevitabilmente è accaduto, sono stati solo degli scossoni, dei fattori esterni piovuti dal cielo per farmi cambiare rotta. La mia vita “pseudo perfetta” in realtà era solo una splendida gabbia dorata che avevo costruito con le mie stesse mani per paura. Io l’avevo scelta come riparo da ogni tipo di emozione forte e come scudo da ogni sofferenza. Ma non avevo messo in conto che prima o poi dalle prigioni si vuole scappare e che arriva sempre il momento in cui un’aquila capisce che il proprio istinto è quello di volare e non di rimanere imprigionata in una, seppur splendida, voliera.
La mia convivenza è stata un fallimento, il lavoro non era altro che una fonte di frustrazione, ma io continuavo imperterrita a considerare quella vita, perfetta e non l’avrei mai cambiata se non fosse stato per le circostanze esterne. Quindi ora più che mai sono convinta che nelle avversità si nascondono le occasioni più grandi e propizie, d’altronde certe cose si possono capire solo uscendo dalla gabbia.
Adesso ho solo un desiderio, quello di volare via.
Riabbasso lo sguardo sul libro e mi soffermo sulla sua scrittura: a prima vista è meravigliosa, sembra quella degli uomini di atri tempi; fantastica! Ho sempre avuto una predilezione per le scritture particolari, soprattutto per quelle arzigogolate, con T lunghe, B, P e D attorcigliate e originali. Non sono un’esperta di scrittura, ma quando mi imbatto in caratteri di questo tipo, ho l’impressione di avere davanti una persona creativa e poco piatta: decisamente interessante. Ma mi basta ripensare al suo sguardo per scoprire i misteri dell’universo. Stringo un pugno e inizio a leggere.
«Non nascondo la sorpresa e la gioia di trovare una tua risposta.
Ma andiamo con ordine…
“…è solo perché quegli occhi avevano bisogno di essere trovati…”
Non sono un estimatore della parola “bisogno”. Ti aspetti davvero che un principe azzurro dal cavallo alato ti prenda con sé, per portarti via in un mondo lontano e meraviglioso? Rimanendo in tema fiabesco, non credi forse che Cenerentola avrebbe potuto ribellarsi e scappare da sola anziché sottomettersi alla matrigna? Vedi, io penso che gli occhi si incontrino perché quello è il loro momento e non perché abbiano alcun tipo di necessità, se non quella di trovarsi.
Vuoi sapere chi sono? Sono uno come tanti. Lavoro, vado al cinema e sono un amante dell’opera. Ti starai chiedendo come mai una persona comparsa dal nulla sia qui a scrivere su un assurdo libro artigianale. Stai tranquilla, non sono un matto e non sono pericoloso. Il tuo sguardo non mi ha lasciato indifferente e, se me lo consentirai, andrò fino in fondo, per capire chi si cela dietro quella patina di malinconia. Perché non davanti ad un buon calice di vino? Ci sarà anche quello se vorrai. Ma prima voglio conoscerti per davvero, senza gli imbarazzi e le inibizioni che un incontro fisico inevitabilmente comporterebbe. Potrei chiederti il numero di telefono per parlare liberamente, oppure riversare la conversazione su una chat, più rapida e immediata. Ma credimi, per quando la tecnologia possa essere d’aiuto, toglie la magia e la poesia del dialogo. E’ inusuale, lo capisco, e capisco anche se deciderai di mettere fine a questa assurda conversazione. Ma lasciami dire solo una cosa: non sempre ciò che reputiamo convenzionale potrà garantire una strada priva di ostacoli o di rischi. Sta a te decidere se buttarti in una avventura apparentemente priva di senso o meno.
Un’ultima cosa. Se deciderai di scrivere, lascia il libro nel negozio di antiquariato dietro il bar.
Aspetterò la tua risposta con fiducia. V.»
Chiudo il libro e lo stringo forte al petto, poi faccio un respiro profondo e mi sdraio sull’erba, continuando a respirare lentamente, come se volessi fermare il tempo.
Rimango in questa posizione, senza muovermi e senza pensare a nulla per qualche minuto. Voglio solo essere il più rilassata possibile per rielaborare ogni sua singola parola. Il cuore inizia a battere all’impazzata non appena il mio pensiero ritorna alla sua scrittura, alle sue frasi, al suo sguardo. Ed è proprio ciò che vedo nel libro: degli splendidi occhi magicamente materializzati nelle parole appena lette, occhi che mi guardano come se fossero fisicamente davanti a me.
Rimango per terra e mi metto supina. Riapro il libro e rileggo le sue parole una, due, dieci volte e ad ogni lettura mi rendo sempre più conto che quell’uomo è proprio ciò di cui ho bisogno in questo momento. Sorrido, mi sento tremendamente bene per la prima volta dopo mesi, anzi, di più. Non poteva capitarmi stampella migliore! Accidenti, questa è una delle cose più incredibili che mi sia mai successa. Sembra che il vaso di Pandora che ho scoperchiato, stia attirando le situazioni più assurde, e sono sicura che se l’avessi lasciato chiuso sarei rimasta trincerata nel mio piccolo mondo fatto di paure e abitudini.
Mi chiede se mi voglio buttare in una avventura apparentemente priva di senso? Non voglio altro! Non voglio davvero altro.
Non perdo tempo; mi siedo sulla panchina, prendo la penna che fortunatamente conservo sempre in borsa e inizio a scrivere. Fremo dalla voglia di comunicare con questa persona, è come se non aspettassi altro che ricevere un qualsiasi cenno da parte sua. Una chat sarebbe stata perfetta, immediata, senza tutti questi inutili giri e tempi morti, ma è l’ultimo uomo sulla faccia della terra da cui mi potrei aspettare qualcosa del genere. È così retrò… Sembra uscito direttamente dal libro di pelle che mi ritrovo sulle ginocchia. E va bene, mi armerò di pazienza e cercherò di calarmi in questo mondo fantastico, quanto assurdo.

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea di scrivere “Con il vento a favore” è nata per puro caso. Non ho mai pensato di poter fare una cosa del genere, visto che ho sempre lavorato in altri settori. È successo che un giorno, come per magia ho posato le mani sul computer ed è iniziata questa incredibile esperienza. Non avevo in testa né lo schema, né una trama da buttare giù, ho chiuso gli occhi e mi sono ascoltata, senza sapere dove andare. Ho seguito il vento ed è stata una scoperta meravigliosa…

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Non ho avuto particolari difficoltà a portare a termine il romanzo. Certo, non avendo un’idea di massima in testa, mi è capitato di trovarmi davanti a punti morti e chiedermi: “e adesso che scrivo?”, ma la voglia di andare avanti è sempre stata talmente forte da farmi continuare come un fiume in piena, con grandissimo entusiasmo.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Cerco di non farmi influenzare in alcun modo dai libri che ho letto. Sono alla ricerca di uno stile personale, anche se ormai si è scritto di tutto e sono state utilizzate tecniche di ogni genere. In ogni caso il mio obiettivo è quello di trovare una strada tutta mia, per evitare di essere paragonata o di auto-paragonarmi a qualcuno. Se proprio dovrà essere, mi auguro che siano gli altri, un giorno, ad ispirarsi alla Capriglione. A parte gli scherzi, per tutto il periodo di stesura del libro mi sono rifiutata di leggere altro e anche ora faccio un po’ fatica, proprio per evitare contaminazioni. È un rifiuto istintivo, sbagliato forse, ma naturale. Passerà di certo…

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Vivo a Roma dal 2001. In passato ho vissuto a Catanzaro, a Milano e a Parma.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho scritto un secondo romanzo, dal titolo “Variazione”. Con il vento a favore non ha neanche un anno di vita, quindi sto andando molto a rilento con la ricerca di un nuovo editore, non voglio mettere troppa carne sul fuoco. Non ho fretta, anche se il desiderio di fare un salto in avanti e di proseguire in questo incredibile cammino c’è ed è in continuo fermento! Continuerò, non ho nessuna intenzione di fermarmi proprio ora. Questo è solo l’inizio.

Categoria: AutoriTag: nuovi autori

La maledizione del vampiro: presentazione del libro e intervista ad Amelia Agnusdei

Un'anteprima dal libro 'La maledizione del vampiro' e cinque domande all'autrice

Aggiornato il 25 Novembre 2023 da Matteo Carriero

La maledizione del vampiro di Amelia AgnusdeiLa maledizione del vampiro
Edito da Amelia Agnusdei nel 2018 • Pagine: 396 •

Romanzo gotico ambientato in un piccolo paese del sud Italia dei nostri giorni, che rispolvera una delle figure più tetramente leggendarie dell’Europa orientale di qualche secolo fa: la contessa Erzsébet Báthory, una sorta di Dracula al femminile, passata alla storia per essere stata accusata di aver fatto sparire e uccidere centinaia di fanciulle di campagna al fine di usarne il sangue come elisir di giovinezza. Un antico libro maledetto e una frase pronunciata con leggerezza da un giovane scettico spalancano le porte dell’incubo ed Erzsébet Báthory, pericoloso vampiro esiliato da quattrocento anni in una tomba, si ritrova a vagare sulla terra.

Un estratto dal libro scelto dall autore

CAPITOLO 35
…FINCHÉ NON LO VEDI

ČACHTICE, 31 LUGLIO 1585

«Non sono io a celarmi ai tuoi occhi, mia cara. È il tuo modo di vedere a essere sbagliato. Cerchi di vedermi attraverso quello che ti circonda. Cerchi un segno, chiaro ed evidente. Cerchi di vedermi attraverso la luce che offusca i tuoi occhi, ma io non sono una creatura di luce».
Erzsébet Báthory non capiva se si trattava della sua immaginazione. Eppure, quella voce sembrava decisamente reale. La cercava costantemente e la sentiva. Azazel le parlava e non solo in sogno. Ormai accadeva anche quando era sveglia, ma non aveva mai visto il suo viso.
Erano passati poco più di dieci anni dal matrimonio combinato con conte Nádasdy. Da quel matrimonio, era da poco nata la loro primogenita, Anna Nádasdy, ma la vita nel castello era diventata sempre più opprimente, tanto che Erzsébet aveva iniziato a mostrare il suo disagio e a esercitare il suo potere dispotico su chi non era in grado di reagire, punendo più duramente le serve e arrivando persino a ucciderle. Quanto era appagante vedere come il coltello accarezzasse le loro carni!
Quella sera, la nutrice Ilona Joo aveva preferito non disturbare la sua padrona. Era salita per avvisarla che aveva appena finito di allattare sua figlia Anna e l’aveva fatta addormentare, ma preferì non bussare alle porte delle sue stanze.
Erzsébet parlava da sola. Di nuovo.
«Che cosa mi sarebbe concesso vedere in assenza di luce?», domandò la contessa Báthory alla voce che udiva.
«Ascolta la notte, Erzsébet», le disse quella voce. «Ascolta il suo mistero che si consacra nel mondo, nascondendo la verità palese che ha origine nella luce e svelando quel miracolo che nasce con la morte del giorno, quando cala il buio e il sole decade, scomparendo all’orizzonte. È il solo momento che rivela ciò che altrimenti non potremmo né vedere né sentire, distruggendo i confini del mondo e permettendo che questo diventi una sola cosa con l’intero creato, palesandosi in uno spettacolo d’indiscutibile bellezza e fascino».
Erzsébet indugiò su ciò che stava fissando da oltre un’ora dall’alto castello di Čachtice. «Le stelle», disse, comprendendo le parole che quella voce le aveva lasciato. «Un universo di anime trionfanti».
«Baluardi di mondi lontani, la prova della maestosità di ciò che esiste, di un mondo infinitamente più grande in cui si può prendere parte attraverso un’esistenza superbamente gloriosa e infinita».
Erzsébet annuì. «Ed è quello che vorrei», disse. «Vorrei essere anch’io la figlia della notte per scoprire ciò che altrimenti non potrei vedere. Vorrei distruggere anch’io i confini della vita e del giorno per andare oltre. Per vedere di più».

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

Difficile dire come sia nata l’idea di questo romanzo, non solo perché avvenuta ormai sei anni fa, ma anche perché inizialmente l’azione ha preceduto l’idea stessa. Si trattava di qualcosa di non definibile, un bisogno di tirare fuori una storia, come se si nascondesse già da qualche parte nella mia mente. Mi rendevo conto che il romanzo prendeva vita spontaneamente, man mano che ne scrivevo i capitoli, senza che ci fosse niente di prestabilito o prefissato, una scaletta o l’impostazione embrionale dell’opera nella sua interezza. Più scrivevo e più quella storia iniziava ad avere vita propria, iniziava ad avere un senso!

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

In termini di tempo, portarlo a termine non è stato molto semplice. La stesura è iniziata quando andavo all’università e non avevo sempre modo di scrivere quando volevo. Quello che scrivevo, però, allo stesso tempo mi era di stimolo e la stesura in sé non è stata complessa! Al contrario, è stata essa stessa di ispirazione.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Questo è davvero impossibile da dire. Scrittura e lettura sono due passioni che tendono spesso a influenzarsi l’un l’altra, ma talvolta in maniera inconscia. Ho cercato di scrivere secondo quello che personalmente sentivo, una storia in sé drammatica in un contesto gotico mitigata da alcuni passi ironici e giocosi. Ognuno, in questo e a suo modo, potrebbe ravvedere dei riferimenti che io per prima ignoro.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Ho sempre vissuto in un piccolo paese del sud Italia, Lizzano, luogo dove oltretutto è ambientato il mio romanzo.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Indubbiamente, continuare a scrivere. Attualmente mi sto già dedicando alla stesura di un secondo romanzo, ma ho già più di qualche idea da portare a compimento. Differentemente dal primo romanzo, però, sono le idee a precedere la stesura.

Categoria: AutoriTag: nuovi autori, vampiri

Le fronde del salice: presentazione del libro e intervista a Ginevra Alpi

Un'anteprima dal libro 'Le fronde del salice' e cinque domande all'autrice

Aggiornato il 25 Novembre 2023 da Matteo Carriero

Le fronde del salice di Ginevra AlpiLe Fronde del Salice
Edito da Genesis Publishing nel 2016 • Pagine: 480 •

“Un romanzo di formazione e di avventura. Le fronde del Salice narra di un gruppetto di ragazzini strampalati che s'immergono in un'emozionante caccia al tesoro, e la seconda Guerra Mondiale rivive dalle pagine di un antico manoscritto. Narrazione pura ed esaltante fatta di enigmi e rompicapi che daranno filo da torcere alla nostra protagonista Stella Maris e ai suoi amici sconclusionati ma fedeli alla "causa". Dedicato agli appassionati di storie per ragazzi, ma con temi forti e profondi. Una ragazzetta senza peli sulla lingua vi trascinerà direttamente nel passato, senza farvi perdere il contatto con il presente.”
[L'Editore]
Quando il quindicenne scavezzacollo Christian si trasferisce con la madre nel vecchio Condominio del Salice Argentato, non sa ancora cosa lo attende. Un gatto misterioso, un vecchio nottambulo, rumori dietro le pareti... Quale grottesco segreto nascondono quelle mura? Ma soprattutto chi è Stella Maris, la vicina eccentrica, iperattiva e arrogante? Insieme agli amici, i due si troveranno presto a fare i conti con una vera e propria caccia al tesoro, che sconvolgerà per sempre la loro scanzonata adolescenza. Saranno costretti a dover lottare contro ostacoli più grandi di loro, a difendersi da nemici spietati, ad affrontare il buio di antri pieni di insidie. La ricerca li condurrà negli abissi della loro mente e della storia umana. Il loro coraggio sarà messo alla prova, e anche la fiducia in chi avrebbe dovuto proteggerli. Ma forse la soluzione non è così difficile, e si nasconde in una poesia...

Un estratto dal libro scelto dall autore

Le lancette luminose della sveglia segnavano le due e dieci minuti. Ormai si poteva dire completamente sveglio. Ma dov’era? Il buio si tagliava con il coltello, ma immaginò di essere nella camera dei suoi genitori, che dormivano poco più in là. Nell’oscurità si udiva soltanto il ticchettio dell’orologio e uno strano lamento, da neonato, proveniente da qualche parte all’esterno della casa. Pensò che qualcuno avesse dimenticato quel bambino fuori dalla porta: piangendo tutta la notte aveva esaurito le lacrime, e ora riusciva solo a emettere strani gemiti. Christian si rigirò nel suo giaciglio, in cerca di pace, e in quel momento capì che si trovava su un divano. Dormiva in salotto, il suo letto non era ancora pronto. Aveva deciso lui così, non sapeva nemmeno perché. “Tu dormi nel letto, io sul divano!” Ed era stata l’unica cosa che lui e sua madre si erano detti in tutta la serata, a parte l’augurio di buona notte da parte della madre, rimasto senza replica. Quando era rientrato l’aveva trovata immersa nella lettura di un libro che doveva essere parecchio interessante, in mezzo a una nube di fumo azzurrino. Ma Christian odiava i libri. L’unico che aveva letto fino alla fine era sul sesso, e pieno di immagini. E comunque preferiva di gran lunga le foto prese dal web. Quei flashback però apparivano strani e irreali alle due di notte, facevano parte di un’altra dimensione, forse era meglio lasciarsi andare a pensieri più rilassanti… Ma ecco di nuovo quel lamento, e finalmente Christian capì: non era un bambino.
Era un gatto.
Cosa aveva da miagolare a quell’ora? Christian si turò le orecchie con le lenzuola, sospirando; per fortuna quel rompiscatole sembrava avere l’intenzione di andarsene fuori dalle palle!
A un certo punto sentì un rumore. Veniva da dietro una parete, in un tratto che non era in comune con nessun’altra stanza della casa. Era un suono leggerissimo, quasi un fruscio, come se qualcosa sbattesse contro il muro in vari punti. In un primo momento lo ignorò. Doveva averlo già sentito prima, forse nel dormiveglia. Poteva essere semplicemente una falena rimasta bloccata in casa. Ma poi si rese conto della continuità, della stranezza di quel fruscio che si ripresentava ora lontano, ora vicino, ora a destra, ora a sinistra. Mezz’ora dopo si aggiunsero altri strani rumori alla base del muro, come se qualcosa si stesse sbriciolando…
“Che palle, non si può mai stare in pace!”
Accese l’abat-jour sistemata sul tavolino e la luce lo accecò. A occhi semichiusi si avvicinò al muro, ma rimase esterrefatto. Non c’era assolutamente nulla. Eppure i rumori continuavano.
Si lasciò cadere sul divano, molleggiando. Il suo sguardo cadde su un luccichio proveniente da uno scaffale davanti a lui: la torcia elettrica. La prese e, in punta di piedi, si diresse verso il balcone. Aprì la portafinestra, ma la maniglia di ferro cigolò e la porta produsse un rumore infernale. Rimase ritto sulla soglia, in ascolto: dalla camera di sua madre non venne alcun suono. Allora uscì, immergendosi nella notte di fine estate.
Il cielo era violaceo, si udiva solo qualche auto e ululato in lontananza, ma in quella zona tutto era freddo e silenzioso. Raggiunse l’estremità del balcone a passi felpati e ispezionò il muro con il fascio di luce della torcia. C’era una rientranza subito dopo il suo balcone; nessun locale in cui qualche vicino si fosse deciso, alle due di notte, di scrostare l’intonaco. Non capiva se stesse sognando o meno, nella sua testa ronzavano rumori e turbinavano immagini indistinguibili… A un certo punto si vide nel buio, a ispezionare con una torcia un dannato muro, e si sentì un idiota. Tornò indietro, ma compiuti tre passi si arrestò di nuovo.
Nel parcheggio davanti al palazzo, sotto la luce dei lampioni, qualcosa si muoveva. Non era certo un tizio intenzionato a recuperare la propria macchina. Stava lì nello stesso punto e gesticolava in modo strano, con in mano un misterioso oggetto che pareva il manico di un ombrello, e che ogni tanto levava al cielo. Sembrava stesse discutendo animatamente con qualcuno… ma non c’era alcun interlocutore! Christian rientrò di fretta in salotto e si infilò tra le lenzuola. I rumori iniziarono a scemare e un vortice di pensieri confusi lo avvolse, sprofondandolo in un sonno senza sogni.

Non fece in tempo ad aprire il garage che si udirono passi nel cortile. Riconobbe la voce. «Oh, buonasera!» Christian gettò istintivamente uno sguardo all’orologio: erano le dieci del mattino. Nel cortile illuminato comparve l’alta sagoma di una ragazza, i capelli raccolti in due codini lunghissimi che brillavano di riflessi ramati alla luce mattutina. Portava una lunga maglia verde fatta a mano e aveva un bambino di circa due anni in braccio, che fissava Christian intontito.
«Jessica, ti presento Christian! Christian, ti presento Jessica, figlia di mia zia “scappo-di-casa-col-primo-coglione-e-ritorno-con-la-coda-fra-lezampe-e-un-figlio.” Che naturalmente ha appioppato a noi.»
Christian afferrò il casco, ma questo gli sfuggì dalle mani, rotolando rovinosamente a terra. La bambina scoppiò a ridere.
«Hai visto? La fai ridere! In pochi ci riescono.»
“Oh, Cristo santo. Non stamattina, stronza di una matta!”
«Dormito bene, stanotte?» chiese Stella Maris, cambiando tono.
«No.»
«Sentito qualche rumore strano?»
Christian si mise sull’attenti. «Sì… beh… che cos’era?»
«Mah… non saprei…» rispose l’altra, con fare misterioso. E tacque. Christian decise di non indagare oltre e spinse lo scooter sgangherato fuori dalla rimessa. Sua madre era già partita, l’avrebbe raggiunta in un secondo. Prima di accendere il motore fece in tempo a udire Stella Maris che litigava con la bambina. «No, non sono code di cavallo. Piantala. Piantala, ho detto e… Ahia, stupido barattolo, molla subito i capelli! Mollali! Molla subito…» Un rombo terrificante esplose nel cortile, sembrava un elicottero mezzo scassato in partenza. Il ragazzo montò in sella e saettò via, in preda all’ebbrezza della velocità. Mentre raggiungeva la strada, attraverso lo specchietto retrovisore intravide Stella Maris correre verso di lui: la vide fermarsi in mezzo al cortile e, con la bambina sempre in braccio, fissarlo finché non si fu allontanato. “Ecco, mi perseguita anche attraverso gli specchi.”

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

L’idea di questo libro è nata dalla mia eterna passione per le avventure, le cacce al tesoro, i misteri e i passaggi segreti: un filone narrativo e cinematografico forse passato di moda, ma che non smette di affascinare le persone che, come me, sono cresciute a suon di Goonies, Indiana Jones e Tomb Raider. I protagonisti sono adolescenti perché la trama è nata in quella fase delle mia vita, in cui fantasticavo di messaggi in codice nello stabile in cui vivevo. Il personaggio principale è frutto del desiderio di creare una personalità particolare, fuori dagli schemi. Ho voluto comunque un testo leggibile anche da un pubblico adulto, infatti svariati temi si intrecciano con quello primario (le turbe caratteriali, la storia, la morte, la letteratura e la poesia).

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

La stesura è stata abbastanza lunga e complessa: avendolo iniziato e abbandonato più volte, in tutto è durata quasi dieci anni. Ho dovuto documentarmi molto e incastrare minuziosamente numerosi spezzoni affinché l’intreccio risultasse un minimo credibile.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Per quanto riguarda il genere, mi hanno ispirato un po’ tutti i libri d’avventura e di formazione per ragazzi, cito in particolare Il Giardino Segreto di Frances Burnett. Nella creazione del personaggio principale, invece, ho subito il fascino delle eroine femminili forti ed eccentriche, come Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Ho sempre vissuto e vivo attualmente nel nord Italia.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ho scritto e ho in programma lo sviluppo di altre storie, di genere avventuroso e fantascientifico. Amo molto i romanzi d’evasione che però rechino con sé degli spunti di riflessione.

Le fronde del salice: booktrailer

Categoria: AutoriTag: nuovi autori

Las Vegas la splendida: presentazione del libro e intervista a Mike Carpenter

Un'anteprima dal libro Las Vegas la splendida e cinque domande al suo autore

Aggiornato il 25 Novembre 2023 da Matteo Carriero

Las Vegas la splendida di Mike CarpenterLas Vegas la splendida
Edito da Mike Carpenter nel 2018 • Pagine: 175 •

Las Vegas attira 43 milioni di visitatori ogni anno, provenienti da ogni parte del mondo. Vengono per partecipare a fiere e convegni, per giocare d'azzardo, per cenare in alcuni dei migliori ristoranti del Paese, per prendere il sole a bordo piscina, qualche volta perfino per sposarsi. Quasi sempre alloggiano presso uno dei giganteschi mega-resort sorti su ambedue i lati di Las Vegas Boulevard South, il viale universalmente noto come Strip. Questo è un breve racconto di come e quando quei colossi di vetro e cemento sono stati realizzati e delle vite avventurose degli uomini che hanno osato sognare in grande.

Un estratto dal libro scelto dall autore

«Si può discutere su chi ha dato il via allo Strip di Las Vegas, ma non esistono dubbi sul fatto che sia stato Jay Sarno a cambiarlo per sempre» (cit. da Las Vegas Review Journal, 1999, uno dei due quotidiani della città).
È veramente impossibile sovrastimare l’impatto che quest’uomo cicciottello e tracimante energia ha avuto sulla storia dello Strip. All’epoca, nella prima metà degli anni ’60, gli hotel-casinò costruiti dalla malavita – che tanta parte avevano avuto nel creare il mito di Las Vegas – erano vecchiotti e non più in grado di far sognare. I loro temi (il Far West, l’Arabia, il Marocco, i tropici, la Costa Azzurra, lo spazio) erano eseguiti in maniera superficiale e poco coinvolgente. Non solo: per la prima volta nella storia, l’immensa classe media americana cominciava a disporre di denaro non indispensabile per la vita quotidiana e pertanto disponibile per spese voluttuarie, che gli americani chiamano discretionary spending. Ricordo che – nei due decenni precedenti – i casinò dello Strip erano frequentati per lo più da gente dalle ampie possibilità economiche, che amava presentarsi in abito da sera nei vari ristoranti e club. Qualunque giocatore di mezzi limitati era immediatamente etichettato come vizioso e irresponsabile.
Ma ora siamo agli inizi della rivoluzione culturale che passerà alla storia come il ’68 e ogni cosa sta per cambiare. Andy Warhol sta cominciando a mostrare agli americani e al mondo un modo diverso di guardare alla realtà. Nel 1962 aveva esposto a New York la sua “Marilyn Diptych”, considerata da numerosi critici una delle dieci opere più importanti dell’arte moderna. I Beatles stanno cambiando la storia della musica pop.
È in questo contesto che irrompe Jay Sarno. Nato nel 1922 da genitori di scarsi mezzi, che però riuscirono a mandarlo all’università a studiare Economia, proprio all’Università del Missouri incontrò Stanley Mallin, che diventò il suo più grande amico, nonché socio in affari per la vita. Ambedue combatterono nel teatro del Pacifico durante la seconda guerra mondiale, per poi mettersi in affari insieme a guerra finita. Dopo un periodo come venditori e installatori di piastrelle a Miami e un altro come imprenditori edili ad Atlanta, i due si riciclarono nel settore dei motel. Sarno aveva una certa (limitata) esperienza nel campo, grazie ad alcune estati trascorse – durante gli anni giovanili – a dare una mano a suo fratello, che possedeva un piccolo albergo. Il primo Cabana Motel sorse ad Atlanta ed ebbe un successo tale da permettere a Sarno e Mallin di espandere l’attività, aprendone un secondo a Dallas e un terzo a Palo Alto. Ma Sarno, che – da gambler appassionato – si fermava spesso a Vegas a giocare d’azzardo, aveva capito che avrebbe potuto guadagnare molto di più con un solo hotel-casinò che con un’intera catena di motel. Nel 1961 decise che quella sarebbe stata la sua strada.
Nel 1962 ebbe luogo l’incontro che cambierà per sempre la vita di Sarno e, in prospettiva, il futuro dello Strip. Fu allora che Sarno e Mallin fecero conoscenza con Jimmy Hoffa, il potentissimo capo del “International Brotherhood of Teamsters” (più brevemente “Teamsters”), nome alquanto altisonante scelto dal sindacato dei lavoratori che rappresentava autisti, fattorini, magazzinieri e altri lavoratori privi di particolari qualifiche. Il potere di Hoffa, che guiderà il sindacato dal 1958 al 1971, derivava dal denaro accumulato nel fondo pensioni dei lavoratori rappresentati, che Hoffa gestiva praticamente a suo piacimento. Uno dei suoi investimenti preferiti era erogare crediti agli imprenditori intenzionati ad aprire dei casinò a Las Vegas, compresi quelli dalle amicizie discutibili. Nessuna banca, in quegli anni, era disposta a finanziare la costruzione di hotel-casinò e Hoffa diventò – di fatto – l’uomo al quale tutti gli operatori interessati a una fetta dell’azione di Las Vegas erano costretti a rivolgersi. Sarno questo lo sapeva bene ed è quindi a Hoffa che si rivolse per finanziare il suo sogno.
Hoffa prese immediatamente in simpatia Sarno: i due uomini erano fatti della stessa pasta. Ma, da abile uomo d’affari, pretese che Sarno e Mallin – privi di qualsivoglia esperienza nel campo dei casinò – si ripresentassero da lui soltanto se fossero stati in grado di coinvolgere nel loro progetto un socio dalle spalle più larghe delle loro, finanziariamente parlando. Fu così che Sarno e Mallin convinsero Nathan Jacobson, un conoscente di Sarno che era già diventato ricco di suo nel campo delle assicurazioni, ad entrare nell’impresa e – verso la fine del 1962 – ebbero accesso ai fondi di Hoffa.
Sarno, da par suo, aveva in mente un progetto grandioso, in grado di schiacciare qualunque concorrenza allora attiva sullo Strip. La mediocrità non gli si addiceva davvero. Il suo obiettivo dichiarato era quello di creare un vero e proprio palazzo dei lussi e dei piaceri, dove tutti i clienti potessero sentirsi imperatori per un giorno o due. Il nome Caesars Palace (“palazzo dei Cesari”) nacque così, come lui stesso spiegherà in seguito: non il palazzo di Cesare (che avrebbe necessitato dell’inserimento dell’apostrofo prima della s, cioè Caesar’s Palace), bensì il palazzo dei Cesari, perché chiunque doveva – per l’appunto – sentirsi Cesare (o Cleopatra). Pretese quindi dal suo architetto, Jo Harris (una donna), un profluvio di statue, colonne, capitelli, busti e fontane, affinché sullo Strip potesse nascere una raffigurazione – più o meno fedele –di come Sarno e gli americani si immaginavano l’antica Roma. Il Caesars Palace divenne con ciò il primo esempio di entertainment architecture, cioè un’architettura studiata per stupire e per coinvolgere il visitatore in un’esperienza visiva nuova e certamente più intensa del normale. Non era più solo il contenuto a dover divertire e intrattenere (casinò e spettacoli), bensì lo stesso contenitore, quindi l’edificio con la sua architettura. Accedere al Caesars Palace significava entrare in una dimensione diversa, lasciandosi la quotidianità alle spalle. Il futuro dello Strip era segnato.

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

Questo libro nasce diversi anni fa, quando frequentavo uno dei primi e più attivi forum italiani sul gioco del poker sportivo. Visto che sono sempre stato affascinato da Las Vegas, cosiddetta “città del peccato” (Sin City), a un certo punto ho deciso di fare un regalo agli amici del forum, mettendo a frutto le mie estese conoscenze sempre aggiornate sulla città per pubblicare una lunga serie di post che raccontassero la sua storia. In vista della pubblicazione di questo libro, quei post sono stati nel frattempo rimossi.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

È stato abbastanza complicato, anche perché il progetto è cresciuto nel tempo. Inizialmente mi sono detto: ho il materiale pronto, mi basta sfruttare le possibilità messe a disposizione da Amazon KDP e in pochi giorni avrò il libro online. Mica vero! Intanto, appena ho messo mano al testo mi sono reso conto che necessitava di molte migliorie: editing, aggiornamenti rispetto a quando l’avevo scritto per includere l’attualità, e del lavoro aggiuntivo per tramutare una serie di post in una narrazione coerente degna di un piccolo saggio storico, quale il libro è (il genere andrebbe definito narrative nonfiction). Poi, mentre ci lavoravo, mi è venuta l’idea di tradurlo sia in inglese che in tedesco, lingue che fortunatamente sono in grado di dominare per un testo tutto sommato semplice come questo. Per cui i tempi si sono allungati a dismisura, e la mole di lavoro pure. Ho pubblicato per prima la versione inglese, esattamente un anno fa, per far apparire ai lettori americani che l’originale fosse quello, con successive traduzioni in italiano e tedesco. Comunque, il libro è acquistabile in tre lingue, nelle due versioni (carta e ebook).

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

In realtà, questo è un progetto estemporaneo. I miei veri interessi sono di tutt’altro genere: leggo in massima parte autori di saggistica filosofica, teologica e storica, quest’ultima in massima parte riguardante la seconda guerra mondiale. Per quanto riguarda la narrativa, non saprei indicare autori di riferimento. Anche perché ne leggo pochissima e resto quasi sempre deluso da quello che leggo. Fatico molto a trovare spunti davvero interessanti e originali, anche presso gli autori più acclamati.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Milano è la mia città, dove sono cresciuto e dove sono rimasto fino ai 28 anni. Poi ho vissuto per oltre un decennio a Roma e ora sono nuovamente in Lombardia, in un piccolo centro.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Il progetto Las Vegas è stato più che altro un gioco, ma ora mi piacerebbe arrivare a pubblicare con una vera casa editrice. Ho già diverse idee nel cassetto e attualmente sto lavorando al mio primo romanzo, di cui non svelerò nulla!

Categoria: AutoriTag: nuovi autori

Petra Rubea: presentazione del libro e intervista a Pio Bianchini

Un'anteprima dal libro Petra Rubea e cinque domande al suo autore

Aggiornato il 25 Novembre 2023 da Matteo Carriero

Petra Rubea
Edito da WLM Edizioni nel 2015 • Pagine: 322 •

Il Montefeltro e la Romagna, nel XIII secolo, sono teatro di innumerevoli battaglie tra guelfi e ghibellini. Ponendosi alla testa delle due fazioni in lotta, secondo le convenienze del momento, per prestigio e tornaconto, le nobili casate dei Montefeltro e dei Malatesti rivaleggiavano fra loro.
Nel 1285, il conte Guido di Montefeltro, capo del partito ghibellino, signore di Urbino e capitano del popolo a Forlì e Faenza, è costretto ad arrendersi all’esercito guelfo e, dopo avere consegnato due figli in ostaggio a Papa Onorio IV, viene confinato a Chioggia. Nello stesso anno, a Cesena, un manipolo di uomini del conte Corrado di Pietrarubbia, appartenente a un ramo cadetto dei Montefeltro, prepara un’imboscata a Malatesta da Verucchio, futuro signore di Rimini, e loro alleato... Quattro anni dopo, nell’estate del 1289, il conte Corrado, occupa Urbino, cacciando dalla città i guelfi alleati dei Malatesti e richiamando in patria gli esuli ghibellini. A sua insaputa, nel 1293 suo fratello Taddeo scende la Valconca fino a Montescudo per incontrare Malatesta con cui stipula un’alleanza.
È in questo contesto storico che Pio Bianchini inserisce il suo racconto delle genti di Petra Rubea, nome latino di Pietrarubbia, facendo particolare riferimento alla vita e ai costumi del volgo. L’antico e cadente maniero di Monte San Lorenzo è retto da Bonzio, fido vassallo dei fratelli Corrado e Taddeo. Alvisio e Fraudolente, loschi figuri al soldo del conte Corrado, imperversano, sia in pace sia in guerra, commettendo atroci efferatezze e provocando radicali cambiamenti ai delicati e instabili equilibri tra le diverse fazioni politiche...

Un estratto dal libro scelto dall autore

Era ormai il tramonto di una splendida giornata di fine aprile del 1298. La temperatura era particolarmente mite, e il cielo terso e sereno. Oliviero, con la scorta di un soldato e dell’intrepido Lapo, l’uomo di fiducia di Bartolino, dopo un lungo giro nei suoi possedimenti, si accingeva a rientrare a Piega. Ormai era stanco di quelle passeggiate noiose e improduttive. Quel pomeriggio si era annoiato: non avevano incontrato quasi nessuno, se non qualche villico che, per la paura, si era affrettato o a nascondersi o, tutt’al più, a tentare di passare inosservato. Alla povera gente non piaceva affatto quel giovanotto arrogante e sfrontato che, per il solo gusto del divertimento, non perdeva mai un’occasione per mostrarsi strafottente con i deboli e gli oppressi: tutti cercavano prudentemente di evitarlo, soprattutto qualora non fosse accompagnato da suo padre o da suo fratello.
I cavalieri risalirono il fiume. L’acqua era davvero poca e, in alcuni punti, la Maricula dava l’impressione di essere diventata un modestissimo torrente.
Sull’altra sponda, nei possedimenti di Galasso, in una pietraia con qualche ciuffo d’erba e pochi sparuti cespugli, un pastorello minuto e moro, immerso in chissà quali pensieri e comodamente seduto su di un masso bianco, fissando il nulla custodiva il suo piccolo gregge. Tra poco sarebbe giunto il momento di rientrare all’ovile e, finalmente, di andare a cena dalla mamma. Il bambino non degnò di uno sguardo i tre uomini sull’altra sponda e, forse, non si accorse neppure che stessero passando.
Si sa che le bestie non sono intelligenti, almeno non quanto l’uomo. Le pecore, poi, sarebbero particolarmente stupide: basta che una sola di esse prenda l’iniziativa perché tutto il gregge, senza riflettere, la segua ovunque, anche in bocca al lupo.
Carlino se ne avvide troppo tardi. Una pecorella, forse attratta dall’erba più verde del vicino, attraversò il rigagnolo, subito imitata da tutte le altre.
“Ehi, ferma, ferma!”
Il fanciullo si scosse dal suo torpore, e lesto si alzò in piedi per rincorrere i fuggitivi. Guadò scalpicciando scalzo nell’acqua bassa.
“Moccioso, questa non è la tua terra!”
Gridò Oliviero frapponendosi tra il pastorello ed il suo gregge. Carlino sobbalzò e si sbiancò in volto per la paura. I tre uomini, sulle loro maestose cavalcature, erano imponenti e minacciosi.
“Signore, le pecore sono scappate…”
Il bimbo si portò una manina tra i riccioli scuri e scapigliati e singhiozzò spaventato. Quindi indietreggiò sino a ribagnarsi i piedi.
“Le pecore? Quali pecore? Io non ne vedo alcuna!”
Sghignazzò ironico Oliviero.
“Le mie pecore, signore…”
Frignò Carlino tra le lacrime.
Quell’arrogante cavaliere dagli occhi chiari e cattivi smontò per poi avvicinarsi.
“Servo, come osi parlare così ad un signore!”
Con la mano guantata gli allungò un tremendo ceffone, che lo sollevò scagliandolo a mollo tra i ciottoli. Il colpo fu tale che il fanciullo perse conoscenza. Quando rinvenne era buio, e i cavalieri e le pecore erano spariti. Il capo gli doleva, e sentiva in bocca il sapore amaro e sgradevole del sangue. La sua tunica era fradicia, e venne assalito da irrefrenabili brividi di freddo. La casa colonica era poco distante e, dopo qualche minuto, tremante e bagnato come un pulcino, giunse al sicuro.
“Padre, mi hanno rubato il gregge!”
Si disperò Carlino.
Uguccione corse all’ovile e trasecolò nel vederlo vuoto:
“Chi è stato?”
Carlino, terrorizzato, riuscì a farfugliare:
“Un cavaliere mi ha colpito…”
Il fanciullo fu fortunato. Alina, sua madre, era in cucina, intenta a preparare la solita brodaglia di verdure. Aveva un bimbo in fasce, un moccioso irrequieto che mal tollerava di essere immobilizzato e spesso abbandonato appeso a un trave del soffitto. Quando ciò accadeva, il poverino, strillando ininterrottamente a squarciagola, manifestava tutto il suo disappunto.
Al sentir le grida di suo marito, la donna scese dabbasso nell’aia, giusto in tempo per vederlo mentre allungava un calcio violento nel deretano di Carlino.
Alina era una donnina scura e minuta, anche se giovane e forte. Si affannò a difendere il malcapitato.
“Non picchiarlo! Non fargli del male!”
Suo figlio aveva un occhio pesto ed il labbro inferiore rotto e sanguinante: ella ritenne che fosse tutta opera di Uguccione.
“Disgraziato, che vuoi fare? Così lo uccidi…”
“Questo buono a nulla si è fatto rubare le nostre pecore!”
Si inferocì Uguccione.
Tutti urlavano come forsennati, compreso il neonato appeso al trave della cucina. Pure il cane, un bastardaccio spelacchiato del colore del fango, prese a latrare indiavolato.
Uguccione, un gaggio grande, grosso e sempliciotto, temendo la furia di sua moglie, si trattenne, limitandosi a mimare la minaccia di altri colpi al suo figliolo.
Carlino trovò subito riparo e protezione dietro la lunga veste logora e unta di sua madre.
Uscirono di casa pure i suoi tre fratelli maggiori, dei giovincelli robusti e gaggi come il loro babbo, ai quali non pareva il vero di poter assistere a quel divertente spettacolo imprevisto. Alina non diede loro neppure il tempo di rendersi conto:
“Voi tre, filate su subito in cucina!”
I ragazzotti, con la coda tra le gambe, riguadagnarono immediatamente la porta di casa, e anche il cane si accucciò spaventato dietro a un cespuglio.
“Allora, Carlino, che cosa è successo?”
Era incredibile come la donna passasse dall’ira alla soavità in un istante.
“Madre, un cavaliere, giù al pascolo, mi ha colpito. E poi le pecore sono sparite…”
“Allora non è stato tuo padre a picchiarti?”
Indagò Alina squadrando con piglio severo Uguccione.
“Il babbo mi ha dato solo un calcio nel sedere!”
Si lamentò il fanciullo massaggiando la parte offesa.
Uguccione tirò un sospiro di sollievo.
Ora, chiarito il fattaccio con sua moglie, come si sarebbe potuto giustificare con il suo padrone? Quella notte, angosciato, non riuscì a chiudere occhio.

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

Dalla scoperta di una piccola rivoluzione in una contea del Montefeltro del tredicesimo secolo.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

Una volta collegate tra di loro le fonti, la “stesura” del romanzo è stata semplice e veloce.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Umberto Eco e Valerio Massimo Manfredi.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Ho vissuto e studiato in Veneto, ma sono romagnolo e originario di Scacciano, la piccola frazione di Misano Adriatico dove attualmente abito.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sto scrivendo il mio quarto romanzo che, tanto per cambiare, sarà un giallo/thriller storico.

Categoria: AutoriTag: nuovi autori

Hadriaticum: presentazione del libro e intervista a Pio Bianchini

Presentazione del libro Hadriaticum, edito da Augh! e breve intervista all'autore

Aggiornato il 25 Novembre 2023 da Matteo Carriero

Hadriaticum di Piio BianchiniHadriaticum
Edito da Augh! nel 2017 • Pagine: 282 •

Un romanzo storico, un intreccio di storie che parte dai sottoportici della Venezia del XIII secolo e si apre alle vie dell’Adriatico, tra le sponde di Almissa e di Portonovo.

Lunardo e Marin, gemelli nati dall’unione clandestina tra il nobile Jacopo Polani e una meretrice, crescono ignari delle loro blasonate origini. Divenuti ragazzi, la loro somiglianza col padre non passa inosservata. Rimasti orfani e caduti in disgrazia a causa delle trame ordite contro di loro, si imbarcano come rematori su una galea diretta verso la Grecia. A bordo ci sono due fanciulle in procinto di conoscere i loro sposi, ma durante il viaggio l’equipaggio diviene preda della sagitta capitanata da Siniša, fiero pirata di Almissa. Le vite dei protagonisti vengono stravolte; eventi tragici accomunano aguzzini e vittime, conducendo infine alla necessità di ricostruire le rispettive esistenze alle porte delle terre riminesi. Che si rivelano una polveriera pronta a esplodere…

Un estratto dal libro scelto dall autore

Menego, data l’età e il suo aspetto fragile, era l’unico dei prigionieri a non essere stato costretto in catene. Siniša lo aveva fatto sedere a fianco del timoniere, sul rialzo in legno del minuscolo boccaporto di poppa. L’anziano cerusico, travolto dagli eventi, se ne stava, meditabondo e mogio, con gli occhi bassi e fissi sul ponte. Aveva trascorso la maggior parte della sua esistenza andando per mare sulle galee della Serenissima, ed era stato sotto il comando di molti sopracòmiti. Aveva curato i malati, alleviato le pene dei feriti, e sapeva fare di conto e annotare i registri delle navi. Ora, su quella minuscola barchetta, in mezzo a una masnada di pirati slavi e senza Dio, quale sarebbe stato il suo avvenire? Ormai era solo un povero vecchietto prossimo alla morte, e le ultime traversie sembravano avere compromesso ancor di più il suo corpo e il suo morale.
Tuttavia, Siniša pareva averlo preso a benvolere. Gli aveva evitato l’ignominia dei ferri e lasciato la dignità e la sembianza della libertà.
Jaroslav, forse per rincuorarlo, gli rivolse gentilmente la parola:
«Vecchio, sei stato molto fortunato. Se sei davvero un bravo cerusico, il kněz ti tratterà con ogni riguardo, e sarai rispettato anche da tutto l’equipaggio».
Menego distolse lo sguardo dal ruvido tavolato e, dopo un’occhiata fugace al suo interlocutore, tornò a riabbassarlo. Eh sì, il giovane nocchiero biondo e lentigginoso non aveva proprio nulla a che spartire con il feroce aguzzino dalla barba rossiccia: dava l’impressione di essere un gran bravo ragazzo, capitato per sbaglio in mezzo a quella accozzaglia di barbari e selvaggi. Si fece coraggio e, con un filo di voce, provò a rivolgergli qualche domanda:
«Sai dove stiamo andando? Ci sarà da combattere?».
«Con il nostro kněz la battaglia e, per nostra fortuna, anche un ricco bottino sono sempre assicurati!».
Quell’omino spelacchiato e triste sembrò rinfrancarsi.
«Sei con lui da molto tempo?».
«Ero un bambino quando mio padre fu trafitto a morte da un dardo scoccato da una galea da guerra dei Veneziani. Il kněz riuscì a fuggire e a riportare in patria la sagitta con quasi tutto l’equipaggio sano e salvo. Fu quasi un miracolo, anche se tutti sanno che la sorte e il buon Dio sono sempre dalla parte di Siniša… Da quella volta, non c’è più stata una missione alla quale io non abbia partecipato. È stato il kněz a insegnarmi tutto quello che so e, se sono diventato un bravo nocchiero, lo devo solo a lui».
Menego sorrise soddisfatto al sentire che almeno quel giovane sembrava essere religioso.
Avrebbe voluto approfittare della sua affabilità per saperne ancor di più, ma Siniša, avvicinandosi, interruppe il loro discorso. Il suo tono di voce era ruvido, maschio e caratteristico di chi non avrebbe ammesso replica alcuna. Tuttavia il cerusico ebbe l’impressione che, per quanto temibile, il capo dei pirati non fosse poi così cattivo.
«Jaroslav, fra qualche ora traverseremo il golfo. Presto cambierà il tempo, e potremmo incontrare mare grosso e vento favorevole ma molto forte».
Il nocchiero annuì in silenzio.
Menego, invece, guardò il cielo terso e la superficie dell’acqua immobile, liscia e turbata soltanto dal moto dei remi e dallo sciabordio della sagitta.
Siniša se ne avvide e, senza rivolgersi direttamente al vecchio, continuò:
«Presto finirà la bonaccia e, da nord, arriverà a inseguirci la tempesta».
Quindi si volse per ritornare a poppa da suo figlio.

Intervista allo scrittore

Come è nata l’idea di questo libro?

Da un’approfondita e lunga ricerca storica, iniziata con l’esame di alcune pergamene del tredicesimo secolo.

Quanto è stato difficile portarlo a termine?

La parte più difficoltosa è stata l’interpretazione delle fonti. Una volta terminato il lavoro di ricerca e collegati tra di loro i documenti dell’epoca, scrivere e portare a termine il romanzo è stato relativamente semplice e… veloce.

Quali sono i tuoi autori di riferimento?

Umberto Eco e Valerio Massimo Manfredi.

Dove vivi e dove hai vissuto in passato?

Ho vissuto e studiato in Veneto, ma sono romagnolo e originario di Scacciano, la piccola frazione di Misano Adriatico dove attualmente vivo.

Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sto scrivendo il mio quarto romanzo che, tanto per cambiare, sarà un giallo/thriller storico.

Categoria: AutoriTag: nuovi autori

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