Dusil love Edito da Transeuropa Edizioni nel 2023 • Pagine: 192 •
Siamo alla fine degli anni ottanta. Alfred Herrhausen, presidente della Deutsche Bank, è stato trucidato da pochi settimane. Da lì a qualche anno, altri attentanti definiranno il ruolo dei paesi dell’Europa occidentale nello scacchiere mondiale. Internet non è ancora stato inventato e l’Unione Sovietica è a un passo dal collasso. Zoe, fuggita dal regime comunista albanese, si ritrova a Berlino poche settimane successive la caduta del Muro. Nella città tedesca incontra Romeo, un ragazzo italiano che si è recato in Germania per completare le ricerche per la propria tesi di laurea. Lei è una biglia impazzita. Schizza via, traendo spinta e direzione da ogni nuovo scontro. Suona la propria musica in giro per i locali e dorme dove capita. Lui, delegittimato da una società in cui l’individuo conta solo come consumatore, ha imparato a vivere senza pretendere nulla per sé. Dipende ancora dai propri genitori e va in crisi anche solo per un ordinazione al McDonald’s. Eppure, insieme, sono l’est che prende per mano l’ovest. La ricerca di un posto dove crescere come esseri umani li porta a Steudten, in Sassonia, dove occupano la locale stazione ferroviaria in disuso per farne la propria casa. Per mettere radici, però, Zoe deve sottrarsi al flipper che la imprigiona e, per farlo, si spinge fino ad Atene. A Exarchia, lei e Romeo impareranno che per credere davvero in se stessi bisogna essere in due.
Il cielo è candido, privo della benché minima increspatura. Sfioro le corde sperando in un dannato problema tecnico, ma il suono arriva con prepotenza, un pizzico accigliato. Il pensiero va a mia madre: non essere mai troppo severa con te stessa e in nessun caso accondiscendente con gli altri. Me lo ripeteva sempre prima di imbracciare il violino e iniziare a suonare. Sul lago, intere famiglie sopra barche a remi si accostano al molo. Sembrano aver bisogno di avvertire il mio umore, di essere avvolti dalla mia tristezza. Sono sotto assedio. Devo darmi una mossa.
La testa inizia a scuotersi e a sbandare. Non riesco a controllarla. Brividi mi oscurano a tratti la vista. Resisto, rincorrendo ciuffi di splendore: la luce del tramonto che si tuffa dentro il lago o gli schizzi di rumore prodotti dallo sciabordare dell’acqua sotto la zattera su cui hanno ricavato il palco. Imbraccio la chitarra e attendo che l’anima ceca prenda il sopravvento. Qualche fischio, urla di incoraggiamento e un singolo applauso ostinato. Arriva dalle mie spalle. Mi volto e individuo, sull’isolotto al centro del lago, una figura accovacciata su uno scoglio, il cappuccio della felpa tirato sul capo. Chiudo gli occhi per scacciare un capogiro e una figura di donna mi invade. Sono io, a rovescio. Mi osservo percorrere un corridoio gremito di gente con indosso un vestito blu scuro che lascia scoperta una porzione di schiena, nuda e intarsiata come il profilo di un cigno.***
Romeo risale il viale all’ombra dei platani ignorando la vergogna che gli tinge la faccia di rosso. È diretto da Zoe. Ha la sensazione che lei svolga per lui la funzione di quei fari luminosi che segnalano alle barche gli ostacoli nascosti sotto la superfice del mare. L’ha evitata per assecondare il suggerimento del vecchio a farsi da parte ma vuole sapere. Sente d’essere vittima di un contagio evidente a tutti tranne che a lui, qualcosa che non lascia segni sul fisico. Deve capire cosa colgono gli altri nel suo comportamento che li esaspera e che lui non vede.
Il conducente di un furgoncino, incrociandolo, agita le mani come a volerlo avvertire di qualcosa. La parola Konzertum raggiunge Romeo attraverso lo spiraglio offerto dal finestrino abbassato. Ecco la ragione per la quale non c’è nessuno in paese. Lui sventaglia le braccia per reclamare un passaggio ma il furgone è lontano. Deve farsela a piedi. Zoe è velcro e ogni separazione da lei equivale a uno strappo. Romeo fa dietrofront, supera la locanda del paese e sterza a sinistra percorrendo di corsa il tratto in salita che porta alla strada asfaltata. Odia lo sforzo mentale che richiede muoversi velocemente, la faticosa opera di equilibrio tra coordinazione e motivazione capace di sbilanciare l’impellenza di star dietro ai propri pensieri.
Romeo giunge all’imbocco della statale con il fiato corto e le piante dei piedi roventi. Attraversa e riprende a correre in direzione opposta al centro abitato. Sterza in corrispondenza della prima strada sterrata e si inoltra nel sottobosco. Felci e abeti longilinei lo assediano. L’ombra gli è cara. Pochi metri e si ritrova sulla sponda del lago opposta a quella dove si tiene il concerto. Spinge in acqua una barca e ci si tuffa dentro. Fatica a trovare la giusta coordinazione che richiede il vogare. Rema di braccia, in totale affanno. Raggiunta la riva dell’isolotto al centro del bacino, trascina in secco l’imbarcazione e si posiziona su uno scoglio dal quale vede il pontile e la zattera-palco sul quale si terrà il concerto. C’è una folla di un centinaio di persone. Molte di loro hanno portato una sedia pieghevole da casa e alcune famiglie si sono assicurate una posizione privilegiata decidendo di assistere allo spettacolo dal lago. La luce della sera è quiete e loro non potrebbero essere più autentici nemmeno nelle rispettive dimore, seduti in poltrona in attesa della cena. Zoe compare sulla zattera e Romeo è certo sia l’altra lei per via della postura inclinata su sé stessa, non dissimile dalla punta di un piccone. Lo scricciolo rosa imbraccia la chitarra che un tipo le porge e questo le dà all’istante le sembianze di una rocker. Romeo prova a segnalare la propria presenza picchiando le mani l’una sull’altra. Zoe sembra vittima di una moviola che ne accelera e rallenta i gesti con dispetto. Quando lei volta le spalle al pubblico, è come se il nastro venisse riavvolto alla massima velocità. La sua testa prende a ruotare alla base del collo. Romeo si stranisce che nessuno butti un urlo o scappi via preso dal panico. Il reset impiega pochi secondi. Inizia la musica. Zoe suona le note di una vecchia canzone blues, un lenzuolo steso con cura per dare ristoro. La sua voce incide sui nervi. Un chiodo si conficca nella gola di Romeo che sente di essere padrone unicamente delle proprie inutili orme.
La canzone termina e sorprende il pubblico intontito. Zoe sembra gravare sull’equilibrio della folla. Se per assurdo, lei facesse uno scarto di lato, le persone che l’osservano in piedi finirebbero in terra. Zoe, senza concedere altro tempo, torna a incurvarsi sullo strumento in cerca di accordi. Una intro furiosa spezza l’incantesimo che ha avvolto la folla. Sono tutti quanti vinti, poi smossi e, quindi, riattivati. La gente prende a muoversi e a sorridere. Agita le braccia, batte le mani, urla, fischia, intontita da tanta meraviglia. A tratti, isterica. Quasi che la musica si fosse messa con prepotenza di fronte a loro e li interrogasse sulle intenzioni riguardo alla vita.
Basta tentennamenti. Deciditi.
Questo l’imperativo che inchioda Romeo.
Bisogna essere in due per credere in se stessi, e lui non ha ancora trovato l’altra metà disposta a farlo.
***
Finito il concerto, Zoe attraversa la folla. È sommersa dai complimenti. Le pesano come maglie inutili che appesantiscono la sacca sulle spalle. Non farà mai l’abitudine all’entusiasmo verso ciò che canta. Dopo tutto è ciò che è. Perché quindi le pacche e gli applausi non arrivano quando è impegnata a vivere? É già tutto lì, appeso alle sue fragili ossa.
Zoe cerca con lo sguardo Romeo. Non lo vede dalla mattina. Non era in branda quando si è svegliata. Lui sì, Zoe ne è consapevole, si entusiasma di lei anche quando, per dire, è intenta a lavarsi i denti… Quasi la “sentisse” quando è impegnata a vivere con un’attenzione che la gratifica. Un sorso da un bicchiere: applausi. Una grattatina dietro le orecchie: acclamazioni. Una corsa intorno al falò: urla di giubilo… Zoe è diventata prigioniera dell’incondizionata ammirazione di Romeo, e, se solo l’attenzione di lui sbiadisce, lei va nel panico, e reagisce alla maniera di un’ossessa. Una paranoica del cazzo.
Dove s’è cacciato? Zoe ha urgenza di sapere solo da lui se è stata brava. A volte lei si sente come quei pazzi ossessivi che continuano a ripercorrere la stessa strada, sovrapponendo il passo alle proprie orme. Romeo è l’unico abile a spezzare l’incantesimo.
Zoe individua sulla spiaggia un angolo isolato e corre a nascondercisi dentro. Si piega sulle ginocchia. Sparisce all’ombra di un furgone. Gioca a nascondino con il resto del paese. Una processione di sensazioni si rincorrono fino a sovrapporsi. Il profumo del muschio e dell’abete, sabbia smossa, voci che s’allontanano, sportelli d’auto che si aprono e si richiudono, saluti ripetuti e motori che si avviano. Zoe fissa la chitarra stesa al suo fianco. Da un momento all’altro, anche il furgone, dietro al quale è nascosta, prenderà il largo. Sorride e il cordiale cinguettio dei cardinali la raggiunge. Sarebbe bello fare alla maniera degli appassionati di birdwatching, girare con un taccuino sul quale appuntare l’avvistamento di soggetti rari, mai incontrati prima. Romeo, di sicuro, lei lo segnerebbe. Deve necessariamente appartenere a una specie d’uomo in via d’estinzione. Probabile sia l’ultimo esemplare rimasto.
«Sempre in fuga, eh?»
La voce di Romeo la fa sobbalzare. Il suo faccione barbuto le sorride al di là del parabrezza.
«Come mi hai trovata? Non ti ho visto in mezzo alla folla.»
«Allora mi hai cercata. Buono a sapersi.»
Romeo gongola. Zoe ne è turbata. La gioia di lui sollecita la necessità di un chiarimento. Ci sono momenti in cui la storia dell’attrazione le sembra più vicina a una scelta razionale. Non si tratta di qualcosa che accade al di fuori del proprio controllo. Ha incontrato Romeo ma poteva essere chiunque. Zoe ne aveva bisogno. Di sicuro, ne aveva anche voglia. Sua madre, durante le pause nel lavoro di raccolta della frutta, le diceva spesso: l’amore è una costruzione romantica che è stata instillata in occidente tramite la letteratura e il cinema. Figliola, liberatene presto. Lei rispondeva pronta: papà allora? Il vostro non è stato un amore romantico?
Dove ci ha portati, mia cara?
Sì, ma tu l’hai vissuto, insisteva lei. Perché ne neghi l’esistenza?
A quel punto, ogni volta, la donna chiudeva gli occhi e si incantava. Le sue rughe si distendevano, la sua pelle acquisiva il fascino del colore, e sorrideva – sua madre non lo faceva mai – finendo per dire che quello non era amore, era altro. Cosa? S’intestardiva ansiosa Zoe, per ricavarne, puntualmente, quel deludente sei troppo piccola per capire…
Romeo la raggiunge, lasciandosi cadere al suo fianco.
«Ero sull’isolotto in mezzo al lago. Ho seguito da lì il concerto. Sei stata incredibile. Mi sembrava di ascoltare un musicista del Mississippi. Non ti conoscevo questa vena blues…»
«Sono stati l’acqua e il cielo limpido e così vermiglio a ispirarmi. C’erano dei colori pazzeschi. Scie di rosso, di giallo e poi di rosa che si sovrapponevano. Mio padre era un appassionato di blues. Prima di andare via, mi ha lasciato in eredità una cassetta che conteneva i pezzi che prediligeva. Ricordo la notte in cui l’ha registrata.»
Zoe si porta una mano sul viso, la fa scorrere sugli occhi. Le si è materializzata l’immagine del padre ed è come se lei cercasse di raggiungerlo con una carezza. Lo guarda estrarre le cassette dalla custodia, infilarle nel mangianastri e premere sui pulsanti per individuare l’inizio del brano da registrare, quindi schiacciare play da un lato e rec dall’altro.
«Stava in attesa che la canzone finisse con una concentrazione che non gli avevo mai visto. Non ho capito il perché di tutto quello sforzo finché non mi ha messo l’audiocassetta in mano. È stato allora, dopo che è scomparso, che ho cominciato a suonare la chitarra. Avrò avuto cinque anni.»
Romeo mi ascolta con la stessa dedizione di mio padre. L’intuizione porta Zoe a deviare lo sguardo. Si solleva sulle gambe quel tanto che basta per osservare attraverso i vetri del furgone il viavai di persone.
«Ti va una gomma da masticare?» Romeo s’infila le mani nelle tasche dei jeans, poi in quelle della felpa. «Sono alla menta.»
Zoe ne tira fuori una dal pacchetto che lui le porge, la scarta e se la infila in bocca.
«Tu sai lo sperma che sapore ha?»
Lei lascia andare la domanda dopo appena qualche morso come se l’avesse dovuta prima liberare, sciogliendola, quasi fosse impacchettata. Romeo sbianca. La fissa forse per accertarsi di aver capito bene. Zoe drizza la schiena e mette su la faccia più autentica di cui è capace.
«Dici il mio o quello degli altri?»
Lui storce la bocca. La propria risposta deve suonargli strana.
«Non ha importanza. Lo chiedevo perché ieri notte ho parlato con il vecchio. Deve aver intuito il mio malessere.»
Romeo annuisce. L’invita a continuare.
«Mi ha raccontato di alcuni riti in Marocco a cui ha contribuito.»
Zoe riferisce della volta che per liberare una signora dagli spiriti che la tormentavano, le avevano portato da bere lo sperma dell’uomo a cui era più affezionata. Ride del fatto che la donna non avesse chiesto di bere il liquido seminale del marito o dei figli ma pretese che venisse rintracciato il suo primo amore, un uomo già in avanti negli anni quando lei lo conobbe, e che al momento del rito era un vecchio decrepito ospite di un ospizio in Germania.
Zoe bisbiglia, in imbarazzo: «Il vecchio mi ha rivelato che voi uomini siete particolarmente sensibili intorno al buco dell’ano. Solo manipolando quella zona è riuscito a ottenere l’erezione.»
Romeo ride, palesemente a disagio.
«Ti ho chiesto dello sperma perché pensavo di provare.»
«Dici il rito? Pensi di andare in Marocco?»
«No. Da quanto ho capito, questa cerimonia va fatta nel posto in cui il demone ha dato inizio alla possessione. Nel mio caso, in Grecia. Non so di preciso in quale chiesa, ma penso mi verrà in mente una volta lì…»
«Dovresti lasciare la nostra Stazione.»
L’uso del verbo al singolare mette Zoe in allarme.
«La famiglia rom se ne occuperà. Potrà viverci mentre noi,» lei calca il più possibile sul plurale, «saremo via. Devo provarci…»
Zoe non è sicura che Romeo abbia inteso cosa gli sta chiedendo. Lui si limita a porre un altro interrogativo: come faremo a rintracciare, in Grecia, uno stregone marocchino per eseguire il rito? Non c’è la minima traccia di scetticismo sul suo viso. Romeo crede a qualunque cosa lei gli racconti. Su questo Zoe non ha dubbi e tale consapevolezza è responsabile della calma che prova nel parlargli.
«Non lo so, ma dobbiamo tentare. Ti prego. Senza di te non ne avrei il coraggio.»
«Che ne sarà della tua ospite?»
«Perché me lo domandi?»
«Da quanto mi hai detto, credevo si fosse creato un buon rapporto fra voi due.»
Zoe fissa Romeo e una specie di gelosia le prende dentro.
«Ti sei legato a lei?» Quasi le sputa queste parole per l’impeto che ci mette. «Hai paura che possa mancarti? Dillo!» urla.
Romeo piega la testa come temendo che la rabbia che lo travolge possa incrinargli il naso. La sua risposta non arriva. Ancora e ancora, e, per tutto il tempo, Zoe trema alla maniera di una fottuta bambina che ha chiesto al suo primo amore di scegliere tra lei e l’odiata rivale.
Un aereo attraversa il cielo tracciando una scia colorata. Zoe si alza e se ne va. È consapevole che Romeo, alle sue spalle, rimane seduto e non le resta che accelerare il passo perché non vuole che lui, raggiungendola, possa vedere le lacrime che le rigano il volto.
***
Romeo non ha la forza di guardare. Avverte il movimento di Zoe che si alza e se ne va ma non fa nulla per trattenerla. Per spiegare cosa? Che lei è l’unica amica che gli è rimasta? Che a casa ha già fatto scappare tutti con il proprio comportamento? Cosa gli prende? Si è davvero legato al demone? Romeo non sente il bisogno di assumere atteggiamenti quando è in sua compagnia. Non ha nulla da dimostrare. Non deve “conquistare” il suo affetto, la sua attenzione. La sua considerazione. Non prova a fare altro, fin dai tempi del liceo. Si è tramutato in un mendicante e questo lo circonda, ne è consapevole, di un’aura di tristezza che allontana la gente perché la fa sentire responsabile per l’incapacità di porvi rimedio. La gioia fa una tale fatica a fare breccia dentro di lui. Non è stato sempre così. Un tempo, lui sorrideva…
Dimenticati di te stesso.
L’imperativo del vecchio rom lo scuote. S’è fatto buio. Romeo si mette in piedi e inizia a correre. Zoe è già oltre il suo campo visivo. Cosa ne sarà dell’altra lei se decidiamo di liberarcene? La domanda gli pulsa dentro. Romeo accelera. Rimanda il più possibile l’apnea acciuffando aria dal naso. La cassa toracica si gonfia e poi sbuffa. La gola s’infiamma.
Sulla statale, Romeo s’accorge in ritardo del cartello con le indicazioni per la svolta. Rallenta, fa marcia indietro e imbocca il sentiero. Il tratto in discesa lo agevola. Individua la figura solitaria di Zoe sul viale dei platani: procede, incurante delle auto, al centro della carreggiata. Romeo la raggiunge e le tocca la spalla. Lei si volta con una postura d’attacco. Lui intende pregarla d’aspettare, di lasciarlo spiegare, ma la mancanza di ossigeno lo costringe a piegare il busto in avanti. Non dice niente. Respira. Sputa saliva e rimbalza.
***
«Cosa ne sarà di lei?»
Zoe è raggiunta dalla domanda di Romeo ancor prima che lui la guardi in faccia. Prima che le respiri addosso.
Lei lo fissa con disprezzo. Romeo è chino, intento a genuflettersi reverente verso la colonna di formiche che attraversa l’asfalto. Zoe lascia che lui riprenda fiato. Attende che si raddrizzi, che la guardi, che valuti la sua espressione. Sono io la persona violata, vorrebbe urlare. Io, l’assediata. Scuote la testa. È furiosa. Il suo assenso è stato depredato, reso pregno e poi abbandonato. Con un gesto della mano, tira via le lacrime dal viso. Ha orrore per esse, per ciò che l’ha generate.
«Non lo so,» scandisce acida. «Non m’interessa più di tanto.»
«Era una bambina come lo eri tu» insiste Romeo.
«Perché tieni a lei e non a me?»
La domanda suona come un ultimatum. Zoe non voleva. Davvero.
Romeo sgrana gli occhi. Maledice il cielo, o, forse, se stesso. É rosso e, di sicuro, non più per l’effetto della corsa. Si gratta la testa in modo furioso. Riempie la bocca d’aria, gonfia le guance e serra le labbra, poi sbuffa. Solo sconforto, non articola parola.
«Io sono stanca di leggere nel tuo sguardo il dubbio su chi hai davanti. Sono stufa di avere solo te nella mia vita. Vorrei tornare a socializzare, ad avere amici, affetti.»
Zoe si ferma, valuta l’effetto delle proprie parole: Romeo ha un’espressione affranta, come se si trovasse nudo di fronte a un obiettivo fotografico, con, alle proprie spalle, la devastazione. Non contenta, lei insiste: «Penso che a te stia bene la mia situazione di disagio perché mi rende così disperata da starti vicina.» Zoe ingoia saliva e alimenta il rancore. «Temi che, se io tornassi alla normalità, ti abbandonerei, lasciandoti solo. Tra noi due, il vero psicopatico reietto sei tu.»
Zoe è consapevole d’aver inaugurato una nuova arma di distruzione di massa e di aver dato fuoco. Tutta la dolcezza, la pazienza, l’ammirazione, l’attenzione, tutto ciò che di bello e di nobile aveva lo sguardo di lui quando nei suoi occhi c’erano quelli di lei, ora è cenere.
Romeo annaspa, l’espressione di chi non trova alcuna via d’uscita. Le braccia lungo i fianchi, la schiena curva, sembra voler evitare qualsiasi contatto visivo. Reagisci kok derr [Testone], prega Zoe silenziosamente. Indignati. Accetterei anche uno schiaffo. Lei arriva persino a desiderarlo ma non succede nulla, se non un’apparente implosione che rende il viso di Romeo ancora più paonazzo ma questo non la calma, non la quieta, anzi, la rende più furiosa.
«Non sei meglio degli altri perché non t’importa di te stesso, perché hai questo atteggiamento di chi non è per nulla in competizione. Non sei superiore ai tuoi simili perché privo d’interesse per i soldi o per il sesso. Non sei un santo, un cazzo di guru.»
Perché tutto questo rancore? Zoe non se lo sa spiegare. La spaventa scoprirsi incapace di frenarsi.
«Hai scelto di indossare una maschera che ti deresponsabilizzi: lo stile dimesso, lo sguardo rivolto a terra, l’essere focalizzato su te stesso, la fuga dalla socialità, la ricerca del silenzio. La tua è una dichiarazione d’intenti bella e buona: io non voglio impegnarmi in nulla.»
Zoe si ferma e fissa in viso Romeo cercando di incontrare il suo sguardo. Cosa si aspetta ora? Lui, curvo, l’espressione assente, è decisamente in fuga. Una profonda ruga attraversa la sua fronte. Zoe allunga una mano, lo afferra sul braccio. Lo strattona. Romeo è privo di calore. Un mirto calpestato.
***
Cominciare a bere, ubriacarsi di continuo, finire sotto i ponti, oppure seguire la strada diligente dell’aspirante professore o di quella del maestro, anche a costo d’essere sfruttato per anni…
Romeo sente il bisogno di accasciarsi per terra, di abbracciarsi lo stomaco. Non ha un osso rotto, Zoe non lo sta picchiando ma il dolore che prova è quello.
Lei riduce le distanze, lo scuote. È pallida. La sua fisicità ha perso ogni accenno di collera, sembra in cerca solo di rassicurazioni. Ha gli occhi limpidi, di un azzurro corallino, e, nel tratto, lo sfregio che le attraversa l’occhio la rende Eva che offre la mela all’unico uomo che trova. Un inetto, che la mangerà.
Romeo ha la consapevolezza che, ancora una volta, non sarà lui a decidere della propria vita. Braccia larghe per non affondare, si limiterà a farsi trascinare dalla corrente. «Che fare?». La domanda esce dalla sua bocca in punta di piedi. «Non so da dove cominciare…»
«Derdimen [Buono a nulla], non sarò io il tronco che ti tiene a galla…»
Le parole di Zoe sono nette.
«Se io arrivassi in ritardo, tu mi aspetteresti?»
«Cosa intendi?»
«Saresti disposta a partire anche senza di me?»
Zoe impiega mezzo secondo per rispondere affermativamente. Risoluta. Provocatoria.
Romeo scosta dal colletto la maglietta che aderisce alla sua pelle come colla vinilica.
«Non hai bisogno del mio aiuto…»
E non gli è chiaro se la sua sia un’affermazione o una domanda. Non ha importanza, non ora che è in bilico senza progetti…
Romeo si scuote. Scrolla la testa. Non è vero, si dice. Ho da portare a termine la tesi e i lavori di ristrutturazione della Stazione. É un tale bagaglio di obiettivi…
«Non possiamo abbandonare il progetto nel quale ci siamo imbarcati perché un vecchio ti ha letto dentro e ti invita a rincorrere il passato. Dove troviamo uno stregone marocchino in Grecia? In che modo ci arriviamo? Ricordi quale fosse la chiesa?»
Romeo sembra voler instillare il dubbio nell’amica.
«Non si tratterebbe di andare lì per sempre…»
“Per sempre” lo fa rabbrividire. Romeo non l’ha mai posto come eventualità temporale nei propri ragionamenti. Neanche quando s’è trattato di trasferirsi in Sassonia, di considerare l’ex edificio ferroviario alla stregua della propria abitazione. Ciò non vale per Zoe, lui ne è consapevole. Lei è così netta nel prendere parte alla vita, così priva di incertezze.
Romeo continua a gocciolare, nonostante la temperatura si sia abbassata. Il buio ormai saturo lo cela alla vista dell’amica. È un bene perché non vuole che lei veda la sua espressione nel dire «sarà un lungo viaggio».
Zoe si protende e lo cinge con le braccia intorno alla vita quasi volesse impedirgli ogni possibilità di fuga. Cosa, tra l’altro, inutile perché la mole di impegni pratici che Romeo sente addensarsi sopra di sé lo paralizza. Con l’animo di un bambino, smuove le foglie sfinite dal vento e inghiotte saliva.
«Dobbiamo farci venire un’idea, trovare un contenitore che ci porti fin là…»
«Se usassimo l’aereo?»
Zoe tira su con il naso e si asciuga le lacrime sulla maglietta di lui.
«Dovremmo chiedere il visto d’ingresso. Turismo non basta.»
«I tuoi studi, la tesi, o la mia musica.»
Romeo sbuffa. Immaginava tutto più spartano: filo spinato, cani che ululano e soldati con i fucili spianati. Ha l’impressione che, a volte, Zoe goda nell’essere l’auriga delle sue fantasie.
«Pensavo a qualcosa di diverso, tipo lanciarsi sui vagoni merce in corsa, come nei film americani.»
«Vuoi fare il vagabondo? Non l’avrei mai detto…»
Un sorriso dolce si svela sul viso di Zoe. È chiaramente incuriosita dai percorsi mentali di Romeo.
«Non posso farci nulla. Mi trovo spesso a desiderare di assumere un’altra identità, nuovi valori e comportamenti più audaci intorno ai quali cristallizzare un diverso modo di stare al mondo…»
«Ne saresti davvero capace? Ti ritroveresti solo. Ti è mai capitato di non avere nessuno su cui poter contare?»
Romeo vorrebbe confessare che da tempo persegue questo scostamento da ciò che è, ma in lui si fa strada la consapevolezza che in realtà, diversamente dai propositi taciuti, nel suo modo di stare al mondo nulla è cambiato.
Come è nata l’idea di questo libro?
Il libro nasce dall’esigenza di completare un percorso iniziato con altre due opere autopubblicate, dal desiderio di provare a me stesso d’essere degno di stare al fianco di una donna che reputo un artista. Nasce dal bisogno di sentirsi creativi perché questo dà valore, ti fa sentire meno banale. Volevo ottenere un risultato stilistico simile a quello che si ha con il testo di una canzone: dire tanto con poche parole. Non avevo una storia in mente. Volevo allontanarmi dalla banalità della mia vita. Il resto è venuto con la pandemia e il desiderio di provare a essere per una volta uno scrittore a tempo pieno.
Quanto è stato difficile portarlo a termine?
Avevo alcuni frammenti. Non riesco a scrivere con continuità. Quando ho preso a lavorarci in modo costante, è stato come cominciare a comunicare con l’Universo: gli stimoli venivano a me da internet, dai film, dalle canzoni o da una semplice passeggiata. A volte, quando sapevo che qualcosa mancava nel testo, uscivo e mi guardavo intorno e l’idea mi raggiungeva. Ho trovato maggiori difficoltà nel revisionare il testo. Ho passato più di un anno a rileggerlo. A volte temevo di reiterare le stesse modifiche all’infinito. Ora mi scontro con la difficoltà a trovare persone disposte a leggere ciò che ho pubblicato.
Quali sono i tuoi autori di riferimento?
Di sicuro gli italiani: De Carlo, De Silva, Culicchia. Poi Fante, John e Dante. Uno scrittore cinese, Zhu Wen. E gli scrittori di “gialli” Qiu Xiaolong e Henning Mankell.
Dove vivi e dove hai vissuto in passato?
Attualmente vivo a Sofia. Il libro l’ho scritto ad Atene, dove ho vissuto due anni. Sono originario di Siracusa.
Dal punto di vista letterario, quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ho un libro in mente. Un’idea che mi piace davvero ma che non sono capace di sviluppare. Forse è troppo più grande di me. Dipende sicuramente dal poco interesse che il mio libro sta avendo. Mi chiedo se ne valga la pena. Per costringermi a scrivere e migliorare mi sono iscritto a un corso on line di scrittura sul sito Coursera. Non si paga e ti mette in contatto con altri scrittori con la dinamica dei feedback reciproci. Devo scrivere in inglese e questo è un bene perché rende il mio stile più asciutto.








